NO a una SSR/SRG che si considera una fortezza nazionale

Ago 31 • Dall'UDC, Dalla Svizzera, Prima Pagina • 450 Visite • Commenti disabilitati su NO a una SSR/SRG che si considera una fortezza nazionale

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Conferenza stampa sulla politica mediatica 26.08.2016 – Intervento Roger Köppel, consigliere nazionale

Ritorno a una maggiore diversità e libertà nella Svizzera mediatica

Lo dico a chiare lettere: la SSR/SRG ha degli eccellenti giornalisti e degli eccellenti programmi. Durante i miei trent’anni di attività professionale ho conosciuto dei colleghi brillanti in tutti i settori della SSR/SRG. Da ragazzino e scolaro sono cresciuto con i programmi della SSR/SRG che hanno rafforzato l’identità svizzera, anche quando mi hanno enormemente infastidito – ed è ancora così oggi. Come le FFS e la Posta, la SSR/SRG fa a giusto titolo parte delle istituzioni agli onori presso le Svizzere e gli Svizzeri.

Ma è altrettanto incontestabile che la SSR/SRG sia su una cattiva strada. Essa è diventata troppo grande e troppo potente. Ha lasciato i suoi canali terrestri originali per avventurarsi nel digitale. Va a caccia su Internet con offerte d’informazione come un’impresa mediatica privata. Ha massicciamente esteso la sua offerta di programmi in settori nei quali i media lavorano altrettanto bene o addirittura meglio di lei. Essa percepisce oggi dei canoni obbligatori che assomigliano molto a un’imposta, anche da parte di persone che non utilizzano i suoi programmi. E, per coronare il tutto, ha fondato con Swisscom e Ringier una società di commercializzazione pubblicitaria politicamente contestabile, che mescola in maniera malsana il settore di diritto pubblico con quello di diritto privato.

Questa megalomania poco svizzera comincia ad accecare i responsabili della SSR/SRG. Per il suo direttore generale, Roger de Weck, la SSR/SRG non è più da tempo un’organizzazione beneficiante di una concessione dello Stato per produrre delle informazioni che il mercato libero non offre. Come abbiamo potuto leggere nella stampa domenicale, fortunatamente ancora privata, il signor de Weck considera la SSR/SRG come un’istituzione morale, come l’ultimo bastione del giornalismo di qualità, mentre che le aziende editoriali private non ne sono più capaci o sono cadute in mano al sinistro miliardario di Herrliberg con il quale de Weck intrattiene un rapporto per lui traumatizzante, come ne testimoniano i suoi editoriali.   

Ma non è tutto: il direttore generale della SSR/SRG vede la sua impresa di radiodiffusione impegnata in una sorta di guerra mondiale contro le superpotenze americane Facebook e Google. Come afferma in innumerevoli prese di posizione pubbliche, si batte con la SSR/SRG per l’identità nazionale, per assicurare la coesione della Svizzera di fronte alle potenze distruttrici straniere. La SSR/SRG, per il signor de Weck, è l’arma decisiva di una nuova difesa nazionale spirituale, una sorta di fortezza che ci protegge contro i giganti d’Internet della Silicon Valley.

Signore e Signori, è rivelatore, sebbene piuttosto ridicolo, che un internazionalista dichiarato e partigiano fanatico dell’adesione all’UE come Roger de Weck si erga, quale capo della SSR/SRG, a predicatore del trinceramento nazionale, del ridotto nazionale svizzero contro le presunte potenze devastatrici straniere. Ciò cui mira il signor de Weck è, per esempio, una stazione emittente dell’unità nazionale del tipo “Dalle 6.00 di questa mattina una fanfara dell’esercito ci suona della musica militare”, un concetto che ricorda di più dei sistemi autoritari che non una democrazia pluralista, viva e aperta al mondo.

Questa evoluzione è totalmente sbagliata. Come imprenditore mediatico privato che da anni opera con successo su questo mercato, ho interesse a poter lavorare in un mercato liberale e ragionevole dal punto di vista politico. Ma la verità è che ci stiamo vieppiù allontanando da tale situazione, per avvicinarci a condizioni segnate dall’economia di Stato, anche se il direttore generale della SSR/SRG e i suoi accoliti rifiutano di ammetterlo.

L’UDC non è la sola a costatare che la SSR/SRG esagera. Altri partiti borghesi sono dello stesso avviso. Noi non vogliamo sopprimere la radiodiffusione di diritto pubblico, ma vogliamo limitarla, inquadrarla e farla tornare al ruolo che le compete. Io sostengo queste proposte e considero particolarmente importante fissare dei limiti in termini di pubblicità a una SSR/SRG finanziata con prelievi obbligatori analoghi a imposte e che dispone di un budget garantito dalla legge di 1,2 miliardi di franchi l’anno.

In secondo luogo, non è tollerabile che la SSR/SRG esca improvvisamente dai suoi canali abituali per insediarsi in Internet. La fissazione di limiti a questo livello è necessaria e utile- sia per ciò che concerne la pubblicità, sia per i contenuti. Deve essere proibito alla SSR/SRG di proporre offerte simili a quelle della stampa. Terzo infine, il mandato di «servizio pubblico» deve essere definito con precisione. Oggi ho la netta impressione che per Roger de Weck tutto quanto fa la SSR/SRG sia «servizio pubblico». Questa arbitraria estensione della nozione di «servizio pubblico» è in contrasto con il concetto di una SSR/SRG finanziata dal canone. Bisogna fissare delle linee direttive politiche chiare e nette in questo settore.  

Le istituzioni pilotate dallo Stato come Swisscom, la Posta e, un tempo, anche la SSR/SRG godono, a giusta ragione, di una buona reputazione. In Svizzera, le aziende appartenenti allo Stato o vicine a quest’ultimo, hanno finora sempre dato prova di senso della misura. La SSR/SRG, al contrario, cerca sistematicamente una crescita smisurata, il che è un atteggiamento molto poco svizzero. Io invito tutti gli ambienti interessati a una Svizzera mediatica liberale ad avviare questo dibattito e ad adottare i correttivi necessari. Questo appello si rivolge in particolare a voi, Signore e Signori e cari colleghi dei media privati. Sapete come me che l’affermazione secondo la quale solo la SSR/SRG è capace di produrre un giornalismo di qualità, è falsa. Ne siete perfettamente capaci anche voi. E affinché ciò rimanga così, dobbiamo ristabilire delle condizioni liberali e libere sul mercato.

 

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