Musica e danza di qualità nel Mendrisiotto e a Lugano

Apr 21 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 68 Visite • Commenti disabilitati su Musica e danza di qualità nel Mendrisiotto e a Lugano

Spazio musicale

Tra febbraio e marzo l’Associazione Musica nel Mendrisiotto ha offerto una serie particolarmente varia e interessante di mattinate domenicali dedicate alla musica da camera che hanno fatto registrare un ampio concorso di pubblico.

Di passaggio osservo che in generale per manifestazioni che si tengono il mattino o il pomeriggio si usa il termine francese “matinée” e non capisco per quale ragione non si debba far capo alla parola italiana “mattinata” (anche se i vocabolari che ho consultato la registrano, in questa accezione, come non comune).

Torno alla musica per dire che il 12 marzo si è esibita nella sala presso il Museo d’arte la pianista Sofya Guliak. Dopo “Preludio, fuga e variazione op. 18” di Franck la Guliak si è calata anima e corpo nei “Quadri di un’esposizione” di Musorgskij. Dotata di temperamento forte, tecnica straordinaria e potenza considerevole ne ha dato una interpretazione assai personale. Già alle prime battute, per le quali la partitura prescrive solo il “forte”, l’ascoltatore è stato investito da una impennata di energia tale da far pensare a una spedizione di guerra più che a una passeggiata (“promenade”). In generale l’esecuzione di molti brani è stata vigorosissima, talvolta fin quasi alla violenza. Strutture musicali messe a nudo con assoluta trasparenza, contorni melodici stagliati con la massima chiarezza, fraseggi angolosi e granitici hanno caratterizzato la prestazione della Guliak. Probabilmente una linea interpretativa siffatta non è piaciuta a tutti i presenti. Qualcuno mi ha confidato di non avervi trovato altro che virtuosismo e folli sgranature di note. Chi scrive pensa invece che i “Quadri di un’esposizione” possono essere suonati anche così, soprattutto quando le risorse del pianista o della pianista gli consentono di attuare le sue intenzioni con coerenza e impeccabile dominio della composizione. D’altra parte la Guliak, pur avendo conferito a gran parte dei “quadri” accenti assai energici, ha saputo anche conseguire risultati squisiti in quei pezzi che assolutamente richiedevano finezza per la loro grazia umoristica (ad esempio il “Balletto dei pulcini nel loro guscio”) oppure attitudine riflessiva per la profondità e austerità del sentimento (ad esempio “Catacombae: Sepulchrum Romanum”).

Per ragioni opposte, ma pur sempre attraenti, ho apprezzato il concerto del 19 marzo. C’è stato un breve inizio con un notturno di Chopin ben suonato dal pianista Palmiro Simonini. Poi il flautista Stefano Maffizzoni, accompagnato dal Simonini, ha eseguito una serie di brani tratti da lavori di Rota, Verdi, Morricone, Mascagni, Alessandro Marcello e Bizet. Le mediocri fantasie da opere come “Traviata”, “Rigoletto e “Carmen” hanno permesso allo strumentista di mettere in luce molto virtuosismo, tuttavia le mie preferenze sono andate a “Romeo e Giulietta” di Nino Rota o all’Adagio – “Anonimo veneziano” di Alessandro Marcello, dove le qualità del Maffizzoni come fraseggiatore elegante, raffinato e molto espressivo sono emerse maggiormente.

Una menzione merita anche il concerto del 9 aprile, ore 11.00, al Museo Vincenzo Vela di Ligornetto (dato anche l’8 aprile al Teatro Sociale di Bellinzona e il 9 aprile, ore 17.00, all’Aula Magna DFA-SUPSI di Locarno) nell’ambito dei Concerti aperitivo con i musicisti dell’Orchestra della Svizzera italiana. La prima parte è stata dedicata a brani per tromba, archi e continuo di Giuseppe Torelli. Serena Basandella si è fatta ammirare, non solo per la tecnica e l’espressione, ma anche per la capacità di inserire intelligentemente suono e volume della tromba nel quartetto d’archi che l’ha accompagnata. Ha fatto seguito, nella seconda parte, il quartetto 2 op. 13 di Mendelssohn. Fu composto a diciotto anni, ma stupisce per la maturità già raggiunta dal compositore, sia nel trattamento della forma sia nell’intensità dei contenuti. Assume spesso toni concitati, più di quanto siamo abituati a sentire da Mendelssohn, ma presenta alle estremità episodi lenti e meditativi. Il Quartetto energie nuove, composto da Hans Liviabella (violino), Barbara Ciannamea (violino), Ivan Vukcevic (viola) e Felix Vogelsang (violoncello) ne ha dato una versione assai pregevole per accuratezza e aderenza espressiva. Ancora una volta il pubblico ha esaurito la sala e manifestato vivi consensi.

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Il 25 marzo il LAC ha ospitato l’Aterballetto in uno spettacolo comprendente tre lavori.

Ha aperto la serata “Upper-East-Side. Su un accompagnamento acustico (non parlerei di musica) brontolante, scoppiettante e cinguettante di Lorenzo Bianchi Hoesch il coreografo Michele Di Stefano ha creato una danza molto stringata e incisiva, con larghissimo uso (e talvolta abuso) di giri e gambe alte, in un clima di grande eccitazione. Solo di quando in quando il ritmo viene interrotto da equilibri assai difficili (eseguiti impeccabilmente). Va segnalato un interessante assolo per una ballerina in cui pose e movimenti sprigionano una forza molto intensa e quasi primitiva (bravissima l’interprete). Tutto sommato ci siamo trovati in presenza di un balletto con qualche zona poco ispirata ma nel complesso convincente.

È venuto poi “l4’20’’”, estratto dall’opera “27’52’’”, di Kylian. Dopo una esibizione concitata di una ballerina, contrassegnata da un fitto lavoro di braccia e soprattutto di mani, queste vere protagoniste della coreografia (ancora una volta: splendida l’interprete) è venuto un duetto con figurazioni molto originali e un forte contenuto espressivo, nel quale si è avvertita chiaramente la mano di un grande coreografo.

Terzo e ultimo numero è stato “Antitesi” di Andonis Foniadakis. Qui ha dominato per tutta la durata (tranne l’ultima scena) una vitalità esplosiva sfociata spesso nella gesticolazione, nella ginnastica e nell’agonismo sportivo. Peccato, perché il coreografo nei non molti momenti in cui si è imposto un certo ordine e una certa stilizzazione ha saputo dar vita a spunti ammirevoli. Per quanto concerne la musica o quanto avrebbe dovuto essere musica abbiamo ascoltato uno strano miscuglio in cui sono entrati lavori di Pergolesi, Romitelli, Domenico Scarlatti, Scelsi e Tartini. È vero che il coreografo è andato alla ricerca di antitesi però i contrasti non si sarebbero dovuti mai spingere – mi riferisco tanto alla danza quanto alla musica – fino a bizzarrie estreme.

L’Aterballetto ha fornito una prova di grande efficienza in tutti i lavori eseguiti e merita un elogio incondizionato.

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Il 6 aprile al LAC l’Orchestra della Svizzera italiana, diretta da Markus Poschner e con la partecipazione del violinista Vadim Gluzman, ha svolto un programma comprendente la sinfonia classica di Prokof’ev, il primo concerto per violino e orchestra, sempre di Prokof’ev, e la sinfonia “Jupiter” di Mozart. In generale il Poschner ha scelto per tutte le composizioni una linea interpretativa intima, soffice, a volumi moderati e con tendenza a filigranare. Eleganti e preziosi sono risultati i motivi principali della “Jupiter”. Una esecuzione in punta di piedi ha avuto la sinfonia classica; ma dove Prokof’ev si è compiaciuto nell’introdurre brevi e improvvisi scotimenti dell’orchestra, i contrasti dinamici sono stati assai forti e talvolta disturbanti. Nel concerto per violino e orchestra il Gluzman ha suonato encomiabilmente. L’orchestra lo ha accompagnato in modo ammirevole. Tra i grandi momenti cito la parte conclusiva del primo tempo, il “meno mosso”, dove il fitto ricamo del solista in zona sovracuta e le figurazioni discendenti dell’arpa vengono accompagnati inizialmente dal flauto solo e successivamente da altri strumenti in un effetto particolarissimo, che potrebbe essere, secondo le sensibilità e i pareri, una descrizione del gelo in un paesaggio invernale o un affascinante momento estatico. Pubblico assai numeroso e molti applausi per tutti gli interpreti.

 

Carlo Rezzonico

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