Opera di Donizetti e balletti di Stravinskij a Zurigo

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Spazio musicale

 

Il soggetto della “Maria Stuarda” di Donizetti mette in scena due regine di grande statura storica, Maria Stuarda di Scozia ed Elisabetta I   d’Inghilterra, conferisce loro una importanza pressochè uguale nella trama e le porta a uno scontro verbale inaudito. Sul piano musicale le due donne sono entrambe soprano con tessitura analoga e il compositore scrisse sia per l’una sia per l’altra pagine di alto valore. Eppure, nonostante le molte analogie, tra questi personaggi esiste una differenza fondamentale. Elisabetta viene tormentata da indecisioni: non sa se accettare la proposta di matrimonio avanzata dal re di Francia ed esita a condannare Maria, che odia, ma è pur sempre una regina. In ogni frangente tuttavia mantiene immutato il carattere autoritario e vendicativo. Invece Maria effettua una evoluzione che, dagli interessi terreni, dal desiderio di potere e dalla passione amorosa la porta gradualmente al pentimento, alla confessione, al perdono, alla spiritualità e infine a una morte serena, quasi da santa. A fronte di due figure femminili così spiccate Roberto, conte di Leicester, il personaggio maschile principale, resta schiacciato, incorre in uno sbaglio dopo l’altro, compromette le situazioni in cui viene coinvolto con incredibile ingenuità e sul piano musicale, a parte alcune buone melodie, è quasi insignificante: davvero ci si domanda come Maria ed Elisabetta possano rivaleggiare per un uomo di tale fattura. Ma tutto sommato in   una drammaturgia centrata sulla contrapposizione di due regine dal temperamento straripante un terzo personaggio forte sarebbe stato di troppo.

Detto questo appare evidente che per l’allestimento dell’opera occorrono due cantanti femminili vocalmente e interpretativamente molto valide. All’Opernhaus di Zurigo, dove il lavoro di Donizetti è andato in scena tra aprile e maggio, questa condizione ê stata largamente soddisfatta. Diana Damrau, che ha cantato nella parte del titolo, è una grande voce e una grande artista. La flessibilità dei mezzi le consente di produrre su tutta l’estensione note ricche di timbro o note esili, emesse con piena forza o a fior di labbro, vibranti o fisse. Grazie all’acume interpretativo poi utilizza al meglio tali risorse e coglie in ogni sfumatura la vita interiore dei suoi personaggi. Serena Farnocchia, dal canto suo, si è fatta onore nel non facile ruolo di Elisabetta con una voce voluminosa e arricchita da un buon vibrato. Il tenore Pavol Breslik è stato un interprete adeguato per Leicester. Ottimi tutti gli altri: Nicolas Testé come Talbot, Andrzej Filonczyk come Cecil e Hamida Kristoffersen come Anna. Enrique Mazzola ha diretto nel migliore dei modi la parte finale dell’opera, dalla terza scena del secondo atto in avanti; avrei desiderato però che dedicasse lo stesso impegno all’intero spettacolo e che, nelle scene drammaticamente salienti, mettesse più fuoco. Degno di ogni lode il coro istruito da Ernst Raffelsberger. La sera che ero presente (quella del 26 aprile) ampi consensi per tutti; delirio d’applausi e ovazioni per la Damrau.

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Nessuna scena, nessun oggetto in palcoscenico, fondale nero, costumi a loro volta neri, una coreografia che utilizza quasi esclusivamente braccia e mani: allestire con mezzi del genere “Petruschka” sembra una follia. Marco Goecke, coreografo tedesco sui quarantacinque anni, già salito a fama internazionale, in tale “follia” si è lanciato all’Opernhaus di Zurigo. L’esito è stato complessivamente accettabile e lo spettacolo si è svolto a ritmo serrato, con forte stilizzazione dei movimenti per avvicinarli a quelli delle marionette. Non è mancato qualche momento grazioso, ad esempio nei rapporti tra la ballerina e il Moro. D’altra parte i limiti volutamente posti alle risorse messe in campo nonché una certa ripetitività e un certo isterismo nell’agitazione delle braccia lo hanno impoverito. Stridente è risultato il contrasto tra la ricca e coloratissima musica di Stravinskij da un lato e l’asciuttezza scenografica e coreografica dall’altro. Uno spettacolo del genere si sarebbe intonato maggiormente a una musica stringata eseguita da un complesso d’archi in formazione da camera.

A “Petruschka” è stato abbinato “Le sacre du printemps” con la coreografia di Edward Clug. Due particolarità hanno distinto l’edizione zurighese dagli allestimenti abituali: innanzitutto il fatto che l’eletta sia già determinata all’inizio del rito, si senta onorata e se ne inorgoglisca, poi una grande quantità di acqua fatta cadere sul palcoscenico, consentendo alle ballerine di scivolare sull’assito bagnato, trascinate dai ballerini (un effetto davvero suggestivo). In generale la coreografia ha riflesso efficacemente i contenuti della musica, sia nei momenti sferzanti e violenti, sia in quelli di delicata poesia.

In entrambi i balletti Katja Wünsche è stata, come del resto ci si aspettava, una protagonista di valore. Un elogio collettivo sia fatto a tutta la compagnia dell’Opernhaus, ancora una volta in ottima forma.

Meritano poi un apprezzamento speciale il direttore Tomas Hanus e la Philharmonia Zürich, autori di prestazioni degne di un concerto sinfonico.

Spettacoli a Chiasso

Lo scopo principale dell’allestimento di opere in formato ridotto consiste nel portare questo genere di spettacolo anche in località che per diverse ragioni non possono ospitare melodrammi nella dimensione normale. A questo obbiettivo se ne può aggiungere un altro, quello di consentire a cantanti giovani di compiere i primi passi e farsi conoscere. Così anche le persone abituate a frequentare sale grandi assistono volentieri a rappresentazioni “tascabili”, mosse dalla curiosità e dalla speranza di scoprire qualche nuovo talento e di incoraggiarlo con applausi e commenti benevoli. Nella “Traviata” andata in scena al Cinema Teatro di Chiasso il 21 aprile una voce interessante si è fatta apprezzare, quella di Sarah Tisba, che ha sostenuto la parte tecnicamente impervia e interpretativamente impegnativa della protagonista. Il timbro è buono e possiede smalto. Intenso il vibrato. Acuti limpidi e incisivi. Fraseggi ed espressione che non hanno lasciato a desiderare. Alle prese con una regia iperattiva, sempre intenta con grande slancio ma anche con qualche sbandamento del gusto a proiettare gli avvenimenti nella vita e nella società di oggi, la Tisba ha dato tutta se stessa. Non le mancano temperamento e forza. Si è mossa in scena con disinvoltura e ha cantato bene anche quando è stata costretta a farlo in posizioni decisamente scomode e perfino pericolose. La sua generosa dedizione al personaggio induce a perdonarle alcuni eccessi (il “Morrò” troppo marcato, ad esempio). Mi auguro di riascoltarla e rivederla in altre occasioni, però con regie un po’ meno effervescenti.

Il 24 aprile il teatro chiassese ha ospitato Gauthier Dance//Dance Company Theaterhaus Stuttgart in uno spettacolo facente parte di Steps, Festival della danza del Percento culturale Migros, che festeggia i trenta anni di esistenza. La serata ha allineato una serie di numeri

ognuno dei quali avente spiccate caratteristiche proprie. Così si è passati da una curiosa danza al tempo stesso poetica e grottesca (“Floating Flowers”) a un duetto maschile deliziosamente comico (“Alte Zachen”) e a un terzetto acrobatico, anch’esso comico (“The Sofa”). Poi è venuta una specie di lezione su movimenti e pose della danza accademica (“Ballet 102”) in una chiave evidentemente ironica, come se si volesse dire: “Noi questa fase l’abbiamo superata”. Ma superata certamente non è e mi sarebbe piaciuto che ballerini bravi come Barbara Melo Freire e Theophilus Vesely dessero vita invece a un vero passo a due. A conclusione della prima parte è venuto il numero più importante dello spettacolo (“Streams”): su musica di Julien Tarride il coreografo Andonis Foniadakis ha concepito un turbine mozzafiato di energia e vitalità che nonostante la considerevole lunghezza, circa venticinque minuti, non ha mai avuto cali di tensione; bravissimi i sette ballerini e le sei ballerine impegnati. Infine la seconda parte ha cambiato tono offrendo, per quanto concerne la musica, un omaggio a una certa tradizione popolare italiana. Ci sono state alcune scene suggestive ma anche qualche momento di stanchezza. Pubblico abbastanza numeroso, molto entusiasmo.

Holliger a Lugano

Il concerto del 27 aprile all’Auditorio Stelio Molo di Lugano per la serie “OSI in Auditorio” traeva un interesse particolare dalla presenza di Heinz Holliger impegnato nelle tre discipline di compositore, direttore e solista. Dopo una esecuzione molto tenebrosa della “Maurerische Trauermusik” si è passati senza interruzione a un “Ostinato funebre” dell’artista ospite: in esso mi è sembrato di ravvisare l’evocazione di un mondo lontano, fosco e misterioso. Poi è venuto il Doppio concerto per oboe, arpa e orchestra da camera scritto da Witold Lutoslawski su commessa di Paul Sacher. Nei suoni, rumori e fremiti vari della composizione non sono riuscito a trovare, sul piano puramente formale né su quello dei contenuti, ammesso che ce ne siano, qualche motivo di soddisfazione. Il lavoro mi è sembrato un esercizio di distillazione dall’orchestra di ricercatezze sonore solitamente minuscole e staccate, raramente tali da portare almeno qualche tentativo di continuità. Ottime sono state le prestazioni dello Holliger, direttore e oboista, di Andreas Midner, arpa, e dell’Orchestra della Svizzera italiana.

A rinfrancar lo spirito ha poi provveduto, dopo la pausa, la seconda sinfonia di Schubert in una esecuzione assai bella, slanciata e scintillante. Pubblico scarso. Applausi di cortesia per la prima parte, più sentiti dopo la sinfonia di Schubert.

Carlo Rezzonico

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