Nuovo ordinamento finanziario: niente di nuovo, il solito provvisorio duraturo

Feb 23 • L'editoriale, Prima Pagina • 284 Views • Commenti disabilitati su Nuovo ordinamento finanziario: niente di nuovo, il solito provvisorio duraturo

Eros N. Mellini

La paternità – o meglio, la maternità – del termine “provvisorio duraturo” riferito all’imposta federale diretta, pare sia da attribuire all’ex-consigliera agli Stati PLR Vreni Spoerry-Toneatti, che lo utilizzò in un articolo nella rivista «Schweizer Monatshefte» del 1983. È un termine paradossale ma appropriato per definire un’imposta che, nata in un periodo d’emergenza a causa del primo conflitto mondiale come “imposta di guerra” e volta soprattutto a compensare la perdita di oltre la metà dei dazi doganali e a coprire le spese della mobilitazione, è poi stata mantenuta nel tempo cambiandole il nome in “imposta per la difesa nazionale” e in seguito “imposta federale diretta”, mediante appositi decreti federali.

Occorre sottolineare che, per Costituzione, solo i cantoni potevano riscuotere imposte dirette su reddito e sostanza, alla Confederazione erano riservate solo le imposte indirette (a quei tempi, i dazi doganali, l’IVA non esisteva ancora, e la sua precorritrice, l’ICA fu introdotta nel 1941).

L’imposta per la difesa nazionale risale al 1939, quindi anche lei nel pieno di un periodo bellico e mediante il decreto del Consiglio federale “sui pieni poteri”. Ma siccome, passata anche la seconda guerra mondiale, la comodità di avere un introito sicuro era ormai accompagnata da un certo qual senso di assuefazione dei contribuenti alla tassa “provvisoria”, l’imposizione federale diretta – che, passata l’emergenza sarebbe tutto sommato stata anticostituzionale – fu mantenuta e, nel 1958, addirittura ancorata nella Costituzione, seppure con una norma transitoria che ne limitava la durata e la subordinava a un rinnovo sancito dal popolo in votazione popolare, cosa avvenuta puntualmente ogni 15 o 20 anni, l’ultima volta per il periodo dal 2007 al 2020.

Una votazione pro forma…

Sebbene sulla carta il popolo potrebbe decidere di non prorogare ulteriormente la riscossione dell’imposta federale diretta, o oggi anche dell’IVA, lo scrutinio popolare appare veramente come un’operazione pro forma volta legalizzare una situazione che, di fatto, non è possibile modificare, salvo privare la Confederazione dei fondi necessari al suo funzionamento. È infatti chiaro che, privandola delle due maggiori fonti d’introito costituite da IFD e IVA, all’amministrazione federale rimarrebbero si e no i soldi sufficienti a pagare i francobolli. È perciò veramente assurdo votare NO?

… e anche un po’ anticostituzionale

Sì, sotto certi aspetti è anticostituzionale, in quanto non c’è la dovuta unità di materia. Infatti, in un unico pacchetto, ci si chiede di votare due articoli costituzionali, anzi tre, se si aggiunge l’abrogazione dell’imposta sulla birra. Per cui, se volessi confermare l’IVA e abrogare l’IFD, o viceversa, non potrei farlo – o tutto o niente. Ma la Berna federale non è nuova a tali tranelli: vi ricordate quando, nel 2009, per votare a favore del mantenimento della libera circolazione delle persone con l’UE-15, si dovette accettare anche la sua estensione a Romania e Bulgaria? O quando, nel 1980, per farci votare a favore dell’obbligo di allacciare le cinture di sicurezza, si fece un solo pacchetto con l’obbligo del casco per gli adolescenti in motorino? E ci sarebbero altri esempi.

Un intento analogo, una decisione opposta?

Per quanto con qualche opposizione anche fra i suoi ranghi, l’UDC ha raccomandato di votare due SÌ il prossimo 4 marzo. Eppure, se approfondiamo un pochino, i due temi in votazione hanno non poche analogie. Gli iniziativisti di NO Billag accusano – a mio avviso, a ragione – la SSR di essere un Moloch sinistroide intoccabile, intento a sperperare a destra e a manca il denaro dei contribuenti. I critici della Confederazione – io per primo – accusano la Berna federale di essere, forse la parola Moloch non è la più appropriata, ma comunque un mastodontico apparato burocratico, intento a sperperare il denaro dei contribuenti prevalentemente in politiche assistenziali volute dalla sinistra (e dall’UE). Quasi tutti, favorevoli e contrari a NO Billag, concordano che la SSR necessita di un ridimensionamento. I critici, ma anche una buona parte di sostenitori, della Berna federale auspicherebbero un ridimensionamento dell’apparato di burocrazia e regolamentazione statale a livello federale (ma verosimilmente anche cantonale). Tutti concordano che il taglio dei fondi obbligherebbe la SSR a procedere a tale ridimensionamento – i contrari a NO Billag affermano addirittura che l’azienda chiuderebbe, ma si tratta di pura propaganda in campagna di voto. Altrettanto tutti, sono convinti della stessa cosa per ciò che riguarda la Confederazione. Ma allora, dove sta la differenza? Perché SÌ a NO Billag, ma SÌ anche all’ordinamento finanziario della Confederazione? Non si vuole permettere alla SSR di continuare negli sperperi – e sono pienamente d’accordo (ho già votato SÌ) – ma si accetta nel contempo che la Berna federale continui a scialare cifre miliardarie per l’asilo, per l’aiuto allo sviluppo, per “miliardi di coesione” e altre amenità del genere?

Qualche distinguo c’è

Primo fra tutti, qualora la SSR chiudesse – ma, come detto, non succederà comunque – potremmo vivere tranquillamente lo stesso. Se chiudesse la Confederazione – ipotesi altrettanto o forse ancora più assurda – le conseguenze sarebbero indubbiamente ipotizzabili come molto più drammatiche. Togliendo i fondi pubblici alla SSR, questa potrebbe comunque impostarsi in modo di acquisire una maggiore fetta di pubblicità. Questa possibilità non è invece data – a mio modo di vedere – per la Confederazione. Infine, se la SSR, in uno scenario di libera concorrenza, dovrebbe diminuire i costi ma mantenere una certa qualità per conservare almeno parte dell’attuale clientela, e quindi eliminerebbe prevalentemente i rami secchi, non sono per nulla sicuro che la Berna federale taglierebbe nei giusti settori, in particolare in politica estera per la quale si ricevono gli applausi (e i bacetti) da Bruxelles,

E allora, avanti a confermare ancora una volta il provvisorio, anzi, il provvisorio duraturo.

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