Riccardo Chailly e la Filarmonica della Scala al LAC

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Spazio musicale

Il 18 settembre la Filarmonica della Scala, diretta da Riccardo Chailly e con la partecipazione del violinista David Garrett, ha aperto nella Sala Teatro – LAC la stagione di Lugano Musica con un programma comprendente il concerto per violino e orchestra di Cajkovskij e la dodicesima sinfonia di Sostakovic.

Il Garrett è una singolare personalità del mondo musicale. Da giovanissimo ha inanellato una serie di successi considerevoli. Molto speciale è il suo interesse per la musica pop e rock. Sostiene però che nella sua attività le composizioni classiche occupano il posto centrale. Effettivamente a Lugano la sua interpretazione del lavoro di Cajkovskij si è svolta nei binari tradizionali. Ha messo in luce molta agilità, sicurezza nel virtuosismo e grande impegno. Ho notato però una certa esilità di cavata. Inoltre in alcuni momenti, ad esempio nei due temi del primo tempo, avrei desiderato un lirismo più intenso.

Vengo ora al secondo numero in programma. Quando un lavoro musicale ha uno scopo celebrativo ci si domanda sempre se il compositore si sia fermato all’assunto, considerando suo compito esclusivo quello di soddisfare i committenti, oppure sia andato oltre la pura funzione elogiativa per conseguire anche risultati artistici apprezzabili. Che risposta possiamo dare a tale domanda nel caso della dodicesima sinfonia di Sostakovic, dedicata a Lenin? Innanzitutto conviene passare in rassegna i tempi. Nel primo, avente per titolo “Pietroburgo rivoluzionaria”, si possono ravvisare tutte le fasi e gli aspetti di una rivoluzione: i lamenti nella clandestinità, i toni minacciosi, il passaggio all’azione, vista come ineluttabile e irresistibile, la progressiva intensificazione della rivolta e infine la vittoria. Nello svolgimento di quello che può essere considerato un vero e proprio programma il compositore non esclude completamente la retorica rivoluzionaria ma sa trovare anche idee valide e convincenti. Penso ad esempio al motivo iniziale, portato dai bassi all’unisono, che con il suo svolgimento cupo e minaccioso sembra riflettere l’accumularsi di un malcontento cui basterà una scintilla per sfociare in ribellione aperta. Il tempo successivo allude alla località dove Lenin nascosto guidò la rivoluzione. La musica procede su toni severi e inquieti, come se volesse descrivere un uomo che si aggira misteriosamente in un oscuro sotterraneo: qua e là tuttavia dà adito a tenui fili di speranza. Purtroppo ci sono lungaggini e il discorso è slegato. Alla nave “Aurora”, la quale diede il segnale per l’insurrezione, è dedicato il terzo tempo, che dopo un avvio sommesso si trasforma in una grande manifestazione di forza e baldanza. Infine il quarto tempo, designato assai presuntuosamente “Nascita dell’Umanità”, riprende ma anche placa gli ardori di quello precedente, poi nell’”allegretto” diventa agile e scorrevole, forse per esprimere la distensione e la gioia intima dell’animo dopo tanti travagli; ma in seguito Sostakovic si lascia prendere la mano da una ampollosità e una magniloquenza senza ritegno e batte e ribatte su tali eccessi con stucchevole insistenza. Eppure bisogna riconoscere che anche in questa circostanza si rivela maestro di strumentazione e di colori e che l’ascoltatore, messa da un lato l’avversione per il trionfalismo, può trovarvi elementi interessanti. Ora torno alla domanda posta in principio: risponderei che la sinfonia, pur assecondando in modo assai evidente le esigenze glorificative, mostra una non trascurabile ricchezza musicale e risulti godibile anche prescindendo dalla persona e dalle vicende di Lenin. Inappuntabile è stata l’esecuzione da parte di Riccardo Chailly e della Filarmonica della Scala. Le cure assidue del direttore, coadiuvato in modo ammirevole dagli strumentisti (siano menzionati come particolarmente impegnati e meritevoli gli ottoni e i percussionisti), hanno reso relativamente interessanti anche le parti della sinfonia meno riuscite o che si perdono in lungaggini, come avviene nel secondo tempo. E nei momenti di maggiore esuberanza si è rivelata di nuovo la mano sicura del direttore e la qualità del complesso ai suoi ordini: equilibri sempre irreprensibili, sonorità meravigliosamente fuse e autentico slancio hanno reso accettabili passaggi che, senza l’eccellenza interpretativa, potrebbero diventare insopportabili.

Sala naturalmente esaurita e applausi molto intensi. Fuori programma è stata offerta la sinfonia dei “Vespri siciliani”.

Honeck a Lucerna

Il ventiseiesimo concerto sinfonico del Lucerne Festival, con la Pittsburg Symphony Orchestra, diretta da Manfred Honeck, ha fatto conoscere all’inizio una Suite dall’opera “Rusalka” di Dvorak, congegnata da Honeck medesimo e orchestrata da Tomas Ille. Il pubblico ha potuto godere molte piacevoli melodie eseguite con delicata eleganza. Tuttavia personalmente mi sono sentito confermato nell’idea che brani di un’opera possono dare piena soddisfazione solo nell’ambito dell’opera stessa in un allestimento teatrale. Poi è venuto il concerto per violino e orchestra di Dvorak avendo come solista Anne-Sophie Mutter, che ha suonato da par suo. È stata largamente applaudita. Ma nonostante una così illustre presenza per eseguire il concerto di Dvorak l’attesa del pubblico si appuntava soprattutto sulla sesta sinfonia di Cajkovskij, che ha occupato la seconda parte della serata. Il musicista russo dichiarò che per tale composizione esisteva un programma ma non volle mai comunicarlo. Non occorre però tormentare molto la mente per capire che la sinfonia descrive le ultime ore della vita di un uomo. Questa conclusione viene accreditata non tanto dal fatto che Cajkovskij morì pochi giorni dopo la prima assoluta, probabilmente suicida, per cui si potrebbe supporre una intenzione autobiografica o una specie di testamento. Considero irrilevante anche la circostanza che egli abbia inserito nella sinfonia una citazione della liturgia russo-ortodossa per la sepoltura dei defunti. Il contenuto consistente nella terribile fine di un uomo che sente avvicinarsi il decesso e tenta invano di ribellarsi disperatamente al destino viene invece suggerito inequivocabilmente dalla musica stessa. Una sconfinata tristezza grava sull’“adagio-allegro non troppo”, anche dove la musica assume un andamento apparentemente tranquillo e la melodia diventa carezzevole. Il valzer non riflette certo gioia di vivere ma si profila come un ricordo lontano e ancora una volta molto triste, in cui danzatori sfiduciati si muovono con indifferenza e stanchezza. Nell’”allegro molto vivace”, che verso la fine diventa frenetico, parrebbe che il morente cerchi con rabbia di trarre il massimo godimento possibile dal tempo brevissimo rimastogli. Infine nel quarto tempo il declino e poi il decesso sono evidenti. A tutti questi aspetti Honeck ha dedicato la massima attenzione, optando per una interpretazione tenebrosa ma morbida, a volumi moderati e aliena da grandi effetti. L’orchestra, rivelatasi un complesso di ottima qualità, ha prodotto in parecchi passaggi un velluto meraviglioso. Molti applausi, purtroppo anche dopo il terzo tempo (come accade molto spesso). I battimani in quel punto interrompono il discorso musicale, distraggono e impediscono di apprezzare pienamente lo sconvolgente attacco del quarto tempo.

Il direttore e l’orchestra si sono mostrati assai generosi offrendo fuori programma due brani da balletti. Il primo, di Cajkovskij, è stato avvolto in una atmosfera immateriale, irreale e soffusa, che ha permesso nuovamente all’orchestra di mostrare qualità fuori del comune, però contraddicendo il senso della musica e la sua funzione nel balletto. Nel secondo, di Prokofiev, descrivente le risse tra famiglie rivali nella Verona di Romeo e Giulietta, lo Honeck e il complesso ospite, abbandonando le sfumature e i passi felpati che fino a quel momento avevano caratterizzato le loro interpretazioni, hanno per così dire mostrato i denti e si sono scatenati, destando l’entusiasmo del pubblico.

 

Carlo Rezzonico

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