L’Orchestra della Svizzera italiana al LAC

Ott 9 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 646 Views • Commenti disabilitati su L’Orchestra della Svizzera italiana al LAC

Spazio musicale

 

Il 29 settembre si è svolto il primo concerto dell’Orchestra della Svizzera italiana al LAC, sotto la direzione di Markus Poschner (al posto di Alain Lombard, precedentemente annunciato) e con la partecipazione del violoncellista Daniel Müller-Schott.

 

Il concerto per violoncello e orchestra di Schumann, che ha aperto la serata, è una composizione controversa. Indubbiamente i difetti non mancano ma a mio parere basterebbero due melodie per renderlo immortale e giustificarne le apparizioni frequenti nei concerti sinfonici. La prima è quella che lo strumento solista porta all’inizio del “nicht zu schnell”, subito dopo i tre accordi introduttivi di legni ed archi. Comincia a note lunghe e prende una strada ascendente, come se volesse avviare un discorso di semplicità, distensione e lirismo. Invece improvvisamente si scuote in una figurazione di crome e si abbassa, poi imbocca di nuovo un percorso apparentemente tranquillo scendendo gradualmente. Non passa però molto tempo e ancora sorprende l’ascoltatore adergendosi con un inatteso arpeggio ascendente. Si potrebbe continuare. In questo alternarsi di atteggiamenti opposti, dove la tranquillità ha vita breve e viene turbata da momenti contrastanti si manifesta, con un esito artistico di alto valore, lo spirito inquieto del compositore. La seconda melodia alla quale ho fatto riferimento appare all’inizio del “langsam”. Si apre con un ampio intervallo discendente e sembra di percepire lo stato d’animo di un uomo che, maltrattato ingiustamente, si lamenta e si domanda perché. Gli arpeggi successivi rinnovano, con mezzi diversi, tale sentimento. Ma subito segue una versione variata del tema, che nella parte conclusiva introduce un senso di consolazione. La transizione dalla tristezza al sollievo avviene dolcemente e conferisce alla melodia un fascino sublime.

 

Non molto, di tutto questo, è stato percepito nell’interpretazione ascoltata a Lugano. Müller-Schott è senza dubbio un violoncellista valido, possiede ottima tecnica e mette un forte impegno nelle sue prestazioni. Nel concerto di cui sto parlando si è distinto con una esecuzione correttissima, studiata in ogni minimo particolare e preziosamente cesellata. Ma proprio in ciò sta il pregio e il limite. L’afflato di poesia del concerto e le sue ansie romantiche sono emerse solo in parte. Si considerino inoltre la cavata piuttosto asciutta e il volume sonoro relativamente debole, che qua e là ha messo il solista in ombra rispetto all’orchestra. L’atteggiamento raffinato ma schivo del Müller-Schott ha lasciato perplessi parecchi spettatori; ci sono stati applausi, ma senza particolare entusiasmo.

 

Forse a causa della sostituzione del direttore la nona sinfonia di Dvorak ha preso il posto della quarta di Schumann, messa in programma in un primo tempo. Qui l’atmosfera è cambiata radicalmente. Il Poschner e l’Orchestra della Svizzera italiana si sono lanciati in una lettura, non solo attenta e diligente, ma anche vivace, tesa e ricca di umori. Molte prime parti del complesso ticinese hanno potuto

dare convincenti dimostrazioni delle loro capacità mentre la figura del direttore ha dominato autorevolmente ed efficacemente ogni momento dell’interpretazione. Applausi, questa volta, davvero entusiastici.

 

Solitamente nelle serate sinfoniche il concerto solistico viene preceduto, quasi per riscaldare la sensibilità degli ascoltatori prima di offrire loro una composizione di grandi dimensioni, da un pezzo piuttosto breve, spesso la sinfonia di un’opera. Il 29 settembre al LAC l’ordine abituale è stato invertito. Si è cominciato subito con il concerto per violoncello e orchestra di Schumann ma, alla fine, fuori programma, è stata regalata al pubblico una esecuzione dell’ouverture del “Flauto magico”. Ancora una volta il Poschner e l’orchestra hanno conquistato i favori del pubblico.

 

Blomstedt e Schiff a Lucerna

 

L’ouverture “Leonora” numero 2 ha aperto il concerto sinfonico del 6 settembre (il ventitreesimo della rassegna) al Lucerne Festival, dedicato interamente a Beethoven. La tendenza a interiorizzare la musica ha indotto il direttore Herbert Blomstedt e il Gewandhausorchester di Lipsia a darne una versione in punta di piedi, nella quale le sonorità hanno acquisito velluto e morbidezza mentre gli aspetti ombrosi e sinistri sono stati accennati più che messi in rilievo. Tutto bellissimo in sé, però non coerente con le caratteristiche della partitura, la quale, bisogna sempre ricordarlo, è legata ad avvenimenti teatrali, alcuni dei quali a grande effetto. Inspiegabile ho trovato che, in una interpretazione dove tutto è stato avvolto in una atmosfera di moderazione e ripiegamento dell’animo, il solista di tromba sia apparso sul balcone dell’organo e abbia suonato a pieni polmoni mentre nella logica teatrale avrebbe dovuto restare fuori scena, invisibile e udito in lontananza.

 

In un programma che ha allineato esclusivamente grandi capolavori ha poi fatto seguito il quinto concerto per pianoforte e orchestra con la partecipazione di Andras Schiff. Direttore e solista sono stati concordi nel favorire delicatezze e climi sonori rispetto alla fierezza e all’eroismo. Così le tre cadenze iniziali, invece di costituire un grandioso annuncio di fatti straordinari, si sono risolte in una piacevole manifestazione di rigogliosa e doviziosa musicalità. Dopo l’esposizione orchestrale l’entrata del solista ha offerto allo Schiff l’occasione per produrre deliziosi grappoli di note. Più avanti, nel punto in cui la mano destra riprende l’inizio del primo tema in progressioni ascendenti mentre la mano sinistra si scatena in scale cromatiche discendenti e sulla partitura abbondano le indicazioni di “sforzando”, facendo nascere l’idea di una battaglia a tutto campo, ci è toccato ascoltare un passaggio di una leggerezza e affabilità quasi haydniane. Tutto bellissimo, ancora una volta, ma in molti episodi era lecito aspettarsi altri valori. Lo Schiff è indubbiamente un grande pianista, ha mano meravigliosa e anche nel concerto lucernese ha offerto parecchi momenti accattivanti, tuttavia Beethoven, in modo speciale nel quinto concerto per pianoforte e orchestra, non si può ridurre a una interpretazione uniformemente volta alle finezze e alle cesellature. Inutile dire che, vista l’impostazione generale, l’”adagio un poco mosso” ha dato gli esiti migliori: magistrale l’esecuzione del contrappunto iniziale degli archi e magistrale pure quella del motivo discendente del pianoforte, che è sembrato sbucare dal cielo per posarsi dolcemente in terra. Ma nel rondò conclusivo, che esigerebbe una certa energia e anche una certa aggressività, eccoci di nuovo a un raffinato seguito di notazioni vaghe e ciarliere.

 

Altra aria invece per la settima sinfonia. Il Blomstedt e l’orchestra non si sono lasciati distrarre dalla mania di distinguersi e si sono collocati su binari più tradizionali e consoni allo spirito della musica eseguita. Ne è nata per i tre tempi veloci una interpretazione slanciata, stringata, limpida e ridondante di energia. Quanto all’”allegretto” uso ancora una volta l’aggettivo “magistrale”.

 

Applausi tiepidi dopo il primo numero, calorosi dopo il concerto per pianoforte e orchestra e deliranti dopo la settima sinfonia.

 

Carlo Rezzonico

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