Perché le lobbies della ricerca vogliono l’accordo sulla Croazia

Apr 18 • Dall'UDC, Dalla Svizzera, Prima Pagina • 435 Visite • Commenti disabilitati su Perché le lobbies della ricerca vogliono l’accordo sulla Croazia

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Di Felix Müri, consigliere nazionale (LU)

 

Il cosiddetto “protocollo sulla Croazia” sarà dibattuto in Svizzera nei prossimi mesi. Si tratta dell’estensione della libera circolazione delle persone fra la Svizzera e l’UE alla Croazia, nuovo membro dell’UE. Da quando la Costituzione contiene una norma esigente che la Svizzera gestisca in modo autonomo l’immigrazione sul suo territorio, questo protocollo non può essere firmato, perché viola questa stessa Costituzione. Perlomeno così è come argomentava finora il Consiglio federale.  Ma che rapporto c’è fra questo accordo e la politica della ricerca scientifica? Dopo l’accettazione dell’iniziativa popolare contro l’immigrazione di massa, Bruxelles ha messo la Svizzera sotto pressione, minacciandola di sospendere la cooperazione scientifica. E le lobbies della ricerca partecipano allegramente a questo malsano giochino, per poter anche loro attingere a questi miliardi di euro dei contribuenti.
Il Consiglio federale ha così deciso di far passare il protocollo sulla Croazia in Parlamento con un atto di forza. Dopo l’accettazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa aveva ancora argomentato che questa estensione della libera circolazione delle persone alla Croazia era contrario alla Costituzione, quindi impossibile.
L’UE fa pressione per mezzo della ricerca
Nel poker che si sta giocando fra la Berna federale e Bruxelles, l’UE aveva, subito dopo l’accettazione dell’iniziativa, vincolato in modo totalmente arbitrario il proseguimento della cooperazione nel quadro del programma di ricerca Horizon 2020 al mantenimento integrale della libera circolazione delle persone. Queste minacce hanno avuto l’effetto scontato. Non esiste peraltro alcun legame formale fra questi due dossier, per cui anche dei paesi senza libera circolazione delle persone con l’UE possono partecipare completamente a questo programma di ricerca. Quanto alla lobby svizzera della ricerca, essa ha innalzato alti lai e annunciato la fine della ricerca scientifica in Svizzera qualora il nostro paese fosse tagliato fuori dal programma di ricerca UE. Bisogna osservare, a questo proposito, che la ricerca svizzera è perfettamente in rete a livello mondiale e che ha raggiunto un grado molto elevato con le sue forze. Degli scienziati svizzeri partecipano a numerosi programmi europei e internazionali al di fuori di Horizon 2020, e continueranno a farlo.
Denaro dei contribuenti per miliardi
Nessuno rifiuta denaro dallo Stato per il suo campo politico, per il suo settore o per il suo gruppo. È quindi comprensibile che le lobbies della ricerca tengano assolutamente a partecipare al programma-quadro di ricerca Horizon 2020. C’è in ballo parecchio denaro che, tramite la burocrazia di Bruxelles, arriva in Svizzera. A questo proposito si possono tuttavia rilevare due aspetti problematici: innanzitutto, più denaro non significa necessariamente una migliore ricerca; secondo, è preoccupante che la lobby della ricerca permetta che si abusi di lei per raggiungere degli obiettivi politici mediante una pesante violazione della Costituzione federale. Di fronte a un’UE che fa pressioni sulla Svizzera a seguito di una decisione democratica perfettamente legittima, è per me incomprensibile che un gruppo o delle persone i cui interessi particolari sono toccati, non contribuiscano a difendere il paese contro tali ricatti. Invece di essere aperte in modo pragmatico e creativo a nuove soluzioni, questa lobby si aggrappa con accanimento alle sovvenzioni via Bruxelles invocando cliché pretestuosi del tipo “cooperazione scientifica internazionale” o “futuro della ricerca scientifica svizzera”. Invece di ammettere onestamente che si vuole semplicemente più denaro dei contribuenti per realizzare i propri progetti.
Che genere di ricerca?
Osservando le spese svizzere per la ricerca, si constata che è soprattutto l’economia privata a investire molto denaro nella ricerca e nello sviluppo. E va molto bene così. Questo modo di finanziamento garantisce che il denaro della ricerca sia effettivamente utile alla società e all’economia. Non è così con i programmi di ricerca dell’UE, dove le attività dei ricercatori sono teleguidate in funzione di motivazioni politiche. Almeno il 60% dei fondi di cui dispone il programma Horizon 2020 è posto sotto lo slogan politico molto di moda “sviluppo sostenibile”, il cui 35% va alla protezione del clima. Così, dei miliardi di euro sono impiegati in attività dai titoli vaghi come “energie rinnovabili”, “protezione del clima”, “utilizzo sostenibile delle risorse”, “economia agricola e forestale sostenibile”, “eco-investimenti”, “trasporti rispettosi dell’ambiente” o ancora “sistemi sanitari e sociali sostenibili”. Va da sé che tutte queste ricerche mirano anche ad applicare sistematicamente il principio delle pari opportunità. Per me, non si tratta di una ricerca scientifica libera e indipendente.

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