Notevole spettacolo di danza al LAC con il Tulsa Ballet

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Spazio musicale

La compagnia americana Tulsa Ballet, diretta dall’italiano Marcello Angelini, si è esibita il 14 aprile al LAC, nell’ambito della stagione di Lugano in Scena.

Ha aperto la serata un balletto intitolato “Shibuya blues” della coreografa colombiana Anabel Lopez Ochoa. Le prime scene sono caratterizzate dalla presenza di numerosi ballerini e ballerine, non schierati in un corpo di ballo compatto, ma attivi come singoli oppure come gruppi piccoli, creando grazie alla fervida fantasia della Lopez Ochoa una intensa animazione. Belli anche gli episodi venuti dopo, particolarmente il primo duetto, che intreccia i corpi degli interpreti con ricchezza di spunti assai originali. Un altro momento ammirevole è la conclusione, dove il ritmo forte e quasi ossessivo della musica trova un riscontro trascinante nei movimenti asciutti, angolosi e, ancora una volta, molto originali creati dalla coreografa. La quale si è rivelata una personalità assai interessante, che fa sperare, considerata anche la sua età relativamente giovane, in altri balletti di valore.

Purtroppo, il programma di sala ha contenuto solo un elenco dei membri della compagnia, ma senza riferimenti alle parti interpretate da ognuno di essi. L’osservazione vale anche per i due altri numeri in programma. Certamente può essere un motivo di lode evitare l’insorgere del divismo. Tuttavia, la natura umana è tale che, nell’arte come in ogni altra attività, alcune persone si distinguono particolarmente e meritano una certa evidenza. Del resto, il pubblico gradisce identificare chi emerge, se non altro per accorrere, in futuro, quando il loro nome appare sulla locandina.

Se in “Shibuya blues” la coreografa rinuncia a narrare una storia, però dando vita a una grande varietà di emozioni, con “Who Cares?” di Balanchine si entra decisamente nella danza astratta e nella tradizione più pura. Appaiono duetti alternati a variazioni singole, queste dedicate a ballerine, tranne l’ultima, in cui si presenta un ballerino. Il pezzo di apertura è un duetto di grande delicatezza, poi si passa a maggior vivacità e a una gioia di vivere incanalata – per così dire – in un virtuosismo vertiginoso. Innumerevoli i giri a grande velocità. Ad esempio, alla fine di una variazione la ballerina esegue due “manèges” uno dopo l’altro seguiti da una diagonale dal punto 6 al punto 2 alternando giri semplici a giri doppi.

In ogni caso il numero più atteso dello spettacolo era senza dubbio “Il tavolo verde”, l’unico lavoro di Kurt Joos rimasto in repertorio. Qui si è cambiato registro e dopo la felice esuberanza espressa mediante le forme della danza tradizionale ci si è trovati alle prese con una vicenda precisa in ogni particolare e a carattere tragico, dominata dal personaggio sinistro della Morte. Quando il sipario si apre vediamo un gruppo di diplomatici che svolgono negoziati attorno a un tavolo, il tavolo verde appunto, poi litigano, sono inconcludenti e alla fine non trovano altra soluzione che la guerra. Joos ne fa figure grottesche e colpisce con una satira sferzante la loro nullità intellettuale e morale. Questa è una delle scene più convincenti del balletto. Seguono altri quadri dedicati agli addii, al combattimento, ai rifugiati e altri avvenimenti in relazione con il conflitto. Non sempre l’inventiva del coreografo li sostiene efficacemente, tuttavia a Joos va riconosciuto il merito di aver resistito alla tentazione della pantomima: ne ha fatto un uso sobrio e per il resto ha creato, come si conviene in un balletto, episodi danzati, compreso quello del combattimento. Impressionante la scena in cui le vittime della guerra sono stese al suolo e dietro ad esse campeggia la Morte. In conclusione, chiudendo il cerchio, riappaiono i diplomatici attorno al tavolo verde, ancora una volta incapaci di mettersi d’accordo, ma la scena viene conclusa subito, come se quella gente non meritasse alcuna considerazione.

Evidentemente, scopo del balletto è stato quello di mostrare l’assurdità e le atrocità di una guerra, forse nella speranza di contribuire ad evitarne altre. Purtroppo la storia ha preso un’altra strada. “Il tavolo verde” fu rappresentato la prima volta nel 1932, un anno prima che Hitler prendesse il potere in Germania. E qui nella mia mente avviene una associazione con un altro avvenimento musicale, l’esecuzione della Messa da Requiem di Verdi nella Jesuitenkirche di Lucerna, sotto la direzione di Toscanini, nel 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale e di immense sciagure.

Il successo del “Tavolo verde” va ascritto anche alla parte musicale, composta da Fritz Cohen per due pianoforti. Inizia con accordi pesanti e gravi, annunciatori della tragedia; ma poi, quando appaiono i diplomatici, passa a toni leggeri come se volesse mettere in evidenza l’irresponsabilità e l’inconsistenza umana di costoro. Anche nella scena dedicata al dolore delle donne che piangono i propri cari caduti nei combattimenti la musica, con toni molto dimessi e cupi, aderisce ammirevolmente alla coreografia mentre in quella del bordello si intona all’ambiente con andamenti frivoli ma anche con un sottofondo di disagio e tristezza.

Il Tulsa Ballet si è rivelato una compagnia di alto livello, ben disciplinata e comprendente, soprattutto dal lato femminile, alcune individualità di spicco.

Pubblico numeroso con larga partecipazione di giovani. Sicuramente un fatto positivo, peccato però che una parte degli spettatori abbia avuto la cattiva idea di applaudire al termine di ogni quadro del “Tavolo verde”: tutto il balletto costituisce una serie incalzante di fatti che mostrano in modo serrato i mali della guerra e le interruzioni dovute ai battimani ne hanno rotto la compattezza drammaturgica.

Haitink e Orchestra Mozart a Lugano Musica

Quando un musicista della statura di Haitink, novantenne ma ancora bene in forma, sale sul podio, il concerto diventa un avvenimento di interesse straordinario. Così è stato anche il 24 aprile al LAC per i Concerti di Pasqua organizzati da Lugano Musica. Si è cominciato con la Sinfonia concertante per oboe, fagotto, violino, violoncello e orchestra Hob.I:105 di Haydn, una composizione avvicinabile solo con riserva al concerto grosso dell’epoca barocca. Nel gruppo dei solisti il violino assume una funzione dominante, che diventa particolarmente evidente nell’”allegro con spirito”, dove si esibisce in un recitativo inframmezzato da accordi dei “tutti” e poi in alcuni passaggi assai estrosi. C’è in questo lavoro tanta bella musica, anche se non all’altezza dei maggiori raggiungimenti del compositore, che preferiva la sinfonia vera e propria al genere concertante. Esecuzione molto pregevole da parte dell’Orchestra Mozart e di quattro ottimi suoi membri: Lorenza Borrani (violino), Gabriele Geminiani (violoncello), Lucas Macias Navarro (oboe) e Raffaele Giannotti (fagotto).

La seconda parte della serata ha fatto posto a una splendida e memorabile interpretazione della terza sinfonia di Beethoven; tornerò ampiamente sull’argomento in uno dei prossimi articoli.

Sala affollatissima, successo incandescente.

 

Carlo Rezzonico

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