Riduzione della spesa pubblica: utopia o necessità?

Ott 17 • L'editoriale • 1273 Visite • Commenti disabilitati su Riduzione della spesa pubblica: utopia o necessità?

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

Dove ci abbia portato la deleteria tendenza a sinistra con cui i socialisti – di tutte le frange successesi durante gli anni sul palcoscenico politico a tutti i livelli – sono riusciti vieppiù a infettare i partiti storici fino a praticamente trasformarli in allegri compagni di viaggio nelle loro avventure, è sotto gli occhi di tutti. Quelle della sinistra sono avventure che, pur toccando temi diversi e distanti fra loro, hanno sempre un denominatore comune: non importa se a livello comunale, cantonale, federale o oggigiorno addirittura europeo, costano immancabilmente una barca di soldi. E non ci pensano minimamente a produrli, prima si spendono e spandono in progetti che non mirano più alla socialità come tentativo di far vivere il più decentemente possibile anche le classi meno abbienti, bensì a far sì che quest’ultime possano godere anche dei lussi in sovrappiù che solo l’agiatezza può garantire. Prima garantiamo un salario minimo (eccessivo), poi qualche santo provvederà, laddove il santo è naturalmente l’odiata classe imprenditoriale, rea di aspirare a un legittimo guadagno da un’attività senza la quale non sarebbe peraltro possibile alcuna forma di socialità. Non basta un’assicurazione-malattia che garantisca l’assistenza medica secondo la medicina tradizionale, no, bisogna estendere il ventaglio delle cure a tutti i tipi di terapia (omeopatia, agopuntura, medicina tribale ottentotta, danze propiziatorie maori e quant’altro) tutte alternative facoltative che dovrebbero invece far parte dell’offerta a pagamento dell’assicurazione complementare. E chi finanzia? Evidentemente noi con i nostri premi. Paradossalmente, l’accesso a terapie particolari che dovrebbero essere pagate separatamente da chi le vuole, oggi diventano gratuite per una parte di utenti che a pagare i premi non ce la fa e se li vede coperti dallo Stato perché, giustamente, si dice che non si può lasciare senza cure mediche un poveraccio che non ha i soldi per pagarsele. Pienamente d’accordo, ma perché ciò deve comprendere tutto quanto va oltre la medicina tradizionale e i relativi farmaci, l’ospedalizzazione e la fisioterapia strettamente necessari a una buona cura, convalescenza e (possibilmente) guarigione del paziente?

Una buona scuola pubblica per tutti, e chi dice il contrario? Ma, in particolare in periodi di vacche magre, è necessario che la scuola offra la settimana bianca, quella verde o di qualche altro colore (se hanno rinunciato alla settimana rossa, è perché, verosimilmente, dopo il sessantotto, di tale colore è già insito nell’insegnamento su tutto l’arco dell’anno)? Quelli della mia generazione non hanno imparato a sciare durante le scuole medie, ma vi assicuro che sono sopravvissuti senza particolari traumi. Quando si parla di “buona scuola pubblica” si deve intendere la qualità dell’insegnamento, non tutti gli annessi e connessi che ne rendono più comoda la frequentazione. Una volta c’erano la scuola maggiore e il ginnasio. La prima era gratuita, ma il secondo – che pure costava alle famiglie fior di soldi – non è che offrisse doposcuola, settimane variopinte o massimo di 20 allievi per classe. Offriva però un insegnamento di qualità che, ovviamente con il contributo dell’allievo sotto forma di rendimento, ti apriva la strada agli studi superiori. Oggi tutti possono accedere al liceo, peccato che, nonostante gli escamotages volti ad abbassare le medie necessarie facilitando il passaggio al livello superiore, una gran parte dei licenziati della scuola media si arenano totalmente in prima liceo.

Oltre, ovviamente, all’abnorme struttura dell’amministrazione – finora intoccabile perché fucina di consensi elettorali, ma che pure necessita di una drastica revisione – questi sono solo un paio di esempi della politica dello sperpero che ci ha portati, se non ancora alla crisi che colpisce gli altri paesi a noi vicini, comunque a un problema finanziario sempre più percepibile e che rende opportuno qualche ripensamento su tutto ciò che riguarda sussidi, prestazioni, esenzioni da pagamenti, ancora sopportabili poco tempo fa.

Purtroppo, quando si propone di tagliare su prestazioni sociali – ancorché non assolutamente indispensabili – si assiste all’insurrezione della sinistra, sia essa estrema (PS, Verdi) o moderata (partiti ex-borghesi) che, considerando dette prestazioni come diritti ormai acquisiti, urla allo scandalo e ha facile gioco nel porre veti, sicura dell’appoggio popolare in caso di referendum.

Ma un taglio alle spese sta diventando vieppiù indispensabile se, come la nostra politica di destra ci impone, non vogliamo salassare a oltranza l’economia al punto che una delocalizzazione non sarà più l’alternativa di poche grandi aziende, bensì diventerà inevitabile anche per le piccole e medie imprese, spina dorsale del nostro (ancora) relativo benessere.

Pensiamoci, dunque, finché siamo in tempo. Per non aumentare le spese, a ogni proposta sociale bisogna porsi due domande: è finanziabile con gli attuali cespiti fiscali? È realmente indispensabile? E se le due risposte sono NO, la si deve rimandare a tempi più propizi. E lo stesso vale per la diminuzione delle uscite, tramite un’attenta analisi volta a sfoltire la socialità dal superfluo (comodo e piacevole sì, ma non indispensabile).

Un’utopia? Magari adesso, ma a medio e lungo termine no, sarà una necessità. Meglio quindi non aspettare di essere alla canna del gas, peraltro più vicina di quanto si creda.

 

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