Ma sarà poi davvero così “malleabile”?

Dic 18 • L'editoriale, Prima Pagina • 1827 Visite • Commenti disabilitati su Ma sarà poi davvero così “malleabile”?

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

L’avventura quadriennale – particolarmente importante per noi Ticinesi quest’anno – è finita, al posto di Eveline Widmer-Schlumpf è stato eletto in Consiglio federale il romando Guy Parmelin. Amen!

Norman Gobbi, nonostante il buonissimo risultato (l’ottimo sarebbe ovviamente stato l’elezione), esce con onore e a testa alta dalla competizione, ma è evidente che la sua era praticamente una “mission impossibile”. Ci ha – e ci abbiamo – creduto, ha giocato fino in fondo le sue carte e, ovviamente, tutte le manifestazioni di stima, la ormai inutile ricerca di perché e di percome, l’attribuzione ad altri di responsabilità, non sono che irrilevanti fattori che non tolgono l’amaro in bocca a chi – Norman Gobbi stesso, l’UDC Ticino e la Lega dei Ticinesi – non ha commesso alcun errore tattico in questa difficile campagna. L’appartenenza alla Lega, che ha permesso agli avversari di strumentalizzare lo stile de Il Mattino della domenica facendone tutt’uno con il pensiero di Norman Gobbi, l’indegna campagna orchestrata dal censore senza macchia e senza paura cantonale, Paolo Bernasconi, il mancato sostegno ufficiale della deputazione ticinese, sono tutti fattori che non hanno certo aiutato la causa, ma francamente non credo siano stati determinanti. Quindi, bravo Norman… e giriamo pagina.

 

Il ticket: esercizio-alibi?

Non sono d’accordo. Alla base dell’operazione c’è stato, da parte dell’UDC, l’intento di non dare alcun appiglio agli altri partiti per negare il secondo seggio in Consiglio federale spettante al partito. Fra i pretesti, qualora si fosse optato per un solo candidato, si sarebbe potuto avanzare il “diritto” di una regione linguistica rispetto all’altra. Fornendo l’alternativa fra i tre ceppi linguistici, questo pretesto veniva a cadere anche se, ovviamente, perlomeno al primo turno avrebbe spaccato le scelte in seno alla stessa UDC. E proprio alla luce di ciò, il risultato di Norman Gobbi al primo turno è da considerare eccezionalmente buono. Ma che fosse un esercizio-alibi, come hanno ipotizzato certi politici e certi media, del quale i due latini sarebbero stati gli utili idioti presi per il naso dal partito per dare una falsa immagine di ragionevole disponibilità, lo escludo. Altrettanto dicasi per l’ipotesi secondo cui i vertici dell’UDC volevano fin dall’inizio un romando UDC in governo: altrimenti, non sarebbe stato più sicuro il raggiungimento dell’obiettivo candidando solo Parmelin e Freysinger? L’odio dell’ala sinistroide del Parlamento nei confronti dell’Oskar nazionale avrebbe fatto sì che automaticamente i voti si sarebbero riversati sul primo, senza il rischio di vedere eletto l’alemannico Aeschi che pure aveva tutte le carte in regola.  E invece, a Thomas Aeschi è stato stato preferito Guy Parmelin, e non credo che sia un’arma rivoltasi improvvisamente contro chi l’aveva ideata. Preferisco pensare che, proponendo i tre nominativi, l’UDC abbia semplicemente voluto evitare che la scelta del Parlamento si orientasse su qualche candidato non ufficiale, il che avrebbe portato a uno scenario Widmer-Schlumpf 2. E l’obiettivo è stato centrato. Sia pure per alcuni obtorto collo, il voto si è praticamente concentrato sui tre candidati ufficiali (salvo qualche sporadico Bastian contrario a oltranza, ma le direttive dei partiti in questo senso erano chiare).

 

Operazione-simpatia

Per ottenere il secondo seggio – obiettivo prioritario su tutto per il partito – l’UDC ha dato avvio a un’operazione-simpatia, a mio modo di vedere giustificata ma a tratti esagerata. Garanzie, a parole, di rispetto della collegialità, dichiarazioni di assunzione di responsabilità, tutte affermazioni del tutto superflue. Primo, perché è normale che un partito di governo abbia questa disponibilità, secondo, perché chi non vuole crederci non ci crede lo stesso (vedi dichiarazioni pre- e post-elezione della sinistra). Personalmente, ritengo poi patetico il culmine di questa operazione-simpatia, raggiunto con la partecipazione calorosa del nostro gruppo parlamentare alla “standing ovation” tributata all’uscente Eveline Widmer-Schlumpf. Se l’educazione e il rispetto delle istituzioni impediva di dare la stura a fischi e pernacchie, una silenziosa astensione da qualsiasi gesto d’approvazione nei confronti di una ministra di cui si è detto peste e corna per otto lunghi anni sarebbe stata, a mio avviso, ben più consona e sincera. Ma, ancora una volta, non si sono voluti dare agli avversari dei pretesti per giustificare un ostracismo del maggiore partito svizzero. Il fine giustifica i mezzi, diceva Machiavelli, anche – aggiungo io – se questi mezzi consistono nell’ingoiare un certo numero di anuri di diverse forme e dimensioni.

 

Il candidato più malleabile?

Fin dal primo scrutinio si è vista la tendenza che sarebbe poi divenuta realtà al terzo turno. E fin dall’inizio è apparso chiaro che buona parte della sinistra l’aveva votato – alla faccia dell’idiosincrasia nei confronti dell’UDC – evidentemente considerandolo il “meno peggio”, il più conciliante e malleabile dei tre candidati UDC. E subito, certa stampa ha cominciato a denigrarlo quasi fosse lo scemo del villaggio, capitato lì per una serie di circostanze fortuite. “Nessuno si aspetta un grande dinamismo dal nuovo consigliere federale dell’UDC…” – ha scritto il Blick. “Oggi l’Assemblea federale non ha sicuramente eletto il candidato più qualificato per la successione di Eveline Widmer-Schlumpf», rincara dal canto suo il Tages-Anzeiger. «La competenza e le capacità intellettuali sono ancora una volta passate in secondo piano», si rammarica Le Temps (per citare solo tre fonti).

Insomma, non ha ancora cominciato a lavorare e già gli si tagliano le gambe. Nel contempo, la sinistra dà già segni di pretendere che in futuro il neo-ministro dia prova di riconoscenza verso gli avversari che l’anno eletto. Non lo può fare ovviamente adesso, che non è ancora in funzione, ma le critiche di questi giorni nei confronti dell’UDC che nel dibattito parlamentare non darebbe segnali di cambiamenti nonostante il doppio seggio in governo ottenuto il 9 dicembre, sono sintomatiche di quello che sarà l’atteggiamento futuro della sinistra. Il PS – e i suoi reggicoda di altri partiti – ritiene che, ottenuto il secondo seggio, l’UDC dovrebbe rinunciare a difendere i suoi temi, conciliare con tutte le sue farneticanti proposte, in altre parole rinunciare a essere l’UDC per mescolarsi con PLR e PPD nel guazzabuglio né carne né pesce del pentolone chiamato centro. Se lo sognano!

Tornando al neo-eletto, primo, è tutt’altro che uno sprovveduto e in Svizzera romanda gode di un forte seguito. E, per quanto ne so, la sua linea UDC è indiscussa. Il fatto poi di essere di carattere aperto, gioviale e pronto al dialogo, non ne fa assolutamente a priori un calabrache. Io non sono per niente convinto che sia così malleabile come i “sinistri” sperano. Anzi, penso che sarà un ottimo consigliere federale UDC e che, assieme a Ueli Maurer, potrà rafforzare le posizioni del partito nel governo. È poi chiaro che la politica a livello d’Esecutivo non è quella barricadiera possibile, entro certi limiti, nel Legislativo. I compromessi devono per forza essere digeriti – sempre che non scadano nella prostituzione – ma da lì a pensare che Guy Parmelin possa improvvisamente abbandonare i valori dell’UDC, da lui finora condivisi e sostenuti, è una pura speculazione del tutto gratuita.

Lasciamolo invece lavorare e, se del caso, riparliamone fra alcuni mesi.

Per il momento, limitiamoci a farli i più sinceri auguri!

 

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