“Manon” di Massenet diretta da Armiliato a Zurigo

Giu 3 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 144 Views • Commenti disabilitati su “Manon” di Massenet diretta da Armiliato a Zurigo

Spazio musicale

Solitamente quando un’opera attinge il soggetto a un lavoro letterario o teatrale si esaminano i rapporti tra questo e l’opera stessa. Il tema è particolarmente intricato nel caso della “Manon” di Massenet. Mentre il romanzo “Histoire du chevalier des Grieux et de Manon Lescaut” di Antoine–François Prévost, mette in risalto il protagonista maschile, che narra le vicende in prima persona, il libretto scritto da Henri Meilhac e Philippe Gille per Massenet sposta l’attenzione sulla donna. Di conseguenza la fortissima passionalità di Des Grieux e la sua convinzione di essere una vittima del destino, che ne fanno una figura tragica, vengono sminuite. D’altra parte, le contraddizioni di Manon diventano più marcate. È difficile conciliare il personaggio sciocco e frivolo che si pavoneggia sul Cours-la-Reine con la donna disperatamente intenta, nel seminario di Saint Sulpice, a ricuperare gli affetti dell’uomo abbandonato nel momento in cui questi, deluso della vita, si appresta a entrare in un ordine religioso. Alla stessa stregua non è coerente il personaggio della ragazza che alla sortita si comporta ingenuamente, è disorientata a causa del viaggio e fatica a esprimersi per l’emozione quando sappiamo che i genitori la vogliono mettere in convento perché preoccupati della sua spiccata inclinazione ai piaceri e quindi molto probabilmente anche a spregiudicate esperienze di vita.

Detto questo trovo ingiusto giudicare un melodramma secondo la fedeltà o l’infedeltà al testo letterario da cui trae origine. Più corretto è invece partire dall’idea che ci troviamo in presenza di un’opera d’arte indipendente, nuova, da valutare esclusivamente sui suoi meriti. In questa prospettiva poco importa che Des Grieux si profili meno nettamente che nel romanzo e venga associato sul piano musicale a un tema non certo tragico. In compenso quel tema è originale, ben snodato, elegante e suadente nella sua ondeggiante discesa di due ottave. Poco importa inoltre l’apparente svalutazione dell’uomo qualora si considerino alcuni suoi momenti lirici di straordinaria bellezza: il sogno “En fermant lex yeux” nel primo atto, commovente soprattutto pensando a quanto sta per accadere, e la prima parte dell’aria “Ah! Fuyez, douce image” nel terzo atto. Manon, dal canto suo, a dispetto delle tante contraddizioni, incanta con le arie “Voyons, Manon, plus de chimères!” e “Adieu, notre petite table”, nelle quali scioglie un lirismo delicato e trepidante, dove ogni parola sembra un sussurro dell’animo mentre l’accompagnamento orchestrale, nonostante pregi armonici e timbrici notevoli, resta discreto, come se si preoccupasse di rispettare e lasciare indisturbata tutta la fine sensibilità del personaggio.

Tra aprile e maggio l’Opernhaus di Zurigo ha messo in scena l’opera di Massenet con grande impegno, almeno per ciò che concerne la parte musicale. La soprano Elsa Dreisig, scelta per l’interpretazione della protagonista, è stata presentata come una rivelazione, destinata a un futuro importante. Alla prova dei fatti la cantante ha confermato in larga misura le aspettative. La sua tessitura è piuttosto acuta, il che significa ottava bassa di scarso volume ma acuti facili e incisivi. Il timbro è chiaro, molto piacevole, sia pure con qualche vibrazione fastidiosa nelle emissioni a piena voce in zona centro-acuta. Benchè fosse al debutto come Manon ha saputo penetrare a fondo in tutte le pieghe psicologiche del personaggio. Le è stato accanto come Des Grieux Piotr Beczala, uno dei tenori attualmente più ricercati. I suoi mezzi al centro sono semplicemente splendidi per la ricchezza del timbro e l’intensità del vibrato, mentre gli acuti risultano piuttosto stretti. Per il resto l’Opernhaus ha schierato una compagnia di valore fino all’ultimo dei comprimari. Sul podio c’era Marco Armiliato, autore di una prestazione generalmente di ottimo livello. Faccio solo una riserva, nel senso che in parecchi passaggi ho avuto l’impressione che il direttore mirasse molto alla fusione strumentale e alla levigatezza delle sonorità, con esito assai gradevole per l’orecchio, tuttavia lasciando in disparte la brillantezza dei colori, l’incisività di certi disegni e anche, cosa importante in quest’opera, un pizzico di civetteria. Questa nota si riferisce alla rappresentazione del 12 maggio.

Haitink

Torno sul concerto del 24 aprile al LAC, nel quadro dei Concerti di Pasqua organizzati da Lugano Musica, sul quale avevo già riferito brevemente sul “Paese” del 3 maggio.

Haitink, il direttore, ha raggiunto i novant’anni di età ma sa sempre offrire prestazioni di primissimo ordine. Nella stagione corrente sarà impegnato ancora per alcuni concerti al Lucerne Festival, poi prevede di concedersi una pausa. Vedremo che decisioni prenderà dopo il periodo di riposo. Oggi chi si recasse ad ascoltare musica diretta da lui e chiudesse gli occhi immaginerebbe un interprete giovane e pieno di slancio, certamente non un uomo che raggiunge il podio aiutandosi con un bastone (ma sempre in modo assolutamente distinto e dignitoso) e che guida l’orchestra mediante gesti parchi eppure fortemente significativi.

L’esecuzione della terza sinfonia di Beethoven, che non esito a definire memorabile, ha messo in luce pienamente le qualità dello Haitink. Ci sono direttori che curano con diligenza estrema ogni particolare dei pezzi eseguiti ma non riescono a superare i fatti puramente tecnici, per cui suscitano una impressione di meccanicità e freddezza. Altri direttori non si perdono negli scrupoli e tirano dritto, lasciandosi trasportare da sentimenti e passioni, ma la loro lettura dello spartito è menomata da approssimazioni e l’ascoltatore attento non trova tutto quanto si aspetta. Pochissimi direttori giungono invece alla sintesi perfetta: tutto è preciso e trasparente e ogni nota risulta chiaramente percepibile eppure la musica diventa ricchissima di valori, non c’è un solo passaggio che non abbia qualcosa da dire, fluidità e continuità non vengono mai meno, insomma la composizione respira e avvince. Al gruppo esiguo di questi direttori appartiene senza ombra di dubbio Haitink.

Se ora rivolgo lo sguardo a qualche particolare noto, per cominciare, la semplicità ma anche l’intensità con cui, nel concerto di Lugano, sono emersi tutti i contenuti del motivo principale del primo tempo: consapevolezza della gravità del momento ma anche tranquillità dell’eroe sicuro di sé, un fremito nascente dall’improvvisa e inattesa apparizione di un do diesis al quale si sovrappongono note ribattute e sincopate dei primi violini, poi un’ombra di tristezza e infine il ritorno al discorso iniziale. Passo a un altro esempio: negli “sforzando” che abbondano in gran parte dell’”allegro con brio” l’orchestra ha sempre mantenuto corposità di suono ed elasticità, evitando il difetto della secchezza, sempre in agguato in queste situazioni, ed evitando ogni forzatura. Menziono anche un particolare della marcia funebre, ossia il passaggio al maggiore, che crea la tentazione di uno stacco netto con quanto precede, e che invece nell’esecuzione ascoltata a Lugano è sbocciato con naturalezza, come logica conseguenza del discorso in atto.

Carlo Rezzonico

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