Opere di Rimskij-Korsakov e Stravinskij a San Gallo

Apr 20 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 184 Views • Commenti disabilitati su Opere di Rimskij-Korsakov e Stravinskij a San Gallo

Spazio musicale

Capita raramente, almeno in Occidente, che venga rappresentata l’opera “Kascej l’immortale” di Rimskij-Korsakov. Pertanto, ora che il Theater St. Gallen l’ha allestita, mi sono messo subito in viaggio.

Quando si parla di un lavoro poco conosciuto conviene per prima cosa riassumere il soggetto. Kascej, personaggio strano e cattivo, ha rinchiuso la sua morte in una lacrima della bellissima figlia Kaschtschejewna e siccome questa è durissima di cuore e ignora che cosa sia il pianto dà per sicuro che il suo decesso non uscirà mai dagli occhi di lei, garantendogli l’immortalità. Sopraggiunge il principe Iwan, impegnato nella ricerca della principessa Millevoltebella, fatta prigioniera da Kascej. La ama e ne è riamato. Kaschtschejewna vorrebbe ucciderlo, come ha già fatto per molti uomini, ma poi, cosa stranissima, se ne invaghisce, gli risparmia la vita e cerca di conquistarne i favori. Iwan però rimane fedele a Millevoltebella. Kaschtschejewna delusa si rattrista, si commuove, dai suoi occhi escono lacrime, compresa quella contenente la morte di Kascej e questi cade privo di vita.

Un’opera fantastica, dunque, con molte magie e avvenimenti soprannaturali, che tuttavia adduce alla vittoria del Bene passando da momenti lirici (la desolazione della principessa Millevoltebella prigioniera), forti contrasti (Kaschtschejewna indecisa se uccidere Iwan o lasciarlo vivere), gelosie (tra la principessa Millevoltebella e Kaschtschejewna) e perfidi propositi (i monologhi del protagonista e di sua figlia). Rimskij-Korsakov usa un recitativo che spesso diventa arioso e talvolta si avvicina perfino all’aria (assai bello lo slancio melodico della principessa alla sua sortita) e costruisce con mano abbastanza felice i pezzi d’insieme (duetti e terzetti). Ma dove il compositore si distingue particolarmente – non poteva essere diversamente – è nella strumentazione, che è ricca, varia, colorita e scintillante nonostante la generale atmosfera cupa dell’opera.

L’edizione sangallese richiede un discorso differenziato. Ottimi i cantanti: Tatjana Schneider, dalla voce estesa, limpida e fresca, ideale per la principessa, Ieva Prudnikovaite, una mezzosoprano in possesso di mezzi forti, vibranti, intensamente drammatici e non da ultimo di una presenza assai seducente, come si conviene alla perfida figlia di Kascej, Shea Owens, che ha prestato al principe Iwan splendide emissioni di baritono, Martin Summer, capace di destreggiarsi bene come Cavaliere del vento, infine Riccardo Botta, un Kascej dalla voce piccola e lacerata, presentato anche dalla regia in malo arnese. E qui bisogna fare un appunto, perché il protagonista ha suoi momenti forti, dovrebbe imporsi e farsi sentire. Quanto alla direzione musicale faccio parecchie riserve. Il direttore Modestas Pitrenas stranamente ha ammorbidito e quindi indebolito il testo musicale. Avrei desiderato invece un’orchestra più viva, decisa, incisiva, più presente insomma e maggiormente capace di far emergere i valori strumentali della partitura. Dal canto loro i responsabili della parte visiva dello spettacolo hanno dato forte rilievo alle caratteristiche fantastiche dell’opera, talvolta con qualche stravaganza di troppo, ma complessivamente con buon esito.

 

La serata ha incluso anche “Le Rossignol” di Stravinskij. Questo lavoro narra i portenti di un usignolo che, grazie al canto irresistibilmente incantevole, induce la Morte e non uccidere l’imperatore di Cina. Così il sovrano si salva, ricupera le forze e guarisce, meravigliando i cortigiani accorsi sul posto nella convinzione di dover celebrare le esequie. La musica di Stravinskij raggiunge un valore notevole quando si scatena in ritmi rudi, angolosi e violenti o quando produce tinte forti e abbaglianti. Viceversa il canto dell’usignolo ha poca grazia e poco fascino, lasciando emergere lo sforzo di un compositore non perfettamente a suo agio nella circostanza; ci sono vocalizzi e sovracuti, ma questi non bastano per fare un personaggio convincente. Il dislivello artistico si manifesta particolarmente all’inizio del secondo atto, dove i preparativi per la grande festa presso l’imperatore si traducono in brusche scosse sonore nello stile tipico del musicista russo ma subito dopo il canto dell’usignolo non riesce, per così dire, a spiccare il volo.

Sheida Damghani è stata una buona protagonista, anche se i suoi mezzi non sono proprio tali da rendere credibili i prodigi dell’uccello. A posto gli altri cantanti. Sul direttore e sulle prestazioni dell’orchestra non c’è nulla da aggiungere a quanto si è detto per “Kascej l’immortale”. Dirk Schmeding, regista, Martina Segna, scenografa, e Frank Lichtenberg, figurinista (i medesimi dell’altra opera) hanno sdoppiato il personaggio dell’usignolo ponendo la cantante da un lato della sala e una bravissima bambina in scena; inoltre hanno voluto attualizzare in qualche modo l’opera, tralasciando di considerare che un lavoro pensato in quanto fiaba risulta noioso e ridicolo se non viene allestito come tale, con le sue suggestioni, i suoi misteri e la sua lontananza nel tempo.

La rappresentazione del 2 aprile, alla quale ho assistito, è stata frequentata da molti giovani; buon successo.

Musica nel Mendrisiotto

Il nome di Spohr appare raramente nei programmi dei teatri e delle sale da concerto, al punto che molti frequentatori di manifestazioni musicali lo ignorano. Eppure, questo musicista, nato nel 1784 e morto nel 1859, dunque attivo nel periodo di transizione dal classicismo al romanticismo, ha lasciato una produzione enorme, che senza raggiungere vette da capolavoro, possiede grande dignità. Se ne è avuta una prova il 17 marzo a uno degli abituali concerti della domenica mattina organizzati da Musica nel Mendrisiotto. Sono stati eseguiti “Sechs deutsche Lieder” op. 103, scritti su richiesta della Principessa di Sondershausen, la quale voleva dei pezzi per soprano con accompagnamento di pianoforte e clarinetto. Riconosciuta la bellezza melodica della parte vocale e reso onore al discreto ma efficace lavoro del pianoforte bisogna dire che il clarinetto si impone autorevolmente, sia nelle battute introduttive, sia nella perorazione finale sia ancora nel dialogo con il canto, come se volesse far risaltare la sua presenza – diciamo così – di intruso in un genere solitamente scritto per voce e pianoforte. Bei brani, in ogni caso, con momenti distesi e momenti impetuosi, sempre trattati con mano sicura da un compositore esperto.

Ha fatto seguito “Der Hirt auf dem Felsen” op. 129 di Schubert, una composizione splendida, che per la durata, la struttura e la ricchezza dei contenuti trascende largamente i limiti del “Lied”. In essa, nonostante il titolo, che fa pensare a un lavoro esclusivamente idilliaco, appaiono anche aspetti ombrosi e passaggi drammatici, tutti recanti l’impronta inconfondibile del genio. Con un salto assai brusco ci si è poi tuffati in curiose rielaborazioni, dovute a Valter Sivilotti, di brani verdiani e pucciniani.

La soprano Annamaria Dell’Oste, che possiede una voce solida, smaltata e dal vibrato intenso, ha eseguito con sensibilità e ricchezza di accenti i brani di Spohr e Schubert; bene si è poi mossa in ambito operistico, laddove mi è piaciuta particolarmente nell’aria di Oscar dal “Ballo in maschera” e in quella di Musetta dalla “Bohème”. Caldi elogi sono dovuti al clarinettista Claudio Mansutti e alla pianista Federica Repini.

 

Carlo Rezzonico

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