Referendum finanziario: ricordatevi di Expo 2015

Apr 21 • L'editoriale, Prima Pagina • 667 Visite • Commenti disabilitati su Referendum finanziario: ricordatevi di Expo 2015

Eros N. Mellini

Era il 25 febbraio 2015, quando il Gran Consiglio decise – con una risicata maggioranza di 34 voti contro 30 e 2 astensioni (balza all’occhio l’assenza di ben 24 deputati) – di bocciare l’iniziativa parlamentare generica volta a introdurre nella Costituzione cantonale il principio del referendum finanziario obbligatorio, presentata da Sergio Morisoli. La discussione fu lunga, approfondita e a tratti animata, ma a nulla valsero le argomentazioni del rapporto di minoranza redatto dal sottoscritto e co-firmato dal collega del PPD Maurizio Agustoni, da entrambi difese durante il dibattito parlamentare (vedi mio intervento riportato separatamente). L’impressione che ne trassi allora – secondo l’andreottiano principio secondo cui pensar male è peccato, ma spesso ci si azzecca – fu che, più della validità dell’iniziativa, per certuni avesse contato la sua paternità (Morisoli era un deputato eletto nella lista PLRT, ma che aveva lasciato il partito, un’azione che difficilmente in Ticino è esente da ripicche).

Nel programma elettorale 2015-2019 dell’alleanza La Destra (UDC-UDF-Area Liberale) un’iniziativa popolare sullo stesso tema era stata caldeggiata con entusiasmo. Seppure consapevoli del fatto che il referendum obbligatorio non ci mette al 100% al riparo da certe manovre volte a sperperare il denaro pubblico anche quando si sa che la decisione non gode del consenso di una popolazione che ha ben altre priorità, ritenemmo infatti, e personalmente ritengo tuttora, che l’obbligo di affrontare la votazione popolare possa perlomeno bloccare sul nascere certe proposte assurde.

Lo scorso 28 marzo è stata perciò presentata agli organi di stampa e si è dato inizio alla raccolta delle 10’000 firme che dovranno essere consegnate alla Cancelleria cantonale, previa certificazione delle segreterie comunali, entro il 29 maggio 2017.

Chi di noi non ha mai avuto da ridire sull’opportunità di spendere un determinato importo per la realizzazione di un nuovo servizio o di un investimento dello Stato? A chi non è mai sembrata faraonica una rotonda che, a suo avviso, si sarebbe potuta costruire con la metà dei soldi? Possibile che, di fronte a una spesa effettuata con i soldi dei contribuenti – e la sinistra estrema (socialisti, verdi, comunisti) è maestra, oggi sempre più con il sostegno della sinistra moderata (PLR e PPD), nello spendere denaro che non è ancora stato prodotto, al motto “un qualche santo provvederà!” – la possibilità di far valere il buonsenso dipenda dalla raccolta non sempre evidente di 7’000 firme?

Un esempio fra altri: la partecipazione del Ticino a Expo 2015. Il Gran Consiglio aveva approvato un credito di 3,5 milioni di franchi per la partecipazione del Ticino, con una comoda maggioranza di 51 voti contro 26. I contrari alla proposta, convinti che il cantone avesse ben altre priorità, lanciarono il referendum che raccolse 12’700 firme e il cui successo fu confermato in votazione popolare con il 54,5% di no.

Era peraltro evidente che la decisione del Consiglio di Stato prima, e del Gran Consiglio poi avrebbe verosimilmente suscitato la sdegnata reazione della popolazione, già confrontata con problemi ben più importanti (disoccupazione, pressione sui salari, frontalieri, eccetera), ma la maggioranza del Parlamento ritenne opportuno andare avanti – e con una certa arroganza, se si pensa all’infelice affermazione di quel consigliere di Stato che ebbe a dire “noi parteciperemo comunque…!” – contando forse sul fatto che l’impegno necessario per portare in porto un referendum avrebbe trattenuto i contrari dal lanciarlo. Si sbagliavano costoro, evidentemente, e fortunatamente il popolo poté votare (e respingere) questa proposta, facendo risparmiare una cifra non indifferente alle casse già malmesse del cantone.

Ebbene, non si può fare a meno di chiedersi: ma era proprio necessario dover raccogliere 7’000 firme per impedire questo sperpero di denaro? Se ci fosse stato il referendum finanziario, la messa in votazione sarebbe stata automatica, e non ci si sarebbe esposti al rischio – sempre latente in casi di referendum – di non riuscire a raccogliere le firme necessarie.

Basta questo esempio, dunque, a illustrare la validità della misura richiesta dall’iniziativa. È evidente che, se da una parte è bene che il popolo abbia l’ultima parola su investimenti e spese rilevanti, dall’altra bisogna evitare che lo stesso sia chiamato alle urne un giorno sì e l’altro ancora. Come? Fissando nella legge d’applicazione delle soglie minime abbastanza alte da far sì che la votazione popolare sia obbligatoria solo per spese incidenti sensibilmente sul bilancio del cantone e, nel contempo, stabilendo delle regole che impediscano delle astuzie come la suddivisione della spesa in diverse tranche, tutte inferiori al minimo fissato per l’obbligo del referendum ma che, globalmente, lo superano ampiamente. È un problema che si può risolvere in modo soddisfacente anche se, come detto all’inizio, può darsi che qualche furbetto tenti comunque di aggirare l’ostacolo, magari pure riuscendovi qualche volta. Ma nel complesso, il referendum finanziario è una misura ragionevole, senza controindicazioni e che qualche passo falso – vedi Expo 2015 – lo potrà evitare. Firmate quindi senza remore il formulario dell’iniziativa.

 

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