Notevoli balletti in prima assoluta a Milano e Zurigo

Gen 25 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 583 Visite • Commenti disabilitati su Notevoli balletti in prima assoluta a Milano e Zurigo

Spazio musicale

Quando la Scala nel 1977 allestì “Cinderella” con la coreografia di Paolo Bortoluzzi la scelta di un titolo diverso dall’abituale “Cenerentola” intendeva sottolineare che non si trattava di una normale versione del balletto ma di qualcosa esulante dalla tradizione. Infatti la scena rappresentava un enorme libro di favole dal quale i personaggi, divenuti vivi, sciamavano per danzare. Invece per la “Cinderella” allestita nella stagione corrente si è fatto ricorso al nome inglese per pure ragioni pratiche, volendo distinguere lo spettacolo da una “Cenerentola” attualmente in repertorio alla Scuola di ballo del teatro milanese. Non è però che Mauro Bigonzetti, l’autore della coreografia, abbia rinunciato a dare un indirizzo particolare al suo lavoro. Al posto delle scene c’è un grosso contenitore sul quale appaiono mediante proiezioni i luoghi della vicenda. Ogni oggetto di arredamento è stato eliminato affinchè l’intero spazio restasse disponibile per la danza. Una impostazione siffatta può essere definita coraggiosa in quanto porta al massimo grado la responsabilità del coreografo ed esige da lui un impegno assai forte. Bigonzetti ne è uscito vittorioso con uno stile asciutto, essenziale, incisivo, mai meccanico né freddo. Di Cenerentola non ha fatto una figliola dolce e malinconica, magari un poco languida e sdolcinata, bensì un essere umano avente carattere e spirito di indipendenza. La danza in questo balletto è sovrana senza compromessi e il coreografo non vi ha rinunciato neppure quando sarebbe potuta sorgere la tentazione di farlo. Nell’ultimo atto il principe manifesta la sua impazienza e la sua rabbia per le difficoltà incontrate nel ritrovare la ragazza con un assolo molto efficace ma non trasmoda nella vuota gesticolazione e lo stesso fa poco dopo la protagonista quando rievoca appassionatamente la serata nel Palazzo. Anche nel tratteggiare la matrigna e le sorellastre il Bigonzetti non ha calcato la mano sul grottesco, anzi ha concesso alle tre donne la loro porzione di danza e le ha rese perfino simpatiche. Mano felice ha poi mostrato nei momenti magici della vicenda, come l’arrivo di Cenerentola alla festa, che blocca i presenti, incantati dalla sua avvenenza, o lo scoccare della mezzanotte. Tutto è però sovrastato dai bellissimi passi a due, specialmente quello del terzo atto, grande espressione di amore e vero capolavoro coreografico.

 

La sera alla quale ero presente (quella del 12 gennaio) il personaggio di Cenerentola era affidato alla classe eccelsa di Polina Semionova, con esito superlativo. Un principe degno di lei è stato Roberto Bolle. Bravissimi i solisti, le soliste e il corpo di ballo del teatro milanese. Sono piaciute le luci di Carlo Cerri ed i costumi di Maurizio Millenotti. Duole dover liquidare con poche parole le superbe prestazioni del direttore Michail Jurowski e dell’orchestra scaligera. Sicuramente l’alta qualità della parte musicale ha stimolato intensamente i ballerini e le ballerine, spingendoli a dare il massimo. Trionfo.

 

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Sotto il titolo “Restless” l’Opernhaus di Zurigo ha raccolto, per lo spettacolo di danza andato in scena tra dicembre e gennaio, quattro numeri di coreografi diversi.

Si è cominciato con “New Sleep” di Forsythe, che su una musica elettronica i cui ritmi vengono intercalati da improvvisi forti rumori e con un apparato visivo basato su continui cambiamenti delle luci, tali da svelare ogni volta nuove prospettive, ha presentato una danza animatissima, virtuosistica e irta di salti spericolati a getto continuo. Una coreografia così complessa e veloce non avrebbe prodotto risultati soddisfacenti senza una compagnia in gran forma come quella dell’Opernhaus.

Poi si è passati a “Skew-Whiff” di Sol Leon e Paul Lightfood sulla musica (registrata) della sinfonia della “Gazza ladra”. Ci sono stati parecchi buoni spunti ma anche qualche caduta nel banale o nel grottesco; in generale la coreografia, che ricorre spesso a contorsioni, è poco in sintonia con le caratteristiche della partitura rossiniana.

Dopo “Aria” di Douglas Lee, che ha convinto grazie alla ricchezza delle idee ma anche alle capacità interpretative di Katja Wünsche e Alexander Jones, è venuto, in prima assoluta, il balletto “Dialogos” di Filipe Portugal, portoghese, solista della compagnia zurighese, il quale sta compiendo i primi passi come coreografo. All’inizio un ballerino entra in scena solo, seguito poi da altri interpreti a uno a uno, e tutti insieme danno origine a una danza fluida, liquida e interessante. Più avanti non mi è piaciuto un assolo di una ballerina sul fondo della scena, i cui gesti disordinati non rientrano a mio parere nel concetto di danza. I passi a due sono numerosissimi, come del resto faceva supporre il titolo “Dialogos”, e spesso si svolgono contemporaneamente. In ciò sta un pregio e un limite del balletto: le coreografie sono assai belle, talvolta perfino avvincenti, ma sarebbe stata necessaria una maggior varietà, da un lato facendo spazio a qualche assolo e pezzo d’insieme in più, dall’altro caratterizzando maggiormente i singoli passi a due, in modo da differenziarli e rinnovare ogni volta l’interesse dello spettatore. La musica era di Nik Bärtsch, che ha portato in scena la sua banda “Mobile”: in generale non è andata oltre un discreto accompagnamento di fondo. Uno stretto rapporto fra le due arti non l’ho percepito. Fatte le somme il balletto ha dato soddisfazione per molti aspetti e il Portugal ha mostrato talento, per cui mi auguro di vedere altri suoi lavori, sperando di trovarvi ulteriori sviluppi delle sue notevoli capacità creative. Alle prestazioni della compagnia diretta da Christian Spuck ho già accennato: splendide. La sera che ero presente (quella dell’8 gennaio) teatro completo e molti applausi.

 

Maisky e Poschner al LAC

 

Il 14 gennaio al LAC Mischa Maisky si è esibito nel concerto per violoncello e orchestra di Dvorak. Questo solista ha attinto la perfezione. Si è distinto producendo sonorità tese, intense e fortemente espressive nei momenti drammatici mentre d’altra parte ha trovato sottigliezze ineffabili e momenti di raffinatissimo scavo nell’animo in quelli lirici. La composizione, pur contenendo molte bellezze, non conta tra le più felici del suo genere e anche nell’ambito della produzione di Dvorak non occupa uno dei primissimi posti; tuttavia, suonata come ha fatto il Maixky, è stata una fonte di soddisfazione più che considerevole.

Un lavoro di alta qualità è invece la seconda sinfonia di Brahms, che ha occupato la seconda parte della serata. Possiede un carattere prevalentemente sereno e non a torto viene chiamata “pastorale”. Ma Brahms usa un tipo di scrittura così complesso e ha una sensibilità così ramificata che non trova, e forse neppure cerca, la sublime semplicità dei sentimenti sorgenti di fronte al fascino del creato. Spesso nelle pieghe della musica compaiono ombre, fremiti e anche quell’inconfondibile senso di gravità che appartengono al suo mondo spirituale. Nell’interpretazione ascoltata a Lugano il Poschner, dal podio, ha colto con acume i due aspetti dell’opera: quello pacato, disteso, espresso con volumi moderati, sonorità morbide e melodie carezzevoli, ma anche quello delle allusioni oscure e delle segrete inquietudini. Non meno brava del direttore è stata l’Orchestra della Svizzera italiana. Tra le tante particolarità degne di rilievo ne menziono soltanto una: la meravigliosa fusione, la levità e la continuità espressiva che il complesso ticinese ha trovato nel secondo tempo, l’”adagio non troppo”, diventato un momento di alto godimento artistico nonostante l’intrico contrappuntistico e la complessità delle combinazioni timbriche che ne rendono difficile l’esecuzione.

 

Il pubblico, numerosissimo, ha chiaramente percepito i valori musicali di cui il Maisky, il Poschner e l’orchestra sono stati prodighi, come ha dimostrato il calore degli applausi.

 

Carlo Rezzonico

 

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