Miti: chi vincerà la battaglia per il predominio interpretativo?

Apr 17 • L'opinione, Prima Pagina • 954 Views • Commenti disabilitati su Miti: chi vincerà la battaglia per il predominio interpretativo?

Rolando Burkhard

Rolando Burkhard

 

Soprattutto nella stampa scritta, stiamo attualmente assistendo a un vero e proprio tsunami mediatico sul tema storia e nascita di miti. In qualche modo ci si sta stufando, quali lettori (ma anche quali ascoltatori o telespettatori), della battaglia in atto per il predominio interpretativo della storia svizzera da Guglielmo Tell al generale Guisan (con un particolare accento sulle celebrazioni del giubileo del Morgarten 1315, Marignano 1515 e congresso di Vienna 1815). Si comincia a liquidare la disputa avviata soprattutto da storici di sinistra come una discussione sul sesso degli angeli.  

 

Ma niente sarebbe più sbagliato. Perché per gli storici sinistroidi si tratta ben più di semplicemente voler dimostrare in modo rigorosamente scientifico che, tenuto conto del livello tecnologico delle balestre di quel tempo, non sarebbe stato possibile a Tell colpire la mela con tale precisione, oppure che il loro tanto odiato incontro per il giuramento del Grütli non avrebbe potuto avere luogo a causa dell’allora divieto di navigazione sul lago dei quattro cantoni decretato dall’autorità a seguito di un preavviso di tempesta.

In realtà, per loro si tratta di ben altro. Ossia semplicemente della sistematica distruzione di presunti miti per loro ideologicamente non accettabili. Ma non per puro interesse scientifico.  

 

Per gli storici di sinistra, non può esistere una coscienza storica svizzera che, per loro motivi ideologici, NON DEVE esistere. 

La formazione, a loro invisa, di una coscienza nazionale basata su eventi passati non inequivocabilmente dimostrabili con gli standard scientifici odierni, deve perciò essere categoricamente respinta, rispettivamente combattuta ideologicamente. Con le stesse argomentazioni scientifiche, oggi non si potrebbe allora condannare neanche un solo assassino, fintanto che non si presenti una prova del DNA. 

 

E se il tiro di Guglielmo Tell, contro ogni aspettativa, avesse veramente avuto luogo (perfino per lo storico di punta Jean-François Bergier, Guglielmo Tell non era solo un “frutto della fantasia”)? 

Il travisamento storico operato dagli storici di sinistra ha una sua tradizione. L’abbiamo vissuto mille volte, per esempio con riferimento alla revisione storica del ruolo della Svizzera durante la seconda guerra mondiale. Anche in quell’occasione, per la Commissione Bergier infiltrata dai sinistroidi, non si trattò d’altro che distruggere dei presunti miti: per esempio quello secondo cui la Svizzera in grado di difendersi contribuì in modo essenziale a proteggerci dall’aggressione della Germania nazista (fu naturalmente molto più politicamente corretta l’interpretazione secondo cui la Svizzera evitò l’annessione solo grazie a una collaborazione opportunistica con il III. Reich). 

 

La banalizzazione della difesa nazionale svizzera, effettuata a posteriori dagli storici di sinistra è sintomatica. Finalmente, si voleva e si vuole l’abolizione dell’esercito.

La chiave di lettura di ogni evento storico è effettivamente difficile. Riferirsi soltanto a quanto è dimostrabile (e politicamente opportuno dimostrare) secondo gli standard odierni è troppo limitativo.

Prendiamo un esempio. Perché la Germania nazista non ha a suo tempo aggredito e invaso la Svizzera? Sulla dimostrabilità scientifica di una risposta a questa domanda, gli studiosi stanno ancora litigando oggi. Ma guardiamo la cosa in modo pratico: quando i nazisti entrarono in guerra, dapprima contro l’Inghilterra e poi contro la Russia, una canzone in voga fra i soldati diceva: “Die Schweiz, das kleine Stachelschwein, das nehmen wir im Rückzug ein” (Il piccolo porcospino Svizzera, lo prenderemo al ritorno). Com’era da interpretare? Naturalmente, in primo luogo che la Germania nazista si sarebbe presa il tempo per invadere la Svizzera più tardi. Ma il termine “porcospino” dimostrava molto chiaramente che si sarebbe dovuto tener conto di una resistenza da non sottovalutare. Se si fosse potuto abbattere subito una Svizzera isolata, porco o spino che fosse, vista la situazione (la grande Germania a nord, l’annessa Austria a est, la Francia occupata a ovest e l’alleata fascista Italia a sud), lo si sarebbe anche fatto. Ma l’impegno militare, almeno per il momento, fu ritenuto eccessivo, a causa degli aculei del porcospino svizzero.    

L’allora volontà di difesa dimostrata dalla nostra politica, dal comando dell’esercito e dai nostri soldati contribuì così a preservarci dalla tragedia, questo non lo fecero gli odierni storici sinistroidi da sofà.

Le loro argomentazioni sono senza dubbio insuperabili per meschinità. Dopo l’estrazione, ognuno potrebbe giocare i giusti numeri al lotto: a posteriori si sa sempre tutto meglio (ed è così comodo strombazzarlo poi fieramente ai quattro venti). Io mi auguro, vista l’attuale situazione, di continuare a vedere una Svizzera con il massimo numero possibile di spine!

Perché questi storici sinistroidi non studiano con la stessa meticolosità il significato dei pellegrinaggi effettuati regolarmente da eminenti personaggi del PS svizzero nella DDR, ancora poco tempo prima della caduta del muro, con adulazioni testualmente riportate nei confronti dell’allora dittatore comunista della DDR, Erich Honecker?

 

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