Musica di alta qualità nel Canton Ticino

Nov 20 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 462 Visite • Commenti disabilitati su Musica di alta qualità nel Canton Ticino

Spazio musicale

Quanto i ticinesi apprezzino l’Orchestra della Svizzera italiana e le siano affezionati si è visto in modo lampante nel concerto del 10 novembre al LAC. La sala era esaurita e oltre duecento persone non hanno potuto trovare un posto (ma, si è assicurato, riceveranno adeguata considerazione in altre serate). Straordinario è poi stato il subisso di applausi che ha investito il direttore John Axelrod e l’orchestra dopo l’esecuzione della suite dall’”Uccello di fuoco” di Stravinskij (nella versione del 1919). Consensi ampiamente meritati perché l’interpretazione di questa splendida ma difficile partitura è stata fonte di grande godimento. Ogni suo aspetto ha ricevuto espressione adeguata, cominciando dall’introduzione, con l’oscuro, misterioso e minaccioso aggirarsi dei violoncelli e dei contrabbassi in zona grave per alludere all’ambiente del maligno Katscej ma anche con gli accenni ai motivi dell’Uccello di fuoco, la sola creatura in grado di contrastarlo. La vitalità trascinante di questo personaggio è poi esplosa nella sua variazione, che è tutta salti, voli, frullare di ali e sfavillio di colori descritti con turbini di note mozzafiato. In un mondo musicale opposto porta il numero successivo, la ronda delle principesse tenute prigioniere da Katscej, dove dietro un pacato lirismo si nasconde una struggente tristezza. La danza infernale dei personaggi malefici, la berceuse e il finale celebrante la vittoria delle forze del bene concludono la suite.

Gli entusiasmi suscitati nel pubblico dalle prestazioni del direttore e dell’orchestra in questa composizione non devono far dimenticare il resto della serata. Il giovane violinista  Ray Chen è stato bravo nel concerto per violino e orchestra di Cajkovskij, addirittura bravissimo in un capriccio di Paganini offerto fuori programma (meravigliose le corde doppie per purezza e calore di suono, fraseggio impeccabile, vertiginose le puntate virtuosistiche nella stratosfera dell’estensione). Anche lui ha raccolto larga messe di applausi. Elogi infine merita l’esecuzione del “Prélude à l’après-midi d’un faune” di Debussy, suonato, contrariamente alle abitudini, con un impegno quasi analitico e assolutamente scevro di svenevolezze.

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La pianista svizzera di origine cinese Mélodie Zhao ha dato in novembre un concerto a Lugano con replica a Chiasso (la presente nota riguarda la replica a Chiasso). Questa musicista dai modi dolci e modesti, che sembra una bambina, quando si siede al pianoforte sfodera una tecnica, una potenza e un talento formidabili. Domina ogni particolare delle composizioni eseguite e nulla sfugge alle sue dita. Impressiona quando si scatena con energia inaudita nei “fortissimo”, senza però “picchiare” sulla tastiera, oppure quando infila serie velocissime di note mantenendo mano sciolta e leggera. Il suo virtuosismo si spinge fino alla temerità ma resta sempre tenuto a bada dal gusto. D’altra parte affascinano le cesellature accuratissime e preziose. E l’interprete? C’è anche quella, e come. Si è trovata a suo agio nella sonata “Appassionata” di Beethoven, con cui ha aperto la serata, mettendo in chiarissimo risalto i contrasti tra il polo della meditazione e quello della forza violenta. Significativo a questo riguardo è stato il punto in cui il primo tema del primo tempo viene frazionato e intercalato da successioni ascendenti di accordi veementi. Dolce, un tantino ombroso, è risultato il secondo tema, nettamente scolpiti i passaggi in “fortissimo” e gli “sforzando”. Alla sonata beethoveniana hanno fatto seguito “Jeux d’eau” di Ravel, la Rhapsodia ungherese 2 di Liszt, la terza sonata di Chopin e l’Andante spianato e grande polonaise brillante op. 22, sempre di Chopin. Anche nelle composizioni del musicista polacco la pianista ha saputo essere molto espressiva senza indulgere a sbavature; un momento magico è stato l’”andante spianato”, dove il mormorio della mano sinistra ha fatto da sfondo morbido e lontano alla melodia della mano destra, che si è librata in alto, in una atmosfera di incanto, sospesa sopra l’accompagnamento.

Mi auguro che la Zhao torni nella città di confine, perdonando ai chiassesi di essersi scomodati in pochi per sentirla; ma, come altre volte è accaduto, il pubblico era relativamente numeroso grazie a persone venute da nord e da sud.

 

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Il Dizionario della musica e dei musicisti della UTET liquida William Babell con nove righe. Informa che fu un clavicembalista, violinista, organista e compositore inglese, nato attorno al 1690 e morto nel 1723, il quale ridusse per clavicembalo celebri arie d’opera. Sabato 17 ottobre, nella Chiesa di San Sisinio – Fondazione Torriani a Mendrisio, Stefano Molardi, titolare della cattedra di organo presso il Conservatorio della Svizzera italiana, gli ha dedicato un intero concerto utilizzando lo strumento Reina della Chiesa stessa. I pezzi eseguiti sono stati una decina, in parte preponderante trascrizioni dal “Rinaldo” di Händel. Cito in modo speciale le tre arie poste al termine del programma, che esprimono sentimenti contrastanti: lo sconforto di Almirena tenuta prigioniera da Armida (“Lascia ch’io pianga”), la gioia dello stesso personaggio quanto anticipa il godimento di un “fido amor” (“Bel piacere”), infine l’impazienza e l’esultanza del protagonista di poter finalmente scendere nella mischia per sconfiggere il nemico, conseguendo gloria e amore (“Or la tromba in suon festante”). Le esecuzioni sono state esemplari e hanno utilizzato nel migliore dei modi le risorse e le particolarità dell’ottimo strumento. Solo l’aria “Lascia ch’io pianga” ha perso una parte del suo toccante contenuto di tristezza in quanto la melodia è rimasta qua e là sommersa dagli ornamenti, peraltro assai ben suonati. Molti gli applausi del pubblico, abbastanza folto benchè il sabato di una fine settimana elettorale non fosse la data ideale per attrarre ascoltatori. Ancora una volta la Fondazione Torriani si è distinta offrendo una manifestazione musicale di grande interesse (pochi fino al 17 ottobre sapevano che è esistito un musicista chiamato Babell) e di sicuro valore.

“Don Pasquale” a Como

La stagione lirica 2015/2016 del Teatro Sociale di Como, partita con “Le nozze di Figaro” (non ho potuto assistere allo spettacolo, ma ho sentito commenti positivi), è proseguita il 30 ottobre con il “Don Pasquale” di Donizetti. Il direttore Christopher Franklin ha dato dello spartito una lettura in punta di piedi, agile, lieve, quasi cameristica. Certe volte si è spinto troppo in là; ad esempio nel “moderato” della sinfonia, dove c’è una anticipazione dell’aria di Norina, i primi violini hanno suonato come se al posto di un “piano” fosse prescritto un “pianissimo”. Ma a parte qualche piccola riserva la sua prestazione è stata di primo ordine. L’accuratezza generale, lo svolgimento elegante ed espressivo delle melodie, le raffinate allusioni ironiche, l’attenzione dedicata anche ai valori timbrici (i legni in special modo hanno prodotto sonorità deliziose) sono pregi riscontrabili assai raramente. In palcoscenico hanno cantato complessivamente bene Paolo Bordogna (Don Pasquale), Pietro Adaini (Ernesto) e Pablo Ruiz (Malatesta). Qualche parola sia detta sulla giovanissima Maria Mudryak (Norina): ha tante belle qualità, è intelligente, fraseggia correttamente, si muove in scena con scioltezza e spontaneità, quasi da artista di lunga esperienza, aiutata anche da una presenza avvenente, peccato però che a così tanto talento non corrispondano i mezzi vocali, privi di limpidità e smalto e tali che la costringono a gridare gli acuti. Ottime le prestazioni dell’Orchestra “I pomeriggi musicali” e del Coro Opera Lombardia, istruito da Diego Maccagnola.

Il “Don Pasquale” è un’opera che fonde, in un clima di bonarietà e leggerezza, aspetti comici e aspetti patetici. Ma il regista Cigni nonché lo scenografo e figurinista Cutuli hanno seguito altre vie, facendo troneggiare sulla scena una enorme cassaforte, che ha appesantito gran parte dello spettacolo, e sconfinando nella farsa, con il personaggio del dottor Malatesta trasformato in pagliaccio e la servitù spinta ad esibirsi in lazzi. Quando poi la cassaforte è stata spalancata tutti quanti si sono scatenati nello spargere in ogni luogo lingotti d’oro, monete e banconote; il coro è perfino sceso in platea per regalare “denaro” agli spettatori. Certamente l’episodio è stato spassoso e una parte del pubblico si è divertita. Ma Donizetti dov’era?

“Rigoletto” a Busseto

Nel cartellone del Festival Verdi 2015 sono state inserite anche sei rappresentazioni di “Rigoletto” al Teatro Verdi di Busseto. Hanno cantato con molto lodevole impegno giovani artisti usciti dal cinquantatreesimo Concorso internazionale voci verdiane “Città di Busseto”, tutti dotati di voci con alcuni punti forti, ma sulle quali occorrerà lavorare ancora parecchio per migliorare sia le emissioni sia la dizione italiana (in gran parte erano stranieri). Il direttore Fabrizio Cassi, l’Orchestra del Conservatorio Boito di Parma e il coro del Teatro Regio, istruito da Martino Faggiani, hanno dato prestazioni molto buone: fatto importante per aiutare lo spettacolo ed i giovani cantanti fornendo loro una base sicura. La regia di Alessio Pizzech, a parte le bizzarrie nella concezione generale, ha svolto un lavoro ragguardevole per mettere in evidenza gli stati d’animo dei personaggi, a volte con risultati convincenti, per esempio nel caso di Gilda quando tenta disperatamente di dissuadere il padre dalla vendetta. In ogni caso, anche a prescindere dai limiti di questo “Rigoletto”, trovo opportuno l’inserimento nel Festival Verdi di uno spettacolo a Busseto, non soltanto per tributare un omaggio alla città natale del compositore, ma anche perché nell’ambiente raccolto del piccolo teatro il contatto tra pubblico e interpreti diventa più intimo e intenso, permettendo di cogliere aspetti che in una sala grande possono facilmente sfuggire.

 

Carlo Rezzonico

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