Ma è davvero difficile esercitare i diritti popolari in Ticino?

Mag 6 • L'editoriale, Prima Pagina • 332 Views • Commenti disabilitati su Ma è davvero difficile esercitare i diritti popolari in Ticino?

Eros N. Mellini

La domanda non si riferisce, ovviamente, al diritto di voto e di eleggibilità che è garantito in Ticino come in tutti i cantoni, senza creare problemi anzi, facilitato al massimo con l’introduzione del voto per corrispondenza generalizzato. Ma se il discorso verte sui diritti popolari d’iniziativa e di referendum, le cui modalità sono di competenza dei cantoni, allora la risposta è SÌ. Nella classifica dei cantoni inerente al grado di difficoltà nella raccolta di firme – numero di firme e tempo concesso per la consegna delle stesse – il Ticino è all’ultimo posto, dopo che nel 2017 il canton Ginevra ha abbassato il numero di sottoscrizioni necessario dal 4 al 3% degli elettori per le iniziative, e dal 3 al 2% per i referendum. A titolo di paragone, per un’iniziativa legislativa, nel canton Zurigo (1,5 milioni di abitanti) si richiedono 6’000 firme da raccogliere in 6 mesi, per un referendum addirittura solo 3’000 in 60 giorni. Noi, in Ticino, 7000 firme su poco più di 350’000 abitanti, da raccogliere in 60 giorni, nel caso di referendum 45.

Un compito spesso quasi proibitivo

Finora, le diverse richieste di agevolare l’esercizio dei diritti popolari a livello cantonale – formulate in prima linea dall’amico Giorgio Ghiringhelli (iniziativa bocciata dal popolo nel 2007 con il 50,9% dei voti), ma anche in Gran Consiglio a più riprese dal nostro gruppo – sono state regolarmente respinte. Nel contempo, con l’introduzione del voto per corrispondenza, la posa di bancarelle presso i seggi – che una volta costituiva un buon bacino di firme – è diventata, se non del tutto inutile, quantomeno irrilevante sull’esito globale della raccolta firme. Pochi sono infatti i votanti che si recano personalmente alle urne e, quindi, l’impegno di chi si mette a disposizione per svariate ore non è compensato da una raccolta tale da invogliare a ripetere l’esperienza.

Ciò nonostante, referendum e iniziative spesso riescono

Sì, ma a che prezzo, in termini di impegno, ma spesso anche di denaro. In questo compito la sinistra è facilitata dall’attività di sindacati e organizzazioni che possono dedicare il loro personale alla raccolta delle firme (del resto non ne stipendiano anche una parte che occupa il suo tempo solo a far politica?) – oltre che dal fatto che i loro temi perlopiù al motto di “Dalli all’untore!”, che in linguaggio più moderno si traduce in “Basta regali ai (maledetti, aggiungo io)ricchi!”, specialmente in periodi di vacche magre come quelli attuali, fanno più facilmente presa sul popolo che non gli argomenti della destra (sgravi fiscali in primis). Ma il fronte di destra può far capo solo a due fonti: i raccoglitori benevoli che organizzano le bancarelle ma che, non essendo dipendenti di sindacati o di organizzazioni politiche, lo possono fare solo limitatamente al sabato (e tutt’al più al giovedì sera quando i negozi sono aperti fino alle 21.00); e ai raccoglitori pagati all’uopo, un tot a firma. Una pratica ormai inevitabile cui i fronti agevolati nella raccolta dai motivi citati sopra, contestano una presunta mancanza di etica. Come se impiegare il proprio personale per lo stesso scopo non fosse in definitiva la stessa cosa. Un po’ come quando l’URSS rimproverava gli atleti americani di essere dei professionisti perché tutti frequentavano proforma un college nel quale si dedicavano esclusivamente allo sport – a quei tempi le Olimpiadi erano riservate ai dilettanti – sorvolando bellamente sul fatto che i suoi facevano esattamente la stessa cosa, non nell’ambito della scuola ma dell’esercito.

Referendum e iniziative riescono, quindi non è opportuno agevolarne i termini. Questa è la teoria di chi, sotto sotto, è contrario in ogni caso a lasciare esprimere il popolo. Anche il referendum contro “La scuola che verrà” è riuscito ma, è inutile nasconderlo, una gran parte delle firme è stata raccolta pagando dei raccoglitori. Ciò non toglie una virgola al merito di coloro che si sono dedicati a titolo benevolo, ma è solo grazie all’opera sinergica di entrambi i fronti che si è potuto raggiungere l’obiettivo.

Non si pagano le firme, ma i raccoglitori

Chi punta il dito contro il “vil mercimonio” – traffico illecito e, soprattutto indegno – che la raccolta a pagamento costituirebbe, sorvola allegramente su un fattore importante, ossia che non si paga la gente PER FIRMARE (il che sarebbe sì quantomeno inopportuno), anche perché il costo di una singola firma non sarebbe più quello accettabile di un franco o due. No, si “paga a cottimo” l’impegno di tempo dei singoli raccoglitori che, altrimenti, avrebbero altro da fare. Non mi sembra che ci sia alcunché di illecito né tantomeno di disonorevole, nel ricompensare in denaro svariate ore passate in strada a convincere la gente a firmare un referendum o un’iniziativa. Ma, soprattutto, le condizioni della raccolta cambiate rispetto al passato –in particolare la menzionata introduzione del voto per corrispondenza e il conseguente calo dell’affluenza alle urne – non sono state debitamente compensate con un adeguamento del termine e del numero delle firme da raccogliere. E con il referendum contro “La scuola che verrà” ne abbiamo avuto l’ennesima riprova. È riuscito, è vero, ma con un impegno e una fatica ben oltre il ragionevole.

 

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