Per la libertà e i diritti democratici

Apr 3 • L'opinione, Prima Pagina • 611 Views • Commenti disabilitati su Per la libertà e i diritti democratici

Thomas De Courten Consigliere nazionale UDC, Rünenberg (BL)

Thomas De Courten
Consigliere nazionale UDC, Rünenberg (BL)

La sinistra politica si serve sempre più sovente dello Stato per cambiare la società. Essa abusa delle istituzioni politiche e mina la concezione tradizionale dei cittadini e dello Stato. Secondo la nostra visione delle cose, lo Stato deve ubbidire ai mandati che gli dà il cittadino, non viceversa.

“Colui che abbandona la libertà per ottenere un po’ di sicurezza, non merita né l’una né l’altra, e finisce per perdere ambedue”. Queste parole di Benjamin Franklin mi sono passate per la testa quando recentemente ho inteso il professor Georg Kreis criticare aspramente i diritti democratici. Membro del PLR, professore di storia in pensione, ex-direttore dell’istituto europeo e portavoce impegnato della commissione Berger e della commissione anti-razzismo, Georg Kreis non è la prima volta che se la prende con l’uso “senza vergogna e senza ritegno” dei diritti popolari nella politica svizzera. Una volta s’è pure lamentato del fatto che, tenendo conto della partecipazione alle votazioni, ”una minoranza di individui brutali, stupidi e doppiamente irresponsabili, potevano annullare i pareri accuratamente ponderati del Consiglio federale e del Parlamento”. Tutto ciò la dice lunga circa il rispetto di questo signore per le decisioni del sovrano.

Ma Georg Kreis non è il solo che cerca di limitare i diritti del popolo. In questo si unisce agli ambienti che mettono tutto in atto per sviluppare uno Stato accentratore e dirigista, ossia la sinistra politica. Questi ambienti sono progrediti talmente bene, che riescono a ostacolare, addirittura a impedire completamente l’applicazione di iniziative popolari approvate  da popolo e cantoni. È il caso per le iniziative dell’UDC per l’espulsione degli stranieri criminali e contro l’immigrazione di massa. L’iniziativa d’attuazione dell’UDC è stata dichiarata parzialmente invalida dalla Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati, perché dava fastidio a qualche parlamentare. E che dire della cancelliera della Confederazione, Corina Casanova, che ha istituito un gruppo di lavoro portante il bel titolo di “Democrazia vivainta” (Democrazia viva), incaricato di elaborare delle proposte di limitazione dei diritti democratici. Difficile far meglio nell’assurdità e nella contraddizione!

La gerarchia dello Stato svizzero

Sono costernato di fronte a questi ripetuti tentativi, aperti o dissimulati, di restringere il diritto all’autodeterminazione delle cittadine e dei cittadini. Questa mentalità colpisce al cuore la concezione liberale dello Stato e dei cittadini. Le persone che la condividono vogliono invertire i rapporti fra lo Stato e i cittadini. Mi ricordo con sgomento lo sguardo intransigente della consigliera federale Simonetta Sommaruga durante una puntata della trasmissione della televisione svizzero-tedesca “Arena”, quando il consigliere nazionale Adrian Amstutz esponeva semplicemente la gerarchia del sistema statale svizzero: “Il Consiglio federale non troneggia ben al di sopra delle teste dei cittadini, bensì è esattamente il contrario: il popolo è al di sopra di tutti, poi viene il parlamento e infine l’autorità esecutiva”. 

L’educazione della gente da parte degli ambienti cosiddetti progressisti

Di questi tempi, dobbiamo combattere affinché l’attuale maggioranza di centrosinistra non sviluppi ancora di più lo Stato secondo l’ideologia socialista. Non sarebbero più i cittadini a dirigere lo Stato, bensì lo Stato a imporre le sue visioni ai cittadini! Non mancano gli esempi concreti per illustrare questa politica: la “modernizzazione del diritto della famiglia, le quote rosa imposte dallo Stato, le tasse d’incentivazione sull’energia, o le campagne di “sensibilizzazione” incoraggianti i risparmi energetici e demonizzanti il consumo di tabacco, la classificazione dell’omofobia quale reato penale, e vi risparmio le più penose. I bersagli preferiti di questa strumentalizzazione dello Stato sono le famiglie, le politiche dell’educazione, dell’ambiente e dell’energia, nonché le politiche della salute e, beninteso, della socialità.

Il primo compito dello Stato è di vegliare sulla sicurezza e sulla libertà dell’individuo. Ma per la sinistra, lo Stato deve innanzitutto educare la gente ad allinearsi sull’ideologia socialista. A questo fine, si basa sull’idea del “progressivismo”, dunque sul principio secondo il quale lo Stato deve dirigere lo sviluppo della società in una certa direzione. Questo progressivismo è fondamentalmente l’opposto della concezione liberale della libertà individuale e dell’autodeterminazione.

Questa politica mina il carattere fondamentalmente liberale del sistema statale svizzero. Le sue conseguenze sono, non solo il gonfiamento di un apparato statale sempre più costoso, ma anche la perdita di fiducia da parte dei cittadini nei confronti di uno Stato che dovrebbe difendere l’interesse generale, in particolare vegliando sulla sicurezza di tutti, nelle istituzioni statali e nella politica. Questa evoluzione è contraria alle aspettative dei cittadini e alle idee del nostro partito circa il ruolo dello Stato. L’utilizzo dello Stato per modificare la società distrugge delle colonne portanti della Confederazione.


Un’escursione storica

La Svizzera non è la sola a subire questa tendenza a strumentalizzare lo Stato per far avanzare delle idee “progressiste”. Gli Stati uniti d’America hanno conosciuto un’espansione massiccia delle attività statali negli anni trenta, sotto il presidente Franklin D. Roosevelt (New Deal), poi negli anni sessanta con il presidente Lindon B. Johnson (Great Society). Uno Stato onnipresente toglie certe preoccupazioni esistenziali agli individui, ma li mette in uno stato di dipendenza interna ed esterna. Paralizza così, a lungo termine, la capacità di fissarsi degli obiettivi ambiziosi e di raggiungerli con i propri mezzi. Invece di puntare sulla responsabilità individuale, lo Stato si preoccupa del benessere dei cittadini e finisce per definirlo lui stesso. Una correzione è avvenuta negli anni ottanta sotto la presidenza di Ronald Reagan che mise fine a una serie di programmi sociali e abbassò le imposte, generando nel popolo americano nuove energie. Gli Americani vi trovarono  uno slancio di libertà e di prosperità.

Dov’è il problema?

A prima vista, parrebbe normale e umano che dei deputati politici tentino di servirsi dello Stato per realizzare le loro idee. Non è forse un principio democratico? Non può ognuno decidere in funzione delle sue idee e dei suoi interessi personali? Dove si situa, allora, il problema di uno Stato “progressista” che si sforza di modificare la società?

Due punti di vista sono essenziali. Primo, lo Stato gestisce il monopolio della violenza. Ciò significa che lo Stato ha il diritto esclusivo e incontestabile di adottare dei mezzi violenti per far fronte ai propri compiti. Questi mezzi sono l’esercito, la polizia e i tribunali, ma anche l’applicazione e l’interpretazione del diritto. Ciò va dalla Costituzione al Piano di studi 21. Questi mezzi assoluti di cui dispone lo Stato per imporre la sua volontà interessano moltissimo agli ambienti che cercano di cambiare la società. E tentano perciò di metterli al servizio della loro ideologia. L’evoluzione regolare e pacifica della Svizzera da generazioni non deve farci dimenticare a che punto i protagonisti dello Stato possono essere pericolosi, violenti e brutali. Le cittadine e i cittadini di passate dittature come la Russia o la Germania o i testimoni di dittature di clan come in certi paesi arabi, africani o dell’America centrale, hanno imparato a loro spese  e visto con i loro occhi ciò che significa la violenza di Stato. 

Il livello d’intervento è un altro punto di vista. Come nello sport, noi facciamo la distinzione fra le regole del gioco e il gioco stesso. Esprimere le proprie opinioni in occasione di votazioni fa parte del gioco: la modifica del senso dello Stato concerne invece le regole del gioco.

Niente funziona senza patriottismo

È evidente che il popolo ha il diritto di modificare le regole del gioco in una democrazia. Ciò deve tuttavia essere fatto in piena luce e non in maniera sorniona o addirittura con il ricorso alla violenza. In ogni caso, le autorità e i cittadini devono, nel loro agire, mirare all’interesse comune, quindi alla nazione. Essi devono agire, parlare e riflettere come patrioti. Questa esigenza comprende, oltre all’amore per la patria, una buona dose di autodisciplina e una formazione liberale della personalità.

In mancanza di questi fattori, lo Stato degenera fino a diventare un moloch auto soddisfatto, arbitrario e disponente della vita altrui. Il dibattito politico diventa allora una battaglia per conquistare un bottino, il potere dello Stato, che ognuno vuole accaparrarsi per utilizzarlo ai propri fini. E non è certamente quello che vogliamo. Dobbiamo perciò difendere i diritti del popolo e tutto ciò che fa la forza e la libertà della Svizzera, ossia uno Stato liberale, e non uno Stato progressista.


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