Meglio l’aiuto sociale che lavorare? Molti sanno fare i propri calcoli

Mar 10 • L'opinione, Prima Pagina • 375 Views • Commenti disabilitati su Meglio l’aiuto sociale che lavorare? Molti sanno fare i propri calcoli

Barbara Steinemann, consigliera nazionale, Watt-Regensdorf (ZH)

Dalla NZZ del 16.02.2018 traduciamo in italiano e riportiamo un interessante articolo della consigliera nazionale UDC Barbara Steinemann (Regensdorf/ZH)

 

Nell’attribuzione dell’aiuto sociale, oggi vengono offerti degli incentivi sbagliati. Si dovrebbero ridurre sensibilmente le prestazioni e creare per gli interessati maggiori incentivi finanziari per una condotta di vita responsabile.

Una cifra record di 273’000 persone è oggi a beneficio dell’aiuto sociale in Svizzera, alle quali si aggiungono poco meno di 26’000 rifugiati riconosciuti e circa 66’000 asilanti per i quali la Confederazione paga un importo forfettario. La parola magica del momento è «Integrazione». Stando alle leggi del mercato, già oggi esiste un’enorme sovrabbondanza di corsi.

L’aiuto sociale si basa sulle direttive COSAS ed è stato dichiarato obbligatorio per tutti i comuni. Per un giovane, per esempio, ciò significa 986 franchi mensili in contanti, dunque 33 franchi al giorno; in aggiunta, il comune si accolla l’affitto di un piccolo appartamento e tutti i premi delle assicurazioni sociali.

Prestazioni di base del valore di 5’500 franchi

Le prestazioni standard ammontano così a 2’600 franchi. Se si aggiungono un coniuge e un figlio, sono alti 1’834 franchi più le relative prestazioni assicurative supplementari e il costo di un appartamento più grande, il che, nei casi normali, fa globalmente circa 4’300 franchi.

Se si considerano ancora delle prestazioni supplementari quali i costi dell’asilo-nido, le cure dentarie, l’assicurazione per l’economia domestica, franchigie e percentuali a proprio carico, biglietti per il trasporto pubblico, spese che secondo le direttive COSAS devono essere assunte dal comune, nonché l’esenzione fiscale dell’indennità di aiuto sociale, in questo esempio i genitori dovrebbero guadagnare più di 5’000 franchi mensili, per poter avere lo stesso livello di vita di una famiglia di tre persone a beneficio dell’aiuto sociale. Perché dal reddito del lavoro vanno ancora tolte le deduzioni per le assicurazioni sociali. E le citate prestazioni devono essere pagate di propria tasca. Un’economia domestica di cinque persone – genitori e tre figli – ha diritto a delle prestazioni di base di almeno 5’500 franchi. Varrebbe dunque la pena di lavorare solo a partire da un reddito di oltre 6’500 franchi.

A titolo di paragone: il salario mensile medio nel canton Zurigo è di 6’614 franchi netto, di 7’696 franchi lordo. Un tale salario, per beneficiari di aiuto sociale non formati professionalmente, in particolare per migranti, è irrealistico. Un aiuto-cucina guadagna in media 2’800 franchi, un addetto alle pulizie 3’367, un impiegato in una ditta di traslochi 3’800 e un tassista 3’200 franchi.

Dal punto di vista economico, per tutte queste persone non è redditizio cercare un’attività lavorativa. Ed è questa la ragione principale per la quale circa il 90% dei rifugiati e un’infinità di persone senza formazione dipendono dall’aiuto sociale. Queste persone sanno fare i propri calcoli.

Integrazione quale «Big Business»

Organizzazioni di perfezionamento professionale e associazioni sociali chiedono un’«offensiva della formazione». Questa richiesta non è assolutamente motivata da altruismo. Dalla formazione per le competenze dell’attività quotidiana all’attestato di tirocinio, dai corsi d’alfabetizzazione a quelli di lingue e di preparazione al lavoro, fino ai test attitudinali: i costi variano da 800 a 3’385 franchi mensili, i corsi durano perlopiù mesi, a volte anche anni, e devono essere pagati quasi al 100% dalle casse pubbliche. I costi d’integrazione per una singola persona ammontano qualche volta a 40’000 o addirittura a 80’000 franchi. L’integrazione è un «Big Business».

Ci si pone la domanda, perché proprio i beneficiari di oggi necessitino di tali corsi, aiuti e sostegni per la loro integrazione. In passato, i beneficiari di aiuto sociale e, in particolare, i rifugiati come gli Ungheresi, Vietnamiti o Iugoslavi non ebbero assolutamente delle prestazioni sociali comparabili a queste. Hanno ritrovato encomiabilmente la loro via esistenziale con meno assistenza statale, ma con più iniziativa personale.

Per questo, gli incentivi all’integrazione devono essere offerti nel modo giusto, evitando quelli sbagliati. Ciò significherebbe diminuire sensibilmente l’aiuto sociale e, al suo posto, dare agli interessati degli incentivi finanziari per un loro sforzo responsabile in direzione dell’integrazione. L’intero investimento nei vari corsi d’integrazione non serve infine assolutamente a niente se, a lungo termine, non si trova un datore di lavoro che, in modo duraturo, offra più di quanto faccia l’aiuto sociale.

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