“Macbeth” e “Attila” al Festival Verdi di Parma

Ott 19 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 91 Views • Commenti disabilitati su “Macbeth” e “Attila” al Festival Verdi di Parma

Spazio musicale

“Macbeth”, l’opera rappresentata al Teatro Regio di Parma come primo spettacolo del Festival Verdi 2018, si presta a molte considerazioni: per le particolarità del soggetto, che non è la solita vicenda d’amore, ma si concentra su intrighi politici ed entra in un mondo soprannaturale, per l’impegno del compositore, che si manifestò tra l’altro nelle numerosissime raccomandazioni fatte ai cantanti della prima rappresentazione e per il valore altissimo di alcune pagine. In questa nota vorrei però soffermarmi su un altro aspetto, quello delle figure regali che vi compaiono o alle quali si accenna. Conviene cominciare dal re Duncano, che non vediamo (o dovremmo non vedere, ma i registi d’oggi si concedono molte libertà) e viene assassinato da Macbeth fin dal primo atto. Udiamo però la banda fuori scena che lo accompagna al suo ingresso nel castello di Macbeth: la musica sembra banale, non adeguata al compito di solennizzare l’arrivo di un sovrano, eppure possiede una affabilità e una dolcezza che si addicono a un re descritto giusto e buono. Non a caso Verdi le diede una durata assai lunga. Le virtù di Duncano mettono in maggior risalto, per contrasto, i limiti umani e morali del protagonista, il quale sente qualche scrupolo e manifesta qualche esitazione nel compiere il male, ma spronato dalla moglie, quella sì spregiudicata in modo assoluto, commette efferatezze terribili. Poi c’è Banco, “non re, ma di monarchi genitore” nel linguaggio delle streghe: una figura composta ed equilibrata, a sua volta utile per conferire evidenza, sempre in via di contrasto, alle debolezze di Macbeth, che è rozzo, emotivo e facile preda di allucinazioni. Quando Banco, in un parco nei pressi del castello, ha un presentimento tragico, il suo canto riflette la gravità del momento ma resta pacato e nobile. Direi che in questo melodramma il protagonista sia caratterizzato direttamente dal modo in cui il librettista e il compositore presentano i suoi tormenti e le sue azioni, ma anche indirettamente grazie a personaggi che, per vie diverse, posseggono in alto grado virtù che a lui mancano.

A Parma il direttore Philippe Auguin ha effettuato una lettura dello spartito limpida, trasparente, analitica e attentissima ad evitare ogni forzatura eppure straordinariamente ricca di accenti e valori espressivi. In ogni momento drammatico e in ogni situazione psicologica dei personaggi l’orchestra è stata presente con interventi appropriati. Non solo, ma l’Auguin ha saputo mettere in rilievo certi aspetti timbrici e armonici solitamente trascurati. Per quanto concerne le streghe i loro cori, spogliati di ogni elemento grottesco e di ogni concessione a un romanticismo scadente, hanno acquisito una musicalità inattesa. Ovviamente per la buona riuscita di una rappresentazione operistica sono indispensabili cantanti validi. Per il “Macbeth” il Teatro Regio ha saputo reclutare una compagnia che difficilmente avrebbe potuto essere migliore. Luca Salsi è stato un protagonista semplicemente perfetto grazie alle eccellenti qualità della voce, che gli hanno consentito di distinguersi tanto nelle emissioni poderose quanto nelle sottigliezze e nelle sfumature, e grazie alle capacità interpretative. Un Banco di grande dignità ha delineato Michele Pertusi. Nei panni di Lady Macbeth Anna Pirozzi, benchè possegga una voce bella (si sa che Verdi affermò, forse provocatoriamente, che in questo melodramma la soprano doveva avere una voce brutta), è stata autrice di una prestazione maiuscola. Nella scena della pazzia, in cui il compositore sembra sentire pietà per quella perfida donna nel momento in cui si presenta fisicamente e moralmente distrutta, ha tenuto il pubblico con il fiato sospeso. La Filarmonica Arturo Toscanini ha corrisposto egregiamente alla linea voluta dal direttore mentre il coro, istruito da Martino Faggiani, ha dato piena soddisfazione.

Sul piano visivo l’allestimento ha rinunciato quasi completamente alle scene, talvolta dando l’impressione di una versione semiscenica. Al loro posto si è fatto ricorso a un sistema di siparietti e a fondali sui quali venivano proiettate luci in sé assai belle e parecchie volte anche in armonia con gli avvenimenti. La regia di Daniele Abbado, evitando ogni eccesso, ha giovato all’opera; grande efficacia ha conferito alla scena delle allucinazioni (dove il Salsi ancora una volta si è fatto ammirare con una superba prestazione da grande attore).

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A “Macbeth”, nel Festival di quest’anno, ha fatto seguito “Attila”. Il soggetto di quest’opera si svolge su due binari: quello politico-bellico, che ha come protagonista il re degli Unni, e quello amoroso, nel quale agiscono Foresto, cavaliere aquileiese, e Odabella, figlia del signore di Aquileia, ucciso dall’invasore. La prima vicenda domina nettamente mentre la seconda, che si riduce ad alcuni episodi di dissenso seguiti immediatamente da rappacificazioni, ha scarsa importanza. Le interferenze tra guerre, vendette, tradimenti e slanci patriottici da un lato e rapporti tra gli amanti dall’altro lato sono irrilevanti; il tutto si limita al matrimonio o previsto matrimonio (la sposa fugge già durante la cerimonia nuziale) tra Attila e Odabella. Si aggiunga l’inutilità del secondo quadro del prologo, dedicato alla fondazione di Venezia. Ci troviamo dunque in presenza di una drammaturgia zoppa, che demanda totalmente alla musica l’incarico di conferire valori all’opera. Qui il tretatreenne Verdi fece parecchio. Il personaggio eponimo ha alcuni momenti di grandezza artistica, primo fra tutti il recitativo sulle parole “No?…non è sogno…..”, in cui il re unno, dopo l’incontro sconvolgente con il romano Leone, manifesta i tormenti del suo animo. Dal canto suo Odabella trova la via per distinguersi, non nei litigi e poi nelle effusioni amorose con Foresto, ma nel coraggio e nella determinazione di fronte alle avversità della storia. L’aria “Allor che i forti corrono” e soprattutto la cabaletta “Da te questo or m’è concesso” sono trascinanti espressioni di fierezza. Di fronte ai due grandi avversari le figure dell’innamorato Foresto e dell’ambiguo generale romano Ezio, nonostante un paio di belle arie, sbiadiscono.

L’”Attila” vista a Parma era, per la parte musicale, nelle mani di Gianluigi Gelmetti. Di lui ho apprezzato particolarmente il modo di plasmare le melodie, sempre in funzione espressiva. Per esempio la bella frase che emerge nel preludio, talvolta utilizzata dai direttori per far sgorgare dall’orchestra musica suadente e capace di appagare l’orecchio, è stata dal Gelmetti esposta con semplicità e discrezione, in un tono di intensa tristezza e desolazione: riferimento evidente al dolore per le devastazioni inflitte da Attila ad Aquileia. Ammirazione ha suscitato anche lo spuntare del giorno nel secondo quadro del prologo: l’accuratezza e l’impegno del direttore hanno resto interessante una pagina descrittiva un tantino ingenua, collocata in un episodio, la fondazione di Venezia, superfluo nel profilo drammaturgico. In palcoscenico ha cantato e agito una compagnia di buon livello: lodevoli Riccardo Zanellato (Attila), Maria José Siri (Odabella) e Vladimir Stoyanov (Ezio); fragilino invece il tenore Francesco Demuro (Foresto). Nella regia e nelle scene di Andrea De Rosa non sono mancate alcune stranezze ma nel complesso il clima creato attorno alla vicenda è stato adeguato.

“Tosca” a Como

Dopo il vivacissimo ed effervescente “Viaggio a Reims” di Rossini la stagione d’opera del Teatro Sociale di Como è continuata il 12 ottobre con una bella edizione di “Tosca”. Il direttore Valerio Galli si è inserito in una tendenza assai diffusa in questi anni consistente nell’evitare le tinte forti, concentrarsi su finezze e cesellature e penetrare a fondo nella psicologia dei personaggi e nell’intimità dei loro stati d’animo. In tale ambito il Galli ha proceduto con molta diligenza e fine sensibilità, pervenendo a risultati notevoli. Le melodie sono state tornite con cura e intensa espressione mentre i pregi armonici e timbrici della partitura sono emersi in tutta la loro bellezza, ricordandoci che Puccini fu grande non solo per le trascinanti onde melodiche ma anche per le sottigliezze formali e per un ampio ricorso alle risorse della musica moderna: anzi, proprio per aver saputo combinare la tradizione italiana con l’evoluzione compiuta dall’arte dei suoni ai suoi tempi merita particolare ammirazione.

Virginia Tola è stata una Tosca valida. La sua voce ha poco volume nell’ottava bassa e mostra qualche segno di tensione sulle note più alte, tuttavia in zona centro-acuta si apre con ottimo vibrato e smalto. Ha cantato “Vissi d’arte”, in sintonia con l’impostazione generale data dal direttore, quasi interamente a fior di labbra e con accenti commoventi. Come Cavaradossi ha agito e cantato Luciano Ganci, un tenore lirico nel pieno senso della parola, con bel timbro, facile accesso agli acuti e molto trasporto amoroso. Ammirazione incondizionata da tutti i punti di vista merita il baritono Angelo Veccia, che ha impersonato Scarpia: mezzi solidi e di alta qualità, una presenza autorevole, un equilibrio inappuntabile tra le esigenze formali del suo ufficio da una parte e le brame e la feroce crudeltà dall’altra. Molto lodevoli i comprimari, con una menzione speciale per Luca Gallo (sagrestano) e Nicola Pamio (Spoletta).

Quanto alle scene e alla regia non mi par vero di poter scrivere, questa volta, parole di quasi totale approvazione. Le prime, di Dario Gessati, hanno offerto vedute in larga parte tradizionali, la seconda, di Andrea Cigni, ha introdotto alcuni spunti nuovi e concesso largo spazio alla sensualità nei rapporti tra gli amanti ma senza trasmodare. Un bravo al regista anche per aver mantenuto, alla fine del secondo atto, l’episodio in cui Tosca, sentendo ormai pietà per l’uomo efferato che ha ucciso e sensibile a un richiamo religioso, pone attorno al suo cadavere due candelabri e un crocefisso.

Teatro esaurito, molti applausi.

 

Carlo Rezzonico

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