Non possiamo accogliere l’intera Africa

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Roger Köppel Capo-Redattore Die Weltwoche

Roger Köppel
Capo-Redattore
Die Weltwoche

Die Weltwoche, Edizione 36/2015 – giovedì 3 settembre 2015 (www.weltwoche.ch)

I toni si alzano, il caos europeo dell’asilo peggiora. Mentre che l’UE capitola di fronte alla migrazione dei popoli, la Svizzera si offre l’opportunità di tornare a una politica d’asilo autonoma.

Di Roger Köppel *

Sconcertati, seguiamo le notizie. Sempre più migranti, sempre più morti. Alle frontiere esterne dell’UE si ammassano i fuggitivi.

All’inizio dell’anno, la Weltwoche ha cominciato a riferire in modo intenso e preoccupato sulle crescenti correnti migratorie dal sud. Le cifre delle previsioni di allora hanno dovuto costantemente essere corrette verso l’alto. Ancora in primavera, la Germania prevedeva il raddoppio del numero di asilanti a circa 500’000 persone a fine dicembre. Nel frattempo, la cifra è stata innalzata a 850’000, quasi quattro volte quella dello scorso anno.

La punta dell’iceberg

Sotto la pressione della migrazione dei popoli e della sempre più stridente “political correctness” che l’accompagna, l’ordinamento giuridico europeo viene affossato. La distinzione prevista dalla legge fra rifugiati autentici conformemente alla Convenzione di Ginevra e migranti economici illegali si confonde. Chi si attiene alla legge è considerato indecente. Silenziosamente, le autorità stanno estendendo il concetto di asilo a tutti quelli che arrivano. Al di sopra della legge si erge tirannicamente la morale.

Le frontiere europee sono aperte, e l’offerta fa crescere costantemente la domanda. Solo in Libia da 600’000 al milione di persone stanno aspettando la traversata. Seguono i segnali politici dal nord.

È solo la punta dell’iceberg. In Africa vive circa un miliardo di persone. Il divario di ricchezza fra nord e sud diventerà sempre più grande, nonostante decenni di aiuto allo sviluppo. I costi della migrazione non sono abbastanza alti da scoraggiare chi vuole emigrare. poiché, oltre a ciò, le frontiere europee sono sempre più permeabili, si è creato una specie di sistema a palla di neve, un afflusso di persone che si autoalimenta, che cresce in continuazione soprattutto perché gli Stati ai quali mirano non lo impediscono.

Uno sguardo alla statistica spaventa. Le attuali cifre dell’ONU illustrano l’anno 2014; la massa odierna non vi è compresa. I tassi di crescita sono enormi. Non si tratta solo della Siria. Il secondo maggior gruppo in Europa è costituito dagli emigranti provenienti dalla pacifica Serbia, con un aumento del 65% lo scorso anno. La metà dei Balcani si sta attualmente muovendo in direzione dell’Ungheria. Tutti perseguitati? Gli Stati africani come la Nigeria, il Ghana, il Mali, il Sudan o il Senegal producono rifugiati con tassi annuali di crescita  percentuali a tre cifre. L’Eritrea registra un esodo di asilanti, nonostante nel paese non ci sia più la guerra.

Sguardo differenziato sui Siriani

Dobbiamo smetterla di trasfigurare romanticamente la situazione. Naturalmente, fra i migranti ci sono anche dei perseguitati politici secondo la Convenzione di Ginevra. Ma perfino fra i fuggiaschi dalla guerra civile siriana la situazione deve essere valutata in maniera differenziata. Moltissimi Siriani sono lungi dall’essere perseguitati politicamente, quando arrivano sul suolo europeo in Grecia provenendo dal paese terzo sicuro Turchia. Nel primo semestre del 2015, solo il 4% ha depositato in Grecia una domanda d’asilo. Oltre il 90% ha proseguito verso la Germania o la Svezia. I motivi umanitari mascherano in effetti dei motivi di migrazione puramente economici.

Non serve a nulla tacciare chi riporta tali fatti, di subumani senza morale o di sinistri personaggi. I migranti arrivano lo stesso. Mentre che i politici confondono e  placano, la gente si è accorta ormai da tempo che qualcosa non funziona. Ancor più del numero di migranti, rende inquieti il sentimento che le autorità stiano per perdere il controllo della situazione, quando non l’abbiano già perso.

Fra l’altro, questa è anche la grande differenza con la guerra iugoslava della metà degli anni ’90,  altrettanto importante, anche se c’erano da gestire ondate di rifugiati decisamente inferiori a quelle di oggi. Allora, gli Europei sapevano che i rifugiati o i fuggitivi dalla Iugoslavia, alla fine del conflitto sarebbero verosimilmente tornati a casa. Anche questo si dimostrò poi in parte un’illusione, ma perlomeno si aveva ancora l’impressione di avere la situazione sotto controllo. Questa speranza è svanita.

Il declino dello Stato sociale

Anche i predicatori moralisti più presuntuosi presagiscono nel frattempo che non possiamo accogliere l’intera Africa. Il nostro sistema d’asilo non è stato creato per un esodo di milioni di persone. I politici non vengono creduti dal popolo, quando insistono che tutto sta andando per il meglio e perciò sarebbe crudele anche solo pensare di porre dei limiti al numero di rifugiati.

Particolarmente velenosa è attualmente la sinistra. I socialisti si stanno quasi spaccando. Da una parte, sono a favore di una migrazione il più possibile libera. Dall’altra, sanno che con questa politica, lo Stato sociale che devono difendere sarà affossato. Libera immigrazione e mantenimento dello Stato sociale sono inconciliabili. Invece di risolvere il conflitto di finalità, quando lo si ricorda loro, s’impantanano e perdono il controllo.

Sarebbe già un bel passo avanti se si capisse che la miseria europea dell’asilo è fatta in casa. Non solo l’oggettiva povertà nel mondo, bensì soprattutto il rifiuto dei governi europei di chiudere le proprie frontiere all’immigrazione illegale, mettono in movimento masse di popolazioni. Non arrivano i più poveri e perseguitati, bensì persone che per molto tempo  hanno risparmiato e investito con lungimiranza molto denaro, al fine di trovare in Europa una vita migliore. Ciò è umano e comprensibile, ma non ha nulla a che vedere con il diritto d’asilo e con le nostre leggi sulla migrazione. L’abuso rimane abuso, anche quando è motivato dalle migliori ragioni.

I segnali politici dall’Europa non sono incoraggianti. Divieti di pensiero e di parola impediscono un dibattito aperto. Il tono è stabilito da politici, giornalisti e intellettuali che si ubriacano con il loro stesso buonismo divulgato dai media. Ciò che è ripugnante, e che questi autodichiarati moralisti sfruttano il dramma dei rifugiati per tuonare contro i loro avversari politici. La Svizzera ha il vantaggio che, grazie alla democrazia diretta, vi si può discutere più apertamente e realisticamente che non per esempio in Germania, dove una parola sbagliata può significare esclusione o prigione.  Per quanto anche da noi non manchino gli inquisitori di sinistra.

Bruxelles getta la spugna

La situazione sta visibilmente peggiorando. La politica europea produrrà ancora più domande d’asilo. Il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker non si stanca di chiedere maggiore apertura e solidarietà. L’Euro-élite rimane prigioniera dell’immagine di sé creata con la “comunità di valori”, che in realtà è inavvicinabile. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha appena dichiarato che l’accordo di Dublino sui rifugiati è fallito. Adesso non si tratta più di verificare localmente i “profughi” e, se del caso, respingerli, bensì di ripartirli fra gli Stati membri secondo quote fisse.

È la resa. Finora, i profughi – almeno teoricamente – dovevano essere identificati e registrati alle frontiere esterne dell’UE da parte delle autorità dello Stato coinvolto. D’ora in avanti, anche nel settore dell’asilo, nessuno sarà più responsabile concretamente di qualcosa, ma tutti di nulla.

La politica svizzera non fa eccezione. La presidente della Confederazione Sommaruga ha emanato la regola secondo cui nessuno che soffra sotto regimi dittatoriali sarà rimandato a casa. Attualmente, si può stimare che, dal punto di vista della Svizzera, circa tre quarti dell’umanità viva in dittature. Devono poter entrare tutti?

È stata illuminante anche l’asserzione fatta dalla presidente della Confederazione la settimana scorsa, sotto l’impressione suscitata dalla tragedia dei morti sul camion in Austria, che sarebbe auspicabile l’«accesso diretto» all’Europa per i profughi.  «Accesso diretto»: s’intenderebbe l’introduzione di un trasporto regolare attraverso il Mediterraneo o la creazione di ponti aerei per chi vuole emigrare dal Vicino Oriente o dall’Africa. Sarebbe un assegno in bianco per ancor più migrazione economica illegale.

Una buona soluzione

Naturalmente, la tradizione umanitaria può essere tenuta ragionevolmente in vita anche nell’attuale situazione. Bisogna soltanto basarsi sul buonsenso: chi vuole restare fedele all’asilo, deve combatterne gli abusi. Come è possibile?

Primo: La Svizzera deve impegnarsi umanitariamente nelle regioni di guerra e di crisi. Ci sono sul posto delle infrastrutture che, con denaro svizzero destinato all’aiuto allo sviluppo, possono essere sviluppate. In questo modo, possono essere aiutati i veramente perseguitati e i profughi da guerre civili, sul posto e senza che debbano viaggiare per migliaia di chilometri.

Secondo: in questi centri in loco può essere anche identificata la piccola parte di realmente perseguitati secondo la Convenzione di Ginevra. Queste persone possono poi essere accolte senza problemi in Svizzera.

Terzo: alle frontiere svizzere bisogna reintrodurre i controlli personali.

Quarto: ogni immigrante illegale viene immediatamente condotto fuori dal paese.

L’UE è diventata un’enorme calamita per la migrazione illegale. La Svizzera dovrebbe trovare il coraggio di tornare a una politica d’asilo ragionevole, autonoma e a sua misura.

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