Per quanto ancora continueranno le nostre angosce di castrazione?

Giu 24 • L'opinione, Prima Pagina • 340 Visite • Commenti disabilitati su Per quanto ancora continueranno le nostre angosce di castrazione?

Patanegra

Porcherie

Eureka, evviva, hurrà! Abbiamo vinto: perché i ministri degli affari interni UE, nella loro infinita magnanimità, sono venuti incontro alla Svizzera. Il 10 giugno hanno deciso che in Svizzera i militi (secondo le regole stabilite esattamente dall’UE) potranno portare a casa e conservare dopo il servizio militare la loro arma d’ordinanza – forse: perché ora deve occuparsi ancora della cosa il Parlamento europeo, cui dovrà far seguito l’accordo di tutti gli Stati membri dell’UE. La tremarella fino alla “vittoria finale” dunque continua. E altrettanto la speranza che l’UE, rispettivamente la CEDU non decidano poi che un piccolo Stato neutrale come la Svizzera non possa più possedere un suo proprio esercito armato.

 

I nostri temerari negoziatori svizzeri, che danno a intendere di avere ottenuto questo “successo” dopo dure trattative, sono quasi sconcertati da cotanta fortuna. Così tanta disponibilità da parte dell’UE non l’avevano seriamente auspicata né attesa nemmeno nei loro sogni più rosei.  

 

Magari adesso si faranno più spavaldi e chiederanno all’UE addirittura l’accettazione che anche in futuro la Svizzera potrà continuare a esportare il suo formaggio Emmentaler con buchi dal diametro superiore ai 15 mm. L’attuale normativa sulla curvatura delle banane ci preoccupa meno, ma attenzione alle imminenti ordinanze sulla lunghezza massima dei Bratwurst. San Gallo trema. 

 

Io non riesco veramente a rallegrarmi molto di questo tanto decantato successo parziale nell’estenuante trattativa in merito alle armi d’ordinanza, rispettivamente di questo atto di clemenza dell’UE. Perché l’euforia è subito smorzata dall’angosciosa domanda: uno Stato sovrano, che non fa in alcun modo parte dell’UE, deve dunque dipendere a tal punto dalla magnanimità di Bruxelles per questioni d’inequivocabile politica interna? Dobbiamo proprio pellegrinare ogni volta a Bruxelles per cercare, con estenuanti trattative, di ottenere che in casa nostra possiamo ancora fare ciò che vogliamo e che riteniamo giusto?

 

Ammettiamolo: tutti questi problemi li abbiamo creati noi. L’UE non ce li ha mai accollati, li abbiamo cercati noi. La normativa sull’arma d’ordinanza è stata originata dal diritto “dinamico” di Schengen. E la Svizzera ha a suo tempo aderito al sistema Schengen/Dublino dell’UE. Come recita il detto: “Hai voluto la bicicletta, ora pedala!”. Il popolo ha deciso a suo tempo del tutto liberamente, seppure spinto – per usare un eufemismo – da una valutazione totalmente sbagliata delle autorità (in modo meno “politicamente corretto” sarebbe giusto parlare di una monumentale montagna di menzogne). Il sistema Schengen/Dublino è stato fin dall’inizio un eccesso di fantasticherie europolitiche, non ha mai funzionato né mai funzionerà. Cosa impedisce dunque alla Svizzera di abbandonare questa pazzia, invece di dover andare ogni volta in pellegrinaggio a Bruxelles a chiedere pietà all’UE? Per quanto tempo ancora continueranno le nostre angosce di castrazione?

 

(Nota bene 1: i ministri degli affari interni dell’UE hanno accettato il compromesso con la Svizzera unicamente perché temevano che un Njet alla custodia a casa dell’arma d’ordinanza avrebbe potuto portare a un referendum e quindi alla fine della partecipazione svizzera all’accordo di Schengen).

 

(Nota bene 2: a mio modesto parere, gli atti di terrorismo internazionali ben difficilmente, per non dire mai, saranno effettuati con il fucile d’assalto svizzero. Perché l’UE non proibisce piuttosto la produzione dei Kalashnikov – arma di gran lunga preferita dai terroristi – e, visto che il suo inventore era russo, dichiarando guerra a Putin?).

 

Invece no: invece di affermare la sovranità e la neutralità della Svizzera nel circo internazionale, e di difendere i propri interessi come fanno gli altri Stati, si preferisce dedicarsi a sogni internazionalistici dentro e fuori dell’UE. La diplomazia svizzera preferisce sognare un’adesione all’UE, un futuro segretario svizzero dell’ONU e/o un seggio svizzero nel Consiglio di sicurezza dell’ONU. Quanto tempo ci vorrà ancora perché, conformemente all’attuale politica di “neutralità attiva”, si nomini il comandante più alto in grado di ISIS Capo-Imam di tutte le moschee in Svizzera o si proponga il dittatore nordcoreano Kim Jong Un al premio Nobel per la pace?   

 

È vero, viviamo in un mondo sempre più internazionalista. Un totale isolamento del nostro paese non è possibile. Per la sopravvivenza di un piccolo Stato neutrale in un tale mondo è necessario un minimo di consapevolezza. Non dovrebbe essere così difficile per uno Stato finanziariamente potente come la Svizzera. Perché internazionalmente non siamo dei mendicanti, bensì – laddove partecipiamo – perlopiù dei grandi pagatori. A livello internazionale dovremmo perciò piuttosto esigere che non cercare costantemente grazia. Dovremmo anche dire più spesso chiaramente NO, invece di accontentarci servilmente dei peggiori compromessi internazionali, anche se presentati dalle autorità quali migliori alternative possibili.  

 

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