L’umanitarismo letale

Nov 15 • L'opinione, Prima Pagina • 925 Views • Commenti disabilitati su L’umanitarismo letale

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

(enm) I recenti fattacci di Parigi dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, il fallimento della politica “corretta” adottata dai governi europei nei confronti dell’Islam, o meglio la loro cecità di fronte al – peraltro evidente agli occhi di chi vuol capire – disegno d’islamizzazione violenta dell’Occidente in atto, di cui non si vede chi tira le fila ma le cui conseguenze erano peraltro facilmente immaginabili fino a ieri, e sono tragica realtà oggi.

Con il concetto – politicamente molto “corretto” – secondo cui non si può fare di ogni erba un fascio, ossia non si possono penalizzare i “musulmani buoni” per colpire “pochi casi isolati” (ma chi ci crede ancora?), si fa altrettanto di ogni erba un fascio, ma al contrario: per non basarci sul preconcetto che tutti gli Islamici sono “cattivi”, ci si culla nell’utopia che siano tutti “buoni”. Entrambi i concetti sono destinati a mietere vittime ma mentre – pur senza menare botte alla cieca su tutti e tutto – un’applicazione rigorosa della difesa preventiva nel primo caso può al massimo condurre all’espulsione dal paese anche di qualche “vittima innocente”, nel secondo caso le conseguenze sono ben più tragiche, non espulsione o misure restrittive, bensì morte e gravi lesioni corporee di persone che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Attentato Parigi 2

Schengen, ossia la libera circolazione dei criminali

Il trattato di Schengen – miseramente fallito nella pratica, ma che ostinatamente le autorità elvetiche vogliono continuare ad applicare – non è certamente la sola causa del proliferare di questa violenza micidiale quanto gratuita (oltre che della criminalità straniera in generale), ma senza dubbio l’agevola sconsideratamente togliendo ogni controllo personale alle frontiere. In altre parole, se prima il criminale avente intenzione di operare in un paese europeo – ma a noi interessa la Svizzera – doveva passare il filtro di ogni Stato che attraversava, aumentando così sensibilmente la possibilità di essere bloccato prima di mettere a segno i suoi progetti criminosi, oggi basta che riesca a mettere piede in uno qualsiasi degli Stati aderenti allo spazio di Schengen per potersi muovere poi liberamente attraverso tutta l’Europa. E siccome i controlli alle frontiere esterne dell’UE hanno dimostrato di essere ben lungi da un minimo standard di efficacia, ecco che le organizzazioni criminali hanno buon gioco nello riunirsi e portare a termine i loro attentati o la loro delinquenza comune.

Il primo passo quindi, per difenderci da questo dilagare della criminalità, è quello di toglierci da Schengen e sorvegliare di nuovo autonomamente le nostre frontiere.

L’eccesso di umanitarismo è letale, una sana politica deve essere un po’ cinica

Le opere buone, la solidarietà e la sensibilità verso i meno fortunati sono naturali per il singolo essere umano, ma da parte della politica devono essere applicate cum grano salis. Ed è ciò che ha sempre fatto la Svizzera prestando l’aiuto umanitario e accogliendo profughi che fuggivano veramente da paesi in cui la loro vita e la loro incolumità erano a rischio per motivi politici, secondo lo statuto di rifugiato della Convenzione di Ginevra sottoscritta anche dal nostro paese. Ungheria nel 1956, Cecoslovacchia nel 1968, poi Vietnam, Cile, eccetera, la Svizzera ha sempre accolto profughi dando loro protezione e rifugio. Ma erano veri profughi, o almeno lo era la grandissima parte. Oggi invece, anche da noi s’è accettato il concetto – o meglio, l’ha accettato la Berna federale con in testa la consigliera federale Simonetta Sommaruga – secondo cui bisogna accogliere tutti, non importa se soddisfino o no i criteri dello statuto di rifugiato politico. Si eccede nell’umanitarismo, a scapito della sicurezza del paese e dei suoi propri cittadini. Ed è logico – alcune fonti lo denunciano già da tempo – che in mezzo all’enorme flusso di migranti che quotidianamente bussano alla porta dei paesi occidentali, si dissimulino anche sempre più biechi personaggi facenti capo a quel disegno d’islamizzazione che solo i più ingenui si ostinano a non voler ammettere.

Attentato Parigi 1

Teniamoci stretta la più rigorosa neutralità

Ora, se la Francia e altri paesi dell’UE, gli attentati – espressione di una guerra in atto che nessuno osa oggi più negare – se li sono, per così dire, “tirati in casa” con la politica di “leccapiedismo” nei confronti degli USA che li ha spinti a intervenire arbitrariamente nella politica interna di paesi autonomi (Libia, Siria, eccetera), altrettanto non si poteva dire della Svizzera fino a quando la smania di protagonismo di Micheline Calmy-Rey non diede sciaguratamente il via a quella politica di “neutralità attiva” , facilitata dall’entrata del nostro paese nell’ONU e continuata poi anche dall’attuale ministro Burkhalter. Questa politica porta il nostro paese a prendere posizione su conflitti in Stati esteri, atteggiamento che in passato i nostri ministri si guardavano bene dall’assumere e che, per forza di cose, non può fare a meno di suscitare reazioni da parte di organizzazioni che non hanno alcuna remora a ricorrere alla violenza. Non svegliare il can che dorme non è, come si vorrebbe far credere, non avere il coraggio delle proprie opinioni, bensì un semplice segno di buonsenso. E a questo buonsenso la Svizzera deve di nuovo appellarsi, se vuole quantomeno ridurre il pericolo di attentati terroristici sul proprio territorio.

Denunciare Schengen/Dublino, controllare di nuovo le nostre frontiere e applicare rigorosamente la legge sull’asilo

Esprimere solidarietà alla Francia – in questo momento, ma domani potremmo doverlo fare a Italia, Germania, Inghilterra o a chissà quanti paesi colpiti dal terrorismo – è doveroso ma, tutto sommato, è perlopiù una condanna che non va oltre le parole, non scevra a volte di ipocrisia quando pronunciata proprio da coloro che, applicando una politica esageratamente buonista hanno di fatto contribuito indirettamente agli orrori degli ultimi giorni. Ma lasciamo pure che ci si dichiari costernati e si sovrapponga il tricolore francese alla propria foto su face book, se ciò può aiutare a sentirsi in pace con la propria coscienza, ma da uno Stato – e quindi dalle autorità che lo governano – ci si devono aspettare fatti, non vuote parole. E, nel caso della Svizzera, i primi passi da intraprendere sono semplici e alcuni già indicati dalla popolazione in votazione: ritirarsi dai fallimentari accordi di Schengen e Dublino, controllare di nuovo autonomamente le nostre frontiere e applicare rigorosamente la legge sull’asilo, la quale permetterebbe l’accoglimento solo di un’infima percentuale di coloro che bussano alla nostra porta: quelli che sono in reale bisogno.

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