Musica e danza a Como, Chiasso e Lugano

Dic 16 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 924 Views • Commenti disabilitati su Musica e danza a Como, Chiasso e Lugano

Un teatro, quando mette in scena “La traviata”, può contare su una sala colma e un buon successo anche se l’allestimento non è ideale. Verdi alla fine esce sempre vittorioso. È stato il caso, ancora una volta, il 25 novembre al Teatro Sociale di Como. La regia di Alice Rohrwacher, le scene di Federica Parolini e i costumi di Vera Pierantoni Glua hanno portato nello spettacolo gli sconvolgimenti e le cadute del gusto diventati abituali nei nostri tempi (oggi chi varca le soglie di un teatro d’opera deve prepararsi a pagare un tributo alle ambizioni e alla mania di distinguersi dei registi), tuttavia va riconosciuto che la conduzione della protagonista ha avuto momenti di grande intensità e ne ha messo in evidenza efficacemente pene e angosce. Sul piano musicale osservo che il direttore Francesco Lanzillotta nelle prime battute del preludio ha optato per un “pianissimo” estremo, suoni esilissimi e un “legato” eccessivo, che hanno reso quel passaggio colloso e poco godibile. Quando l’orchestra anticipa il motivo di “Amami, Alfredo”, la melodia è stata svolta in modo molto accurato ma senza anima e senza partecipazione. All’arrivo di Germont padre, nel secondo atto, i brevi incisi degli archi, prima che il personaggio scandisse imperiosamente “Madamigella Valéry”, sono stati eseguiti ancora una volta in modo corretto, ma senza quel senso di severità e gravità che si addicono all’annuncio di un momento decisivo della vicenda. Insomma la direzione del Lanzillotta è stata molto attenta e precisa, però a volte fredda e meccanica. In palcoscenico il tenore Antonio Gandia ha lasciato alquanto a desiderare, soprattutto per la scadente qualità del timbro; non sono bastati alcuni acuti forti e incisivi nella scena in cui Alfredo insulta Violetta per riscattare una prestazione mediocre. Migliore il baritono Marcello Rosiello nei panni di Germont padre nonostante una impostazione della voce da affinare in diversi punti. Buone le comprimarie femminili, la Flora di Daniela Innamorati e l’Annina di Alessandra Contaldo. E veniamo a Mihaela Marcu, sulla quale gravava l’onere di interpretare una delle parti più difficili del repertorio operistico. Possiede mezzi abbastanza ampi, limpidi e con buon vibrato. Delle acrobazie musicali del primo atto è venuta a capo con qualche difficoltà ma in ogni caso decorosamente. Ha preso quota nel secondo atto, quando è riuscita ad acquisire più scioltezza e flessibilità. Infine in tutto il terzo atto, a voce calda, ha convinto pienamente. Il suo “Addio, del passato bei sogni ridenti” ha attinto la perfezione e toccato veramente il cuore degli spettatori, grazie anche a mezzevoci bellissime. Va aggiunto che la Marcu, favorita da una avvenenza notevole della persona e del viso, si è dimostrata attrice di buon livello, sia nelle civetterie del primo atto, sia nelle ansie, nei dolori, ma anche nelle dolcezze della parte conclusiva.

 

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Quando una persona costituisce una compagnia di danza per attuare una sua idea precisa, la dirige secondo i propri criteri e le imprime tratti inconfondibili, la sua scomparsa lascia un vuoto immenso. Occorrono talenti che da un lato assicurino esecuzioni fedeli delle sue opere e dall’altro lato creino lavori nuovi, nello spirito del fondatore o della fondatrice ma capaci di distinguersi e di rinnovare l’interesse del pubblico. È il caso di Pina Bausch, deceduta nel 2009 e del suo Tanztheater Wuppertal (con in più, purtroppo, la complicazione di un litigio tra la Fondazione Bausch, diretta dal figlio Salomon, e la casa editrice L’Arche). Per le ragioni suddette apprezzo l’attività di alcuni danzatori della compagnia che ora si presentano con coreografie proprie, offrendole in omaggio alla loro Maestra. Il 2 dicembre il Cinema Teatro di Chiasso ne ha ospitato tre nella duplice funzione di autori e interpreti. In generale direi che le loro creazioni riprendono quegli aspetti di danza libera e in parte di espressionismo che hanno caratterizzato la produzione della Bausch. A “Cittadella” di Damiano Ottavio Bigi nocciono una certa prolissità e qualche episodio troppo grottesco (quello iniziale), qualche altro coreograficamente insignificante (quello finale) e le parti con inserimento di recitazione (la danza dev’essere un linguaggio esclusivamente del corpo). Detto questo siano però caldamente lodate le scene che hanno sprigionato una energia incontenibile, nelle quali l’impegno, la sicurezza tecnica e il forte temperamento del coreografo-interprete si sono manifestati in modo convincente; notevole è stato anche il continuo e intenso lavoro delle mani. Dopo l’intervallo Raphaelle Delaunay ha fatto conoscere un suo duetto dal titolo “Ginger Jive”. Nei primi episodi la Delaunay stessa ha affascinato per il modo in cui ha saputo plasmare il corpo in espressioni di estrema sensualità mentre l’afroamericana Asha Thomas si è fatta apprezzare soprattutto con eccellenti movimenti delle braccia. Poi il duetto si è via via animato, verso la fine però con qualche cedimento dell’inventiva. Sarebbe stata contenta Pina Bausch dell’omaggio? Penso di sì. In ogni caso contento è rimasto il pubblico, abbastanza numeroso (probabilmente lo sarebbe stato di più se non ci fosse stata coincidenza con un importante concerto dell’Orchestra della Svizzera italiana a Locarno).

 

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Del concerto per clarinetto e orchestra KV 622 di Mozart non mi piace il tema del primo tempo: inizialmente espone un frammento vivace e frizzante, ma nella seconda parte si riduce a due terze e una seconda discendenti intercalate da pause, come se la felice ispirazione della partenza fosse venuta a mancare. Sgomberato il campo da questa riserva va detto che tutto il resto della composizione è ammirevole. Evidentemente Mozart, alle prese con uno strumento che a quei tempi aveva il sapore della novità, ha trovato piacere nell’utilizzarne intensamente le risorse. Per esempio ha mostrato grande abilità nell’approfittare delle differenze di colore tra le note acute, che sono chiare e penetranti, e quelle gravi, che invece sono brunite, rotonde e un poco pompose. Una inventiva sempre fresca anima il primo tempo, dove peraltro emergono anche alcune leggere venature di malinconia. L’”adagio” esordisce con una melodia assai bella ed espressiva e prosegue sulla linea di un lirismo pacato e riflessivo. Un simpatico motivetto civettuolo, seguito da saliscendi del clarinetto, apre il finale che, come i tempi precedenti, è ricco di idee e offre al solista ampie possibilità per mostrare la sua bravura, non solo virtuosistica, ma anche interpretativa.

Questo lavoro mozartiano ha aperto il concerto del 9 dicembre all’Auditorio Stelio Molo di Lugano. Markus Poschner, alla testa dell’Orchestra della Svizzera italiana, e Jörg Widmann, clarinettista, hanno concordemente conferito all’interpretazione un tono cameristico, raffinato e a volte sfumato. Il Widmann si è distinto per l’ottimo fraseggio e la suadente dolcezza dei suoni. Bellissimo è risultato l'”adagio”, in particolare grazie a una intesa perfetta tra solista e orchestra. Per quanto concerne i tempi estremi avrei preferito una lettura più vivace e colorita.

Dopo la pausa è stata la volta della Musica per archi, percussione e celesta di Bartok. Il primo tempo è una singolare fuga con un soggetto molto cromatico che striscia lentamente in zona grave come un sordo brontolio. Poi la ragnatela musicale si addensa e si amplia sempre più nel volume finchè diventa un intreccio sonoro lacerante. Superato il culmine la musica si ritrae in un “diminuendo” dalle sonorità più chiare, cui contribuisce, nella parte finale, anche la celesta. Con l’”allegro” cambia radicalmente l’atmosfera: qui non interessa tanto la costruzione (Bartok adotta la forma sonata) quanto la virulenza ritmica di una musica angolosa, risoluta e piena di impeto. Nell’”adagio” compaiono molti spunti suggestivi di carattere contrastante che evocano mondi incantati e misteriosi. Un altro discorso ancora va fatto per l’”allegro molto” conclusivo, che è una danza sfrenata, sferzante e colorita, la quale però, verso la fine, fa spazio inaspettatamente a momenti severi che riecheggiano il soggetto della fuga.

La lettura del Poschner e dell’Orchestra della Svizzera italiana è stata al di sopra di ogni lode: tecnicamente irreprensibile, compatta e vibrante dalla prima all’ultima nota, senza forzature né inutili asprezze. Perfino nel terzo tempo, il più difficile da interpretare a causa della sua frammentarietà, la tensione non è mai venuta meno. Si può dire che con l’esecuzione di questa composizione il direttore e gli strumentisti abbiano aggiunto alla collana dei successi conseguiti recentemente, in casa e fuori, un’altra preziosissima perla. Il pubblico, che gremiva l’auditorio, ha colto il valore dell’avvenimento musicale offertogli e mostrato il suo apprezzamento e la sua soddisfazione con applausi molto convinti.

 

Carlo Rezzonico

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