Ma no, che dite, non è vincolante!

Nov 30 • L'editoriale, L'opinione, Prima Pagina • 1662 Views • Commenti disabilitati su Ma no, che dite, non è vincolante!

Eros N. Mellini

“Pacta sunt servanda” (i patti devono essere osservati), recita un principio fondamentale del diritto cui attingono a piene mani i politici asserviti all’UE della Berna federale, quando vogliono imporre dei trattati internazionali anticostituzionali, o divenuti tali a seguito di una modifica della Costituzione intervenuta – peraltro del tutto legalmente – per decisione del sovrano svizzero (maggioranza di popolo e cantoni espressa in votazione). Apparentemente, però, il Consiglio federale è dell’idea che questo principio possa essere adottato “à la carte”, ossia imperativamente – anche se per noi arbitrariamente – quando si tratta di respingere una decisione popolare, ma con mille riserve quando invece costituisce un’ulteriore tappa della sistematica corsa verso l’adesione all’UE bramata da certa “classe politique”.

Il Patto dell’ONU per le migrazioni

Il più recente parto di quell’inutile organizzazione cui – probabilmente preso per esaurimento (nel 1986 il NO popolare all’adesione fu del 75,7%, nel 1994 ci fu un 57,2% di NO alla creazione di caschi blu svizzeri) – il popolo svizzero sciaguratamente aderì nel 2002, è stato il cosiddetto Patto per le migrazioni che, di fatto, estende la libera circolazione delle persone a tutto il pianeta. Come se non bastassero le evidenti conseguenze negative per la Svizzera che già ha provocato il trattato ridotto alla sola UE, ignorando bellamente – e qui è recidivo, data la non applicazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa – l’articolo 121a della Costituzione federale che esige la gestione autonoma dell’immigrazione, il Consiglio federale ha annunciato l’intenzione di sottoscrivere la convenzione in oggetto in dicembre, in occasione di una conferenza intergovernativa che si terrà in Marocco.

Il nostro ambasciatore all’ONU è al servizio del DFAE o dell’ONU?

Dalla stampa apprendiamo che il testo del documento è stato elaborato dall’ambasciatore della Svizzera presso le Nazioni Unite a New York Jürg Lauber, assieme al suo omologo messicano Juan José Gómez Camacho, per incarico del presidente dell’assemblea generale dell’ONU. La domanda viene spontanea: ma i nostri diplomatici – pagati da noi – sono al servizio del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) o dell’ONU? Perché, se è vero che di tanto in tanto, quando a rotazione la Svizzera è chiamata a presiedere qualche organizzazione internazionale, la funzione è svolta da un ministro elvetico o da qualche funzionario dell’amministrazione federale (vedi, per esempio, Didier Burkhalter a suo tempo alla testa dell’OCSE), ciò avviene per mandato della Confederazione, non su incarico preso autonomamente dall’organizzazione in oggetto. Ci è quindi difficile credere che il signor Lauber abbia accettato l’incarico senza il beneplacito del capo del DFAE, e allora permetteteci qualche dubbio sull’idoneità del nostro attuale ministro degli esteri a svolgere la sua funzione, ma anche del Consiglio federale nel suo insieme che ne avalla l’operato. Che un alto funzionario elvetico sia chiamato a redigere un testo contrario alla Costituzione svizzera ci sembra semplicemente paradossale.

Ma tanto non è vincolante…

Lo scopo dichiarato del patto è garantire “una migrazione sicura, ordinata e regolare” consentendo ai migranti di accedere più facilmente ai paesi di loro scelta, indipendentemente dalle loro qualifiche, motivazioni e altre circostanze. Qualche dettaglio di ciò che significhi concretamente l’attuazione dei princìpi enunciati nel testo, è già stato reso noto da chi si è dato la briga di leggerlo. Per esempio, corsi di lingue nel paese d’origine a carico dello Stato di destinazione, libera scelta di quest’ultimo a chiunque nel mondo, obblighi d’integrazione e di assistenza, eccetera. Alla fine, pagheremo molto più di quanto facciamo ora – ed è già troppo – e non avremo nemmeno più la magra consolazione di chiamarli “illegali” o “clandestini”, perché tutta la migrazione dovrà essere considerata legale.

Ma torniamo al titolo di questo articolo. Nel totale marasma in cui è stato sprofondato dall’immediata opposizione, per una volta non solo dell’UDC, ma addirittura dalla stessa commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale incaricata di studiare il dossier, nonché dall’apprendere che sempre più paesi vanno annunciando che non firmeranno il patto, il Consiglio federale se n’è uscito affermando che “il patto non è vincolante” che è solo una “soft law”. Questo termine inglese significa letteralmente “legge morbida”, ossia flessibile, ma a noi pare dissimulare la volontà di sodomizzarci tutti senza apparente dolore. Già, se non è vincolante, perché questa smania di sottoscriverlo? Pensate davvero di farci credere che un domani non vi appellerete al Patto dell’ONU per le migrazioni quale “diritto superiore” per giustificare tutte le assurdità che oggi Simonetta Sommaruga, ma domani qualsiasi altro ministro sinistroide, partorisce e partorirà in materia di diritti umani?

La quiete che precede la tempesta

A seguito delle pressioni interne ed esterne di cui sopra, il Consiglio federale ha deciso di congelare la firma del trattato fino a dopo il dibattito parlamentare. Notizia rallegrante, ma attenzione: il governo si riserva comunque di decidere lui in via definitiva. In altre parole, caro Parlamento, discuti pure finché vuoi ma, alla fine, se lo vorremo, firmeremo lo stesso. Un’arroganza inopportuna che, se espressa da un direttore d’azienda nei confronti del Consiglio d’Amministrazione, ne causerebbe l’immediato licenziamento. E, tutto sommato, la Svizzera può essere paragonata a una grande azienda, con popolo e cantoni quali azionisti, le Camere quale consiglio d’amministrazione, e il Consiglio federale (detto anche appunto “Esecutivo”) quale direzione, a eseguire le direttive del Parlamento, non a imporgliele. Ma forse anche questo è un passo verso il capovolgimento dei ruoli cui parte della Berna federale mira, pur negandolo categoricamente, s’intende.

Comments are closed.

« »