Nessuna voglia di lavorare?

Apr 3 • L'opinione, Prima Pagina • 782 Visite • Commenti disabilitati su Nessuna voglia di lavorare?

Rolando Burkhard

Rolando Burkhard

Importante premessa: nell’articolo che segue sollevo pesanti critiche nei confronti di una certa categoria dei nostri giovani e dei loro genitori. Mi è perfettamente chiaro che, almeno per il momento, una grande parte dei giovani non è ancora come la descrivo io, tuttavia la tendenza al peggioramento è inequivocabile, evidente e assolutamente preoccupante – con conseguenze estremamente gravi per la società e per l’economia. Principio del piacere invece di disponibilità al lavoro?

 

 

 

Il modello svizzero di successo “tirocinio professionale” è in pericolo

 

Il modello in uso in Svizzera del tirocinio professionale è ammirato e copiato in tutto il mondo. Esso unisce in modo ideale per i nostri giovani una formazione post-scolastica con un lavoro orientato alla pratica in vista di una futura attività professionale. In questo contesto, è preoccupante una recente notizia, passata quasi inosservata in Svizzera, dell’Unione svizzera delle arti e mestieri. Questa diceva che le interruzioni dell’apprendistato o il cambiamento del posto di tirocinio, a seconda del settore, toccano oggi il 30%. Quali sono i motivi? Non lo so in dettaglio, ma al riguardo ho una supposizione che mi spaventa.

 

I posti di tirocinio non mancano, anzi. Ma chi, dei nostri giovani, ha oggi ancora voglia di diventare fornaio (dovendosi poi alzarsi prestissimo al mattino), o macellaio (ahimè, così tanto sangue!), o meccanico (con le mani spesso sporche di grasso) o mestieri analoghi? Tutte queste professioni hanno una cosa in comune: sono connessi con lavori con i quali ci si sporcano spesso le mani. Molto meglio optare per un apprendistato in ufficio, dove si deve solo lavorare al computer e si ha lo Smartphone sempre  sotto mano. Nel migliore dei casi, si cerca qualcosa di più “trendy” come fiorista, estetista, curatore di piccoli animali o qualcosa di simile.

 

Il fastidio nel tirocinio professionale, è per i giovani apparentemente il fatto che le mansioni del giovane apprendista comprendono talvolta anche delle attività di basso livello, quali per esempio dei lavori di pulizia. Per i nostri giovani viziati un orrore finora sconosciuto, perché a casa “mammina” li ha sempre svolti lei questi lavori. Anche perché la pretesa dei genitori che il figlio provveda una volta a mettere in ordine la sua stanza, è recepita come una provocazione inaccettabile, con buone probabilità che, di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo possa avere successo un ricorso per inosservanza del divieto del lavoro giovanile.

 

 

 

Un tirocinio professionale? Possibilmente no!

 

Oggi come ieri, un tirocinio professionale è in qualche modo sempre legato a un lavoro più o meno faticoso. E allora, al termine della scuola dell’obbligo (ossia dopo la traumatica uscita dalla zona di comfort infantile), i nostri giovani tentano fin dall’inizio di evitare questa seccatura. Ciò è facile da mettere in atto: invece di dover lavorare, ci si salva affrontando – anche in presenza di QI piuttosto bassi – la via della formazione superiore, ovviamente a spese dei genitori. Il che significa ancora qualche anno di comfort al liceo dove, se lo si vuole fermamente, si può diventare di una virgola più giudiziosi per poi, con mille difficoltà, ottenere magari la maturità (diritto d’accesso all’università). Coloro cui il giochetto non riesce finiscono inevitabilmente – non avendo imparato nulla di ragionevole – nella cassa disoccupazione e, infine,  a carico della magnanima assistenza sociale.  

 

 

 

Alla fine, bisogna scegliere un indirizzo di studio…

 

Chi poi riesce in qualche modo ad andare a un’università, per studiare e quindi continuare per il maggior numero di anni possibile a non lavorare, deve però, prima di cominciare, scegliere un indirizzo di studio. Sono consigliabili dei settori il più possibile avulsi dal mercato del lavoro, come l’archeologia babilonese, la filologia dell’antica Germania o, soprattutto, la sempre gettonata sociologia, con la quale si va sul sicuro.

 

Sfugge completamente alla mia comprensione a cosa servano delle legioni di sociologi, che abbiamo formato a spese dello Stato e che continuiamo a formare: quali operatori sociali per l’integrazione di stranieri criminali, o come docenti che hanno poi tanta paura degli atteggiamenti da macho di giovani provenienti dai Balcani nelle nostre scuole? Oppure, semplicemente quale rinforzo dell’orda di proletari con titolo accademico a beneficio della cassa disoccupazione e dipendenti dall’assistenza sociale? 

 

 

 

Del cronico rifiuto di lavorare di questi giovani, la colpa è innanzitutto dei loro genitori

 

Apparentemente, l’ego dei genitori (ossia la loro smania di fare tutto per avere finalmente o riavere per tradizione familiare un “laureato” in famiglia) si è ipertrofizzato a un punto tale che oltrepassa ormai qualsiasi limite del buonsenso. Sono a conoscenza di un caso, nel quale i genitori hanno finanziato alla loro figlia gli studi di giurisprudenza (che la ragazza, a seguito di cronici insuccessi agli esami intermedi, ha dovuto abbandonare nel corso dell’anno), quindi degli studi in scienze economiche in un’altra università (falliti poi per gli stessi motivi); infine, la cara figliola, che in vita sua non aveva ancora lavorato un solo giorno, alla tenera età di 47 anni voleva mettersi a studiare medicina.  E tali astrusi casi, purtroppo, abbondano.

 

 

 

Gli stranieri non sono colpevoli di tutto…

 

„Necessitiamo obbligatoriamente di stranieri per il nostro mercato del lavoro, senza di loro non c’è crescita economica, e senza crescita economica non c’è benessere” – così recita un mantra molto in voga oggigiorno. È veramente così? Che una crescita economica generalizzata non significhi automaticamente benessere per noi individui, è nel frattempo stato dimostrato. Un po’ meno crescita, lo significherebbe probabilmente molto di più.  

 

Forse, per la salvaguardia del nostro benessere, sarebbe sufficiente che i nostri giovani – invece di trafficare continuamente con i loro Smartphone – si dessero di nuovo più da fare con lavori pratici – qualsiasi essi siano. Ci sarebbero meno disoccupati e casi d’assistenza sociale, ci sarebbero di bisogno molti meno stranieri, i salari si livellerebbero e le misure accompagnatorie diverrebbero obsolete.

 

Alla lunga non porta niente demonizzare solo gli stranieri. Né tantomeno le nostre aziende che li assumono in mancanza di meglio. Fintanto che l’offerta di giovani indigeni sul mercato del lavoro sarà pilotata e viziata in tal misura già dalla famiglia, con l’accento su scuola, liceo/apprendistato e università – se non addirittura depravata dalla società del benessere – dipenderemo dagli stranieri: da persone che sono ancora abituate e disposte a lavorare – anche il mattino presto e accettando di sporcarsi le mani.    

 

 

Comments are closed.

« »