L’UE non è una cosa acquisita e inalienabile

Giu 14 • L'editoriale, Prima Pagina • 1105 Views • Commenti disabilitati su L’UE non è una cosa acquisita e inalienabile

Eros N. Mellini

Una comunità prettamente economica…

Spesso si sente dire che l’Unione europea è nata allo scopo di evitare future guerre, dopo le terribili esperienze della prima e, soprattutto, della seconda guerra mondiale. A mio avviso si tratta di uno specchietto per le allodole, di fumo negli occhi volto a celare intendimenti ben più prosaici e meno nobili, ossia meri interessi finanziari di lobbies, gruppi di potere e, perché no, di quegli Stati che la guerra l’avevano persa e che contavano – come è poi puntualmente accaduto, almeno per la Germania – di assumere una posizione di leadership nel nuovo ordine europeo che si andava formando. Non a caso, quella originariamente creata nel 1952, fu la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), organizzazione di puro carattere economico-commerciale volta a facilitare il libero scambio dei due prodotti in questione fra gli Stati firmatari dell’accordo di Parigi del 1951, ossia Belgio, Francia, Germania occidentale, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi. Anche la Comunità economica europea, che le fece seguito con il trattato di Roma del 1957, estendeva l’azione a diversi altri settori – alcuni dei suoi promotori, quelli spinti forse da un onesto idealismo, vagheggiavano già i futuri Stati uniti d’Europa – ma, per il momento non usciva dall’ambito puramente economico, quindi gli Stati coinvolti rimanevano politicamente del tutto autonomi e indipendenti.

… che si trasforma in unione politica

Fin qui non c’era niente di particolarmente rischioso per l’indipendenza dei singoli Stati, l’interesse economico poteva naturalmente prevalere su quello politico spingendo a qualche rinuncia in termini di libertà d’azione ma, quando il secondo era ritenuto più importante, nessuno obbligava uno Stato membro della Comunità ad abbandonare la propria sovranità per adottare delle decisioni imposte dall’alto.

A imporre un cambio di marcia, e quindi la trasformazione dell’unione economica in unione politica, fu il trattato di Maastricht del 1992, con il quale si sanciva il predominio dell’Unione europea sui propri Stati membri, da allora in poi tenuti ad adottare, volenti o nolenti, le politiche di Bruxelles. Con lo stesso trattato si gettavano inoltre le basi per quell’avventura chiamata Euro, destinata ad avere fatali conseguenze per gli Stati economicamente meno virtuosi o avveduti dell’UE.

74 anni di pace grazie all’UE? Non proprio…

Mentre gli effetti economici – buoni per alcuni paesi, disastrosi per altri – sono sotto gli occhi di tutti, che l’obiettivo di evitare future guerre sia stato raggiunto è, in primo luogo, ancora tutto da dimostrare: le guerre nei Balcani, i conflitti in Ucraina e in Crimea stanno a mio avviso a dimostrare il contrario. In secondo luogo, è pure da provare che sia l’appartenenza all’UE o l’esistenza di quest’ultima ad aver evitato guerre fra gli Stati europei dopo il 1945. Secondo me, come l’effetto dissuasivo delle forze che potevano essere messe in campo da USA e URSS ha evitato che la guerra fredda si trasformasse in calda, ciò che attualmente impedisce ai paesi europei di prendersi a cannonate è soprattutto la paura di prenderle dallo Stato avversario, abbinata alla sicurezza di prenderle qualora a schierarsi contro sia una coalizione di Stati.

L’unione degli Stati europei è sempre stata imposta con la forza

Quella di un’Europa unita nella pace è un’utopia smentita dalla storia. L’unione dell’Europa ci fu sotto l’impero romano, in parte sotto Carlomagno, la tentò Napoleone e, dopo di lui, Hitler. Al di là della durata sempre più breve (impero romano d’occidente ca. 450 anni, sacro romano impero di Carlomagno ca. 15 anni, Napoleone 12 anni, Terzo Reich idem), questi quattro fenomeni storici hanno un punto in comune: tutti furono realizzati – e mantenuti finché durarono – a suon di legnate. I popoli europei, ricchi di proprie tradizioni e di orgoglio nazionale, non furono mai propensi a farsi soggiogare pacificamente in passato ed è lecito chiedersi perché dovrebbero farlo oggi. Sto ovviamente parlando di popoli, non di gruppi di potere oligarchici e ristretti che si considerano gli unici detentori di una verità che difficilmente supererebbe la prova di uno scrutinio popolare.

Siamo sicuri che l’UE di oggi sia pacifica?

Se circoscriviamo il termine “guerra” al solo uso delle armi, sì, l’UE non è bellicista nel vero senso della parola. Ma ci sono altre e ben più raffinate forme di espansionismo – e l’UE le sta usando tutte – che non richiedono l’uso delle armi, invasioni di territorio, bagni di sangue o altre espressioni classiche dei conflitti bellici. Imporre regole contrarie agli usi e costumi locali, cancellare progressivamente le identità nazionali per dissolverle in un anonimo pentolone europeo, portare una nazione al totale assoggettamento ai voleri di un’oligarchia antidemocratica mediante pressioni di ordine economico e finanziario, sono solo alcune di queste forme che chiunque sia dotato di onestà intellettuale e non accecato da morbose ideologie unitaristiche non può non vedere.

Sempre più segnali di ribellione

Brexit è il faro, ma l’avanzata in tutti gli Stati membri dell’UE dei partiti o movimenti euroscettici sta a dimostrare che dell’antico fuoco – l’orgoglio patriottico – qualche scintilla è rimasta. Il mio auspicio è che questa scintilla trovi presto sufficiente materiale combustibile per fare finalmente un grande falò di quell’assurda e innaturale struttura che è l’Unione (politica) europea.

L’illusione di cambiare l’UE dall’interno

Il maggiore problema nella realizzazione di questo auspicio sta nel fatto che, purtroppo, anche in questi partiti o movimenti di ribellione si è ormai fatta strada l’idea che l’UE sia una cosa ormai acquisita e inalienabile, che ha delle cose buone (vorrei che qualcuno me ne dicesse una sola che non sarebbe stata realizzabile con soli accordi economici ad hoc): siamo per l’Unione europea – dicono – ma non per QUESTA Unione europea. Ma, a parte il fatto che sarebbe impossibile creare un’organizzazione che soddisfacesse tutti i singoli desiderata, nemmeno di ogni cittadino ma già solo di ogni paese, perché mantenere in vita una struttura i cui inconvenienti si stanno rivelando ogni giorno più dei vantaggi? Quando in Italia si è voluta abolire la monarchia, si è fatto un referendum e la si è eliminata. La rivoluzione francese al re ha addirittura tagliato la testa. Cambiare QUESTA Unione europea dall’interno, come vorrebbero costoro, è un compito molto più arduo del tagliare la testa al toro e uscirne, come avrebbe già fatto l’Inghilterra se anche lì non albergasse una forte corrente di fautori del “cambiamento dall’interno”. E spero vivamente che – dopo i due anni buttati via da Theresia May che, sotto sotto, si cullava in questa illusione – il 31 ottobre sancisca l’uscita definitiva della Gran Bretagna dall’UE e, di conseguenza, stabilisca un precedente che, passati alcuni mesi senza che si avverino gli scenari apocalittici degli eurofili, incoraggi anche altri paesi a fare lo stesso. E, soprattutto, convinca anche la maggioranza degli Svizzeri che l’UE è una tigre dai piedi d’argilla: una martellata ben data su un alluce e tutto crolla.

La vignetta trovata su Internet illustra perfettamente l’utopia.

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