Quanto sono democratici gli algoritmi?

Giu 1 • L'opinione, Prima Pagina • 198 Views • Commenti disabilitati su Quanto sono democratici gli algoritmi?

Urs von der Crone
Presidente ds-SVP Tessin

Oggi ci imbattiamo ogni giorno nel termine “algoritmo”. Quando si devono risolvere dei problemi complessi, dai quali l’essere umano viene facilmente sopraffatto, si parla subito di queste formule miracolose. A loro si possono affidare i compiti più difficili. Recentemente, la Segreteria di Stato per la migrazione (SEM) ha reso noto che, in futuro, un algoritmo basato su una banca dati provvederà a che i rifugiati nel nostro paese trovino più rapidamente un posto di lavoro. Mentre finora, solo circa il 15% ha trovato un impiego entro tre anni, grazie all’algoritmo si potranno integrare professionalmente più rifugiati nei vari cantoni. Ci si può chiedere come mai un algoritmo, che dopotutto contiene solo delle prescrizioni per trattare un problema, possa fare più dei nostri funzionari federali. Forse è perché un computer può, in un tempo più breve, elaborare molti più dati di quanti non ne possa trattare un funzionario. Quest’ultimo sarebbe ben presto sopraffatto dal solo esame dei dossier e della documentazione e dovrebbe far capo ai previsti e ben meritati periodi di riposo. Non così il computer: esso è felice di lavorare, non si tira indietro qualunque sia il compito affidatogli e non ha bisogno di vacanze.

Sono molti anche gli algoritmi che in futuro si occuperanno delle nostre attività quotidiane, per esempio fare la spesa e cucinare. Già oggi, nelle agenzie matrimoniali, provvedono ad accoppiare le persone giuste. Gli algoritmi ben programmati sono in grado di apprendere – il che non si può dire di tutti gli esseri umani. Lavorando collezionano esperienze, imparano in continuazione e ne continuano gli sviluppi. All’inizio ricevono istruzioni e regole da un programmatore umano, in seguito si danno da soli le necessarie direttive e si sottraggono rapidamente al nostro controllo. Un momento o l’altro, l’essere umano perderà il controllo degli effetti degli algoritmi, semplicemente perché con le sue capacità intellettuali non sarà più in grado di capire che cosa il computer sta facendo. Non è perciò privo di rischio che la politica affidi a un computer dei compiti che la volontà popolare le ha assegnato. Sa il computer che cosa vuole il cittadino? L’algoritmo citato all’inizio vuole procurare un posto di lavoro al maggior numero possibile di rifugiati. Ma sa anche chi è un rifugiato riconosciuto e chi ha diritto all’accoglienza in Svizzera? Il computer deve essere al servizio delle decisioni democratiche e attenersi a esse. E soprattutto, i risultati di un algoritmo devono essere costantemente controllati e, se del caso, essere modificati democraticamente. Altrimenti diventeremo schiavi della digitalizzazione.

 

Un algoritmo risolve un problema complesso molto più rapidamente di un essere umano.

 

Comments are closed.

« »