Ottime orchestre svizzere alle Settimane musicali di Ascona

Set 25 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 975 Views • Commenti disabilitati su Ottime orchestre svizzere alle Settimane musicali di Ascona

Spazio musicale

Il quarto concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven è un capolavoro che deve gran parte del suo fascino al carattere lirico, idilliaco, in certi punti perfino sognante, del primo tempo. Segue un “andante con moto” in cui il pianoforte, mediante tocchi semplici e delicati, ammansisce a poco a poco la burbera severità degli archi, in una contrapposizione tra le più suggestive della letteratura sinfonica. Nel “rondò”, infine, appare un sereno e vivacissimo gioco sonoro. Francesco Piemontesi, che ha sostenuto la parte solistica nell’esecuzione ascoltata il 31 agosto nella Chiesa di San Francesco a Locarno, per il secondo concerto delle Settimane musicali di Ascona, ha portato nel lavoro beethoveniano una visione assai personale, immettendovi forti accenti drammatici e alquanto virtuosismo. Volumi elevati, forti contrasti dinamici, incisività nei fraseggi hanno caratterizzato la sua prestazione. Si sono ammirate la tecnica agguerrita e la chiarezza della lettura mentre ha sorpreso la linea interpretativa generale.

Per la “Sinfonia fantastica”, che ha occupato la seconda parte della serata, Berlioz scrisse un programma, avvertendo però che, se essa viene eseguita in un concerto, si può tralasciare di distribuirlo al pubblico; basta conservare i titoli delle cinque parti poiché la composizione, così sperava l’autore, può fornire in sé un interesse musicale indipendente da ogni intenzione drammatica. L’avvertimento e la speranza di Berlioz sono giusti. A differenza di molti lavori a programma, in cui la lettura del programma stesso ha un’importanza essenziale, qui è sufficiente la conoscenza dell’impostazione generale. E anche questa, per un ascoltatore sensibile, può essere intuita. Cerco di chiarire l’idea avvalendomi del secondo tempo (“Un ballo”). Se il valzer fosse nel vero spirito di questo tipo di danza, quindi gioia nel movimento e gioia di vivere, l’apparizione dell’”idea fissa”, che porta il pensiero del protagonista sulla donna disperatamente amata ed esprime il suo tormento, costituirebbe una rottura totale. Allora sul piano musicale apparirebbe una incongruenza e un disturbo, per cui il programma sarebbe indispensabile allo scopo di darne una giustificazione. Solo che il valzer della “Sinfonia fantastica” non corrisponde per nulla alle caratteristiche del genere: nella parte introduttiva gli arpeggi dei violoncelli e dei contrabbassi, con la loro tinta scura, e le ascese delle arpe, sempre evocanti qualcosa di misterioso, poi il motivo principale, non privo di un certo affanno e una certa inquietudine (benchè la didascalia dica “dolce e tenero”) creano un clima tutt’altro che sereno e spensierato. In questa circostanza l’emergere dell’”idea fissa”, nonostante il passaggio dal “fortissimo” al “pianissimo” e nonostante qualche particolarità tonale, insomma nonostante diverse novità di forma, si inserisce naturalmente, non muta l’atmosfera, continua il carattere irreale della musica, si aggira come un’ombra in un ambiente già turbato e non rappresenta una contraddizione richiedente necessariamente una spiegazione programmatica.

Neeme Järvi dal podio e l’Orchestre de la Suisse Romande, che avevano validamente accompagnato il Piemontesi nella prima parte, hanno fornito una interpretazione splendida del lavoro di Berlioz. Il direttore si è limitato a gesti sobri e semplici ma di grande significato e ha saputo far emergere tutti gli aspetti della sinfonia pur rimanendo nell’ambito di una ammirevole compostezza. Compostezza che è stata apprezzata soprattutto nei due ultimi tempi, i più problematici per quanto concerne il gusto. Ebbene lo Järvi nella “marcia al supplizio”, che contiene una “pericolosa” commistione di tragico e grottesco, ha fatto intelligentemente prevalere il primo elemento e conferito dignità alla composizione. Quanto al “sabba” è riuscito ad evitare il puro fragore e a farne una grandiosa e trascinante parata di colori strumentali. Dell’orchestra sia detto ogni bene. Ho trovato formidabili, in particolare, gli archi. Certamente la scelta di far spazio, in questa edizione delle Settimane musicali di Ascona, a complessi svizzeri si sta confermando una idea felicissima. Dopo la Tonhalle-Orchester di Zurigo (non ero presente al suo concerto, ma tutti me ne hanno parlato in termini assai positivi), quella della Svizzera romanda ha mostrato che anche il nostro Paese possiede parecchio da offrire in campo sinfonico. Seguiranno la Kammerorchester Basel e naturalmente l’Orchestra della Svizzera italiana, la quale non mancherà certo di farsi onore a sua volta.

Mozart e Bruckner a Lucerna

Nella prima parte del quattordicesimo concerto sinfonico del Lucerne Festival Kristian Bezuidenhout, accompagnato dalla Royal Concertgebouw Orchestra Amsterdam, diretta da Daniel Harding, ha eseguito il concerto per pianoforte e orchestra KV 456 di Mozart. Espressione gioiosa e fresca inventiva ritmica e melodica dominano nel primo tempo, tuttavia con qualche breve passaggio di turbamento o riflessione, come se Mozart volesse rammentarci che nella vita non ci sono soltanto brio e contentezza. Viene poi un “andante un poco sostenuto” basato su un tema con l’andamento di un gemito, ma un gemito non completamente sincero, per cui la musica si tinge di ironia. Nelle variazioni il tempo evolve verso altri orizzonti, diventa agitato, poi assume un carattere serio e alla fine si dissolve misteriosamente. Una vivacità inesauribile anima il finale, per lunghi tratti manifestando irrefrenabile gioia di vivere, talvolta però producendo anche l’irrompere di forza drammatica, che potrebbe diventare spuria ma che il genio mozartiano  assorbe senza provocare fratture e quindi senza compromettere la compattezza della composizione.

Tutto questo lo Harding e il Bezuidenhout sembrano averlo inteso all’incontrario. Nel primo tempo lo spirito riflessivo, presente solo sporadicamente, si è esteso a ogni sua parte, con la conseguenza di farlo diventare uniforme e grigio. Ovunque si sono ascoltati volumi molto moderati nonché musica in punta di piedi, smussata, sfumata, sommessa, con accenni chiaroscurali. Di questa linea interpretativa ha poi sofferto in modo particolare il tempo lento. L’esecuzione del tema ha avuto scarso rilievo, contrariamente a quanto dovrebbe accadere nella forma del tema con variazioni, essendo necessario imprimere il tema stesso nella mente dell’ascoltatore (di passaggio, sono rimasto sorpreso che il programma di sala parlasse di analogie con motivi del “Ratto dal serraglio” e del “Flauto magico” quando è invece evidente la stretta parentela con l’aria di Barbarina delle “Nozze di Figaro”). L’ironia è stata completamente assente. Dopo il soporifero “andante un poco sostenuto” neppure il rondò ha risollevato lo spirito. Il Bezuidenhout ha sicuramente delle capacità notevoli e sa percorrere ta tastiera con mano agilissima e leggerissima (il che potrebbe giovare in altre composizioni ma non qui). È sicuramente un interprete molto sensibile e raffinato. Però cerchi di infondere più vita nelle sue interpretazioni.

Nella seconda parte della serata lo Harding ha diretto la quinta sinfonia di Bruckner con impegno ma raggiungendo risultati modesti.

 

Carlo Rezzonico

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