L’Oasi felice UE

Giu 14 • L'opinione, Prima Pagina • 242 Views • Commenti disabilitati su L’Oasi felice UE

Dr. Francesco Mendolia

Ho terminato di raccogliere gli articoli che seguono il 30 maggio 2019. Il 30 maggio 1960, si spegne a Peredelkino, in Unione sovietica, lo scrittore Boris Pasternak, autore del “Il dottor Zivago”. Aveva settant’anni e due anni prima era stato insignito del Premio Nobel per la letteratura.

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Europee 2019, che andasse così era già previsto. Ma ora si apre una fase interessante.

Omissis. Un anno e mezzo fa l’ombra di un trionfo degli euroscettici, dei sovranisti, dei reazionari in tutte le salse pareva dover rendere le elezioni di domenica scorsa un Armageddon (Ndr. Il libro dell’Apocalisse parla di una guerra finale, qui possiamo tradurre in catastrofe) dal quale il processo di integrazione continentale poteva uscire pregiudicato chissà per quanto. Omissis. Le tre forze “antagoniste” assommate hanno ancora oggi, dopo le temutissime elezioni, meno seggi del PPE da solo. Verdi e liberali assieme valgono all’incirca quanto i socialdemocratici. Popolari e socialdemocratici uniti sono ben lontani da una maggioranza nel Parlamento UE.

Il dettaglio nazionale è impressionante. Alba Dorata in Grecia dimezza i consensi; i neonazisti tedeschi perdono due punti percentuali in un anno; i neofranchisti spagnoli assommano meno di un terzo dei popolari crollati al minimo storico; il dominus polacco, il PIS di Jarosław Kaczyński (Ndr. il PIS è il partito nazionalista al governo), viene sorpassato dalla somma dell’alleanza europeista più i socialdemocratici (sciaguratamente ostinati a presentarsi da soli in una situazione di vera emergenza democratica); perfino la “vittoriosa” Marine Le Pen perde voti in termini assoluti, rispetto al primo turno di presidenziali poi perse piuttosto nettamente, e prende gli stessi seggi di un Macron al suo minimo di popolarità e presentabilità; gli unici sovranisti che vincono sono Salvini e Orban, il quale ultimo però si guarda bene dall’abbandonare il PPE (che a sua volta non lo caccia e forse anche per questo perde voti e credibilità).

In Gran Bretagna la “pancia” antieuro si aggrega attorno alla lista prêt-à-porter di Farage, ma conservatori e laburisti vengono sorpassati dai liberali, primo dei partiti tradizionali come non accadeva da più di un secolo; mentre i Verdi, del “remain” senza se e senza ma, raggiungono per la prima volta percentuali da vera forza nazionale. In Germania, proprio i Verdi umiliano la vecchia e uggiosa SPD e si presentano ormai come l’architrave di qualsiasi opposizione ai cristiano sociali. Altrettanto accade in Francia, dove gli ambientalisti doppiano il partito che fu di Mitterand. L’onda lunga della fine del modello socialdemocratico premia gli ambientalisti anche, in generale, in tutti gli Stati del Nord, dove i socialisti tengono e i liberali, in generale, crescono.

Che prospettive si aprono per l’UE dopo questo voto? Dopo tanti mesi di contorcimenti e allarmi, cui i due grandi blocchi tradizionali non hanno saputo reagire se non con precetti di paura in negativo e parole d’ordine stantie, paradossalmente si apre una fase più interessante proprio per i federalisti.

Non si governerà l’UE senza un contributo sostanziale di forze più coraggiosamente votate a una integrazione “forte” come liberali e Verdi. Ci saranno ovviamente difficoltà non piccole all’inizio, come sempre quando si rende necessario aggregare una “grande coalizione” con margini di eterogeneità più estesi. Omissis Ovviamente non si apre, da stamattina, nessuna nuova stagione federalista per l’Europa; ma l’immiserimento in un piatto scambio tra governi, che ha caratterizzato l’UE sin dai tempi sciagurati di Aznar e Berlusconi, non potrà andare avanti senza ostacoli, come è stato finora. E che l’argine ai sovranisti sia venuto, non da un rafforzamento delle due grandi forze responsabili della deriva, ma dalla nuova linfa portata dai due gruppi in maggiore crescita, è una notizia che solo un anno fa abbiamo dato su queste colonne come anteprima, mentre tutti storcevano il naso e ci davano degli illusi; ed è questa, ovviamente, cosa ottima proprio per i federalisti.

(Il 29 maggio 2019 di Giovanni Vetritto)

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L’economia che gira intorno all’acqua

Il 71 per cento della superficie terrestre è ricoperto dall’acqua, ma circa il 96,5 per cento di quest’acqua si trova negli oceani: l’acqua dolce, e ancor di più l’acqua potabile, è una risorsa più rara di quello che si potrebbe pensare guardando una fotografia della Terra dallo Spazio. Dato che la popolazione mondiale è in aumento, gestirla bene sarà sempre più importante, anche in vista delle possibili conseguenze del cambiamento climatico che sta facendo ridurre le dimensioni dei ghiacciai, cioè di una delle più importanti riserve di acqua dolce. Omissis.

Le tecnologie per far ottenere più acqua dolce (e potabile) nelle zone in cui ce n’è poca, come i sistemi per desalinizzare l’acqua marina, saranno sempre più importanti con l’aumento dell’urbanizzazione e i movimenti migratori legati al cambiamento climatico. Secondo le previsioni dell’ONU, oggi più di due miliardi di persone vivono nei paesi in cui si usa l’acqua disponibile in eccesso: si prevede che entro il 2030 700 milioni di persone potrebbero spostarsi per sopperire alla mancanza d’acqua e che nel 2050 tra i 4,8 e i 5,7 miliardi di persone, soprattutto in Asia, potrebbero trovarsi a vivere in zone dove per almeno un mese all’anno avrebbero scarsità d’acqua. Secondo le stime del “2030 Water Resources Group” della Banca Mondiale, entro il 2030 la domanda di acqua supererà del 40 per cento la disponibilità mondiale. Per questo sarà importante trovare dei sistemi di riduzione dei consumi di acqua grazie all’uso di tecnologie e tecniche di coltivazione più efficienti. Omissis

(il Post Tag Acua)

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Gran Bretagna primo paradiso fiscale

La rete fiscale del Regno Unito è il primo paradiso al mondo che aiuta, facilita e sostiene l’elusione fiscale delle multinazionali. Lo riporta l’indice Tax Haven Corporate, pubblicato dal Tax Justice Network. Il gruppo di giornalisti investigativi ha misurato quali sono i paradisi fiscali da cui transitano le società, attirate da legislazioni che permettono di eludere legalmente il fisco. L’Indice di elusione fiscale ha valutato i paesi in base alla loro complicità nel non tassare i profitti attraverso specifiche scappatoie giuridiche che permettono di portare (quasi) a zero le imposte dovute al fisco. La ricerca ha considerato cinque caratteristiche: l’aliquota dell’imposta sulle società, le lacune e le scappatoie legali, la trasparenza, le misure antielusione e l’aggressività dei trattati bilaterali con gli altri paesi. Assegnando un punteggio a ciascuna delle caratteristiche è quindi emerso che i primi 10 paesi della classifica sono responsabili per oltre la metà (52%) dei rischi di elusione fiscale al mondo. Elusione che il Fondo monetario internazionale stima in circa 500 miliardi di dollari ogni anno a livello mondiale, con il 40% degli investimenti diretti transfrontalieri che avvengono proprio in questi 10 paesi, dove vengono applicate aliquote effettive inferiori al 3%. Ma se il Regno Unito occupa solo il tredicesimo posto nell’indice, i suoi territori d’oltremare e le dipendenze della corona dominano i primi 10 posti. In totale, la rete Regno Unito rappresenta oltre il 35% dei rischi di elusione fiscale al mondo. Si tratta di un rischio quattro volte maggiore rispetto al secondo paese più rischioso, i Paesi Bassi, responsabili per il 7%. Secondo il tax Justice Network, le giurisdizioni hanno così innescato una corsa verso il basso in tutto il mondo che diminuirà ulteriormente la riscossione dalle multinazionali.

(Matteo Rizzi Italia oggi)

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