Mariella Devia in “Roberto Devereux” di Donizetti

Apr 22 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 183 Views • Commenti disabilitati su Mariella Devia in “Roberto Devereux” di Donizetti

Spazio musicale

 

Il libretto del “Roberto Devereux”, di Salvatore Cammarano, rievoca, naturalmente in modo non completamente fedele alla storia, le vicende di Elisabetta I regina d’Inghilterra e di Roberto Devereux, Conte di Essex. Lo fa in modo maldestro. L’antefatto è complicato e lo spettatore ne viene informato con diverse notizie o accenni sparsi nel corso del primo atto, risultando difficilmente comprensibile. C’è sovrabbondanza di colpi di scena. La lingua lascia a desiderare. Un punto positivo è la presenza di un personaggio forte, sia sul piano politico sia su quello privato, come Elisabetta; Donizetti, lo vedremo in seguito, ne seppe approfittare. Un aspetto insolito del libretto è la conclusione, che non innalza moralmente, con una grande scena, un personaggio vittima di una condanna a morte ingiusta, secondo gli usi del melodramma italiano della prima metà dell’Ottocento (si consideri, per citare un esempio donizettiano di alcuni anni prima, l’”Anna Bolena”). Nel “Devereux” l’occasione ci sarebbe stata puntando su Sara, una donna innocente mandata al patibolo dai furori della regina; di lei il libretto si interessa poco, limitandosi a farci conoscere in fretta la sbrigativa decisione di Elisabetta contro la sua persona. Invece la vicenda segue altre vie mettendo in evidenza nel finale l’innamorata figlia di Enrico VIII stravolta dagli avvenimenti, turbata da terribili allucinazioni, in preda alla follia e da ultimo abdicante.

Nell’intreccio e nei versi del Cammarano, alquanto sotto il livello abituale, Donizetti si destreggia con abilità. Degni di nota sono l’accuratezza della partitura e l’impegno a seguire fedelmente il testo, anche nei recitativi. Poche sono le pagine sciatte; per dirne una, è banale il motivetto saltellante che introduce e poi accompagna, in modo completamente inadeguato, le ansie di Roberto dopo che gli è stata comunicata la condanna a morte. Ma in generale il compositore si mantiene abbastanza costantemente su un piano decoroso e in alcune parti manifesta tutta la sua grandezza. Tra queste sia menzionata la successione di scene dalla sesta dell’ultimo atto fino al termine dell’opera: circa un quarto d’ora di musica che da solo giustificherebbe la ripresa del melodramma ai nostri tempi. La regina domina totalmente il campo, tutti gli altri personaggi sono ridotti a figure secondarie. Il suo canto spazia dal dolore e dagli ultimi tenui fili di speranza all’ira e allo smarrimento della ragione. Qui il compositore rivela, come nei lavori migliori, mano esperta e genio. Si pensi, per fare un esempio, all’originalissimo inerpicarsi della melodia sulle parole “Il mio core a te perdona…./Vivi, o crudo, e m’abbandona/In eterno a sospirar….”

Il “Roberto Devereux” è stato rappresentato in marzo al Teatro Regio di Parma nel quadro della stagione lirica 2018. Detto che il direttore Sebastiano Rolli ha dato una lettura anodina e poco convincente dello spartito e che invece il Coro del Teatro Regio, istruito da Martino Faggiani, è stato autore di una prestazione assai lodevole, si può affermare che lo spettacolo ha avuto il suo punto di forza nei cantanti. Per la parte di Elisabetta, incontestabile protagonista benchè il personaggio del titolo sia l’uomo da lei ardentemente amato, si è fatto capo a Mariella Devia, una delle soprano più meritevoli e famose attive a cavallo tra il secolo scorso e quello presente. Certamente la sua voce risente del passare degli anni e non ha più la limpidità e lo smalto d’un tempo; ma è pur sempre una voce di qualità notevole e la cantante sa usarla con grande perizia e intelligenza, mettendo a profitto la lunga esperienza. I suoi fraseggi sono impeccabili. Della illustre regina ha manifestato, più che il carattere autoritario e imperioso, i lati intimi e soprattutto le sofferenze del suo animo di fronte all’impossibilità di conquistare i favori di Roberto. Peccato che sia rimasta sfavorita dalla regia, che l’ha tenuta sempre lontano dal proscenio, su una struttura arretrata e rialzata con conseguente dispersione della voce. Un discorso per certi aspetti analoghi può essere fatto per la mezzosoprano Sonia Ganassi. Anche lei ha superato il punto più alto dell’efficienza vocale ma anche lei si mantiene in ottima forma: la sua interpretazione di Sara ha messo in risalto nel migliore dei modi i travagli dello sfortunato personaggio. Mezzi estesi, squillanti e incisi ha fatto apprezzare il tenore Stefano Pop mentre una buona prestazione è venuta dal baritono Sergio Vitale. Alla prima, il 15 marzo, tutti gli artefici dello spettacolo sono stati festeggiati dal pubblico; più di ogni altro, ovviamente, la Devia.

Telefonini contestati

Alla rappresentazione del “Roberto Devereux” alla quale ho assistito, poco prima della seconda parte, quando le luci erano già state abbassate e il direttore stava per dare l’attacco, una spettatrice del loggione, avendo notato che alcuni in platea avevano ancora il telefonino accesso e illuminato, ha gridato con voce sonorissima: “spegnete quei telefonini, cretini”. La coraggiosa spettatrice è stata gratificata con un intenso e lungo applauso di approvazione proveniente da tutti i settori della sala.

Perfino la stampa le ha fatto eco il giorno dopo.

Musica nel Mendrisiotto

Il concerto del 25 marzo, ore 10.30, di Musica nel Mendrisiotto, tenuto per ragioni logistiche nell’Oratorio Santa Maria, a una breve distanza dalla sede abituale (molto chiare le indicazioni sul percorso da seguire per arrivarvi: complimenti agli organizzatori) è stato dedicato alla gioventù sotto due aspetti: un programma comprendente composizioni giovanili dei rispettivi autori ed esecuzioni affidate a musicisti a loro volta giovani o giovanissimi.

Il primo numero, “Crisantemi”, elegia per quartetto d’archi di Giacomo Puccini, scritto nel 1890 per la morte di Amedeo di Savoia, si basa su due temi dei quali il compositore si sarebbe servito per l’ultimo atto di “Manon Lescaut”. Questa circostanza induce ad alcune considerazioni particolari. Non è raro il caso in cui un musicista utilizza elementi tolti da suoi lavori precedenti. Spesso tali elementi si inseriscono perfettamente nella nuova funzione e si rimane sorpresi, in un primo tempo, che non siano stati creati appositamente per il contesto nel quale sono venuti a trovarsi. Per quanto riguarda Puccini cito il duetto del terzo atto di “Tosca”: il tenore canta un motivo in cui traboccano l’ammirazione e la gratitudine per la donna amata, giunta al punto di commettere omicidio e tingersi le mani di sangue per salvarlo. Ora quel motivo, che sembra sbocciato spontaneamente per quella circostanza, è stato trasferito dall’”Edgar”, la seconda mediocre e sfortunata opera del Lucchese. Un discorso analogo va fatto per i due temi di “Crisantemi”, passati dal quartetto alla “Manon Lescaut” per esprimere come meglio non si sarebbe potuto i sentimenti di desolazione che affliggono Des Grieux in un momento cruciale della vicenda. Come spiegare gli esiti felici di tali riutilizzazioni? L’ipotesi più plausibile mi sembra la seguente. Un compositore, specialmente un compositore di melodrammi, ha quasi sempre una preferenza spiccata per certi tipi di espressione e in quelli riesce a conseguire, fin dalla gioventù, risultati notevoli. Di solito però quando compie i primi passi non ha ancora trovato o non ha potuto imporre la sua strada e quei frammenti di valore restano sparsi tra pagine scritte senza convinzione e pertanto di scarsa qualità. Ma non appena può dedicarsi a un soggetto congeniale, che gli consente di manifestare completamente le sue doti e la sua sensibilità, allora le anticipazioni staccate calzano senza problemi per il nuovo lavoro e vi entrano alla perfezione.

Torno al concerto del 25 marzo a Mendrisio per dire che i giovani interpreti hanno dato una lettura di “Crisantemi” non solo volonterosa e corretta, ma pregevole pure nell’espressione della sottile e pungente tristezza che pervade il pezzo.

Anche il secondo numero della mattinata – l’ottetto per archi in mi bemolle maggiore op. 20 di Mendelssohn – si presta a qualche pensiero speciale. La vita di Mendelssohn fu breve, solo trentotto anni, e così pure quella di parecchi altri compositori della sua epoca. Ma quelle personalità straordinarie si distinsero per la precocità e cominciarono, già molto prima dei vent’anni, a scrivere partiture considerevoli o addirittura dei capolavori, per cui, a conti fatti, la migliore fase produttiva della loro esistenza non risultò molto inferiore alla norma. L’ottetto ascoltato a Mendrisio fu composto a quindici anni. Nessuno penserebbe che una forza creatrice così intensa potesse appartenere a un adolescente. La bellezza del tema proteso verso l’alto con cui la composizione inizia, la varietà di effetti ottenuta, nell’”andante”, con una cellula di sole sei note o l’inesauribile vivacità del “presto” finale, ridondante di slancio giovanile e gioia di vivere, sono alcuni tratti che rendono attraente il lavoro.

Ancora una volta siano lodati l’impegno e la bravura degli esecutori. Sono stati Veronika Miecznikowski, Jing Zhi Zhang, Jone Sabina Dina Diamantini, Maura Rickenbach, Zeno Fusetti, Teira Yamashita, Giulia Wechsler e Alessandra Doninelli. Esprimo loro l’augurio di una bella carriera, quale le loro prestazioni attuali sembrano promettere. Brava anche l’Associazione musica nel Mendrisiotto per aver incluso nella stagione una manifestazione di fresco entusiasmo giovanile.

 

Carlo Rezzonico

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