Quadro? No

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Dalla Weltwoche del 12 ottobre 2017 l’editoriale di Roger Köppel

Roger Köppel
Chef-Redaktor Weltwoche

 

Imprenditori e manager, attenzione! Il vostro giornale, la NZZ si sbaglia. L’accordo-quadro con l’UE causerebbe alla Svizzera meno sicurezza giuridica.

In questo momento è rivelatore osservare il silenzio sulla questione Svizzera-UE a Berna. I partiti tacciono, gli intellettuali mantengono il riserbo. Anche il Consiglio federale toglie il piede dall’acceleratore. Una delle sue ultime sedute sarebbe dovuta essere consacrata all’«accordo-quadro», ma il governo ha preferito aggiornare ad altra data questo scottante tema. Si aspetta, dopo la partenza di Didier Burkhalter, l’arrivo del nuovo collega Ignazio Cassis, al quale l’UDC ha gentilmente ceduto il Dipartimento federale degli affari esteri.

Che cosa si nasconde dietro la bonaccia sull’UE? Una maggiore lucidità? Della tattica? Della tattica, certamente! L’UDC è riuscita almeno a rendere più prudenti gli amici di un’integrazione istituzionale della Svizzera nell’UE. Anche il termine «accordo-quadro» è passato di moda. Il Consiglio federale parla invece di un «accordo di consolidamento». La NZZ, penna a favore dell’integrazione nell’UE, fornisce una nuova formula edulcorata: «accordo di coordinamento». È evidente, bisogna raggirare gli oppositori all’integrazione, addormentare la loro vigilanza.

Ma attenzione, la questione rimane pericolosa. L’accordo-quadro non è morto, tutt’al più giace in un cassetto. Il Consiglio federale ha paura di rompere i negoziati con l’UE che fa pressioni. Cassis, il nuovo ministro degli affari esteri, s’è mostrato intransigente sull’integrazione istituzionale, in occasione della sua audizione di fronte all’UDC in vista della sua elezione, ma nelle prime interviste post-elezione i suoi toni si sono smorzati. Una proposta parlamentare dell’UDC di vietare l’inquadramento, è stata respinta da un’ampia maggioranza. Conclusione: sotto la cupola di Palazzo federale si continua ad arrancare verso l’UE.

Le righe che seguono s’indirizzano agli ambienti economici. Il quadro europeo non sarebbe soltanto un suicidio politico, sarebbe molto dannoso anche per le imprese. È indurre la gente in errore, quando la NZZ e l’amministrazione federale pretendono che l’accordo-quadro sarebbe un accordo di consolidamento o di coordinamento. Il quadro non consoliderebbe i rapporti bilaterali fra la Svizzera e l’UE, bensì li distruggerebbe. Perché? Perché rovescerebbe il rapporto contrattuale relativamente equo che abbiamo oggi, trasformandolo in una subordinazione giuridica unilaterale della Svizzera al diritto comunitario. Non si tratterebbe di un coordinamento, bensì di un totale stravolgimento.

Innanzitutto, perché la Svizzera sta meglio economicamente? Perché da noi sono le persone direttamente interessate a decidere. La Svizzera può fissare a modo suo le regole con le quali desidera difendere il suo posto nella concorrenza internazionale. Essa può reagire con flessibilità ai cambiamenti. Il che è un enorme vantaggio, in tempi agitati e instabili. L’UE è un blocco rigido, immobile sulle sue posizioni.

Quali sono i fatti? Dal 2008, l’UE vuole questo accordo-quadro. La Svizzera dovrebbe riprendere in futuro automaticamente il diritto europeo. Questo non concernerebbe solo i due pacchetti di bilaterali, ma tutti i 200 e rotti accordi che abbiamo stipulato con l’UE. Concernerebbe quindi l’immigrazione, i trasporti terrestri, l’elettricità, l’agricoltura, le derrate alimentari, la protezione degli animali, la fiscalità del risparmio, i servizi e un sacco di altri settori. Con un accordo-quadro, l’UE potrebbe, per esempio, ridurre unilateralmente le tasse di transito di Alptransit appellandosi all’accordo sui trasporti terrestri, senza che la Svizzera possa dire qualcosa o opporre il suo veto.

A parte il fatto che questo accordo-quadro significherebbe la messa sotto tutela politica della Svizzera, si può immaginare che la sua concreta messa in atto sarebbe estremamente difficile. Quali sono le parti della legislazione comunitaria applicabili alla Svizzera e quali no? Sarebbe molto difficile suddividerle. Il giurista liberale zurighese Richard Wengle ha puntato il dito in maniera convincente su questo spinoso tema nel suo nuovo libro sull’accordo-quadro. Il primo ostacolo è costituito da chi decide quale sia la legislazione comunitaria applicabile infine anche alla Svizzera. Attualmente sarebbe la Corte di giustizia dell’UE ad avere la competenza d’interpretazione. Una prospettiva catastrofica per le imprese, perché nessuno saprebbe a priori come i giudici europei dirimeranno caso per caso. Secondo Wengle, «ciò si tradurrebbe in anni d’incertezza e di litigi».   Questo punto è importante, perché i partigiani dell’accordo-quadro, al di fuori della NZZ principalmente la sinistra, sostengono che l’integrazione istituzionale della Svizzera nell’UE porterebbe «più sicurezza giuridica» e delle «condizioni stabili». Ed è anche quanto afferma il Consiglio federale. Esso lavora per rendere più sopportabile per la Svizzera la ripresa «automatica» del diritto, chiamandola «ripresa dinamica». Ma è vero il contrario.

Per «dinamica» s’intende il fatto che la Svizzera possa respingere per via legislativa (votazione popolare o parlamentare) le regole dell’UE che non desidera. Le divergenze sarebbero allora portate di fronte alla Corte di giustizia dell’UE e, alla fine di questa procedura, l’UE avrebbe il diritto di imporre delle sanzioni. Sapere precisamente chi le definirebbe e quale sarebbe la loro entità, è ancora oggetto di negoziati. Ciò permetterebbe, come spera il Consiglio federale, di garantire contemporaneamente la sicurezza giuridica e l’indipendenza della Svizzera in modalità «dinamica».

Nel suo libro, Wengle svuota con brio della sua sostanza questa argomentazione. citando lo stesso Consiglio federale: «Se la decisione non può essere adottata in modo di permettere un’applicazione simultanea, le modifiche previste sono applicate in maniera provvisoria […]». La Svizzera dovrebbe così sempre adottare a titolo temporaneo tutte le regole dell’UE. Tuttavia, il processo «dinamico» celerebbe nell’ombra l’eventualità di un’applicazione a lungo termine delle norme. Se la Svizzera arrivasse a imporre il suo punto di vista in una procedura contenziosa contro l’UE, le imprese svizzere dovrebbero tornare alle regole svizzere. Wengle riassume ciò con una battuta da borsista: «L’incostanza non rende».

L’accordo-quadro non porterebbe dunque più sicurezza giuridica alla Svizzera, bensì meno. Farebbe di noi, de facto, un paese asservito all’UE senza diritto né d’intervento né di veto. Sarebbe solo una questione di tempo perché, dopo questo inquadramento insoddisfacente, s’innalzi l’appello a favore di una piena adesione all’UE. Sarebbe l’abbandono definitivo della Svizzera. Sacrificheremmo la nostra democrazia e la nostra autodeterminazione. La flessibile Svizzera sarebbe integrata nella rigida UE. Francamente, ciò non è serio!

 

Richard Wengle: Schweiz–EU. Das Rahmenabkommen als Stolperstein auf dem bilateralen Weg. (Svizzera-UE. L’accordo-quadro, l’ostacolo alla via bilaterale.) Stämpfli

 

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