L’oasi felice UE

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Dr. Francesco Mendolia

Ho terminato di raccogliere le informazioni il 13 aprile 2019. IL 13 aprile 1990 l’unione Sovietica ammette la propria responsabilità nel massacro di Katyn che causò la morte di oltre ventimila polacchi durante la seconda guerra Mondiale.

Questa piccola azienda svizzera vuole salvare il mondo

Rimuovendo l’anidride carbonica dall’atmosfera e imprigionandola nel sottosuolo a prezzi molto bassi: ma sarà dura, spiega il NYT Magazine.

Hinwil è una città di circa 11mila abitanti che si trova a circa 30 minuti di automobile da Zurigo, in Svizzera. È conosciuta da alcuni per essere il posto dove ha sede la Sauber, una storica scuderia di Formula 1, e da altri (per ora pochi) come il luogo più promettente per sperimentare nuovi sistemi per sottrarre anidride carbonica (CO2) dall’atmosfera e ridurre in questo modo gli effetti del riscaldamento globale. L’azienda che si sta occupando del progetto è ancora piccola ma, come racconta un lungo articolo del New York Times Magazine, ha grandissime ambizioni per sé stessa e per il mondo intero. I suoi fondatori si specializzarono nel settore della riduzione delle emissioni inquinanti e infine lavorarono a un primo progetto per valutare le opportunità economiche della sottrazione di CO2 dall’atmosfera. Poi trovarono alcuni investitori interessati al loro progetto e, nel 2009, fondarono Climeworks. Omissis. Climeworks è la prima che sta cercando di sviluppare un modello per vendere la CO2 a tonnellate. Omissis. Tenuto conto dell’investimento iniziale, attualmente la rimozione di una tonnellata di CO2 dall’aria costa a Climeworks tra i 500 e i 600 dollari. Il denaro per ora non è un problema, grazie alla raccolta di nuovi fondi per circa 50 milioni di dollari. Omissis. Gebald e Wurzbacher pensano comunque ancora più in grande e alla possibilità di non trasformare l’anidride carbonica in nuovi prodotti, ma di sottrarla dall’atmosfera e pomparla nelle profondità della Terra, dove si legherebbe poi agli strati rocciosi. Un progetto pilota di Climeworks è in corso vicino a Reykjavik, in Islanda, e sta dando risultati incoraggianti anche se con qualche complicazione tecnica. Il problema di fondo è però un altro: a oggi nessun governo o istituzione ha dimostrato di avere particolare interesse ad acquistare CO2 sottratta dall’atmosfera. Omissis. Dagli attuali 37 miliardi di tonnellate all’anno, dovremmo scendere a non più di 20 miliardi di tonnellate annue entro il 2030, per poi raggiungere zero emissioni entro il 2050. Considerato come stanno andando le cose ora, e come sono andate negli ultimi decenni, sembra impossibile poter raggiungere un obiettivo simile. Omissis. Entro la metà del 2020, Climeworks conta di raggiungere una diffusione dei suoi sistemi tale da rendere possibile la rimozione dell’1 per cento circa delle emissioni annue di CO2. Per raggiungere questo obiettivo, il costo delle strumentazioni dovrà ridursi notevolmente e di svariate volte: in cinque anni da 600 dollari a 200 dollari per tonnellata di anidride carbonica sottratta. Omissis. L’immissione di alcuni tipi di gas nel sottosuolo è una pratica piuttosto diffusa, per esempio per fare aumentare la pressione nei pozzi dai quali si estrae il petrolio. Si stima che ogni anno in giro per il mondo siano pompate nel sottosuolo 34 milioni di tonnellate di anidride carbonica a un costo che, a seconda dei luoghi e delle tecnologie utilizzate, oscilla tra i 2 e i 15 dollari per tonnellata. I ricercatori stimano che in tutto si possano pompare nel sottosuolo fino a 25mila miliardi di tonnellate di CO2. Lo spazio teoricamente c’è, la tecnologia per farlo anche, ma non ancora le certezze sulla sostenibilità economica di una simile impresa.

(Il post 17 febbraio 2019)

Vertice UE-Cina, 9.4.2019

“I negoziati sono stati difficili ma, in definitiva, proficui. Siamo riusciti a concordare una dichiarazione congiunta che stabilisce la direzione del nostro partenariato fondato sulla reciprocità. Questo è stato il nostro sforzo comune e rappresenta il nostro successo comune.” Omissis. Il presidente Donald Tusk e il presidente Jean-Claude Juncker hanno rappresentato l’UE al vertice, mentre il primo ministro cinese Li Keqiang ha rappresentato la Cina. Omissis. Oltre alla dichiarazione congiunta, le parti hanno anche firmato:

(Consiglio europeo Consiglio dell’Unione europea

Tutti gli errori dell’Italia in Libia

A questo punto è chiaro che qualcosa è andato storto. La Libia, la cui transizione doveva essere il nostro fiore all’occhiello, si è dimostrata un contenitore di caos in cui l’Italia ha (almeno fino a questo momento) perso la sua battaglia. Forse non la guerra, perché quella può avere ancora cambiare il suo corso. Ma di certo l’avanzata di Khalifa Haftar rappresenta l’ennesimo segnale di una catena di errori cui Roma non ha mai realmente dato una svolta. Omissis.

Ma tutto ha un effetto. E non aver capito da subito la debolezza intrinseca di Sarraj ha avuto due conseguenze: prima esserci affidati a lui, poi averlo di fatto abbandonato con una netta apertura verso Haftar. Che però, nel frattempo, aveva ricevuto pieno sostegno da Francia, Egitto, Emirati, Arabia Saudita, Russia e, in parte, anche dagli Stati Uniti. Quando ci siamo accorti che Sarraj era troppo debole, la Conferenza di Palermo ha dato l’assist perfetto per Haftar per ergersi a unico leader libico: di fatto, però, abbiamo sconfessato pubblicamente e di fronte al mondo tutta la nostra strategia sul Paese nordafricano. Per errori precedenti, certamente. Ma ora nessuno può dire di avere effettivamente l’Italia al suo fianco e l’Italia, di conseguenza, non può dire di avere alleati sul campo.

(gli occhi della guerra 8 aprile2019)

La Francia sta superando l’Italia

In una graduatoria che non le fa certamente onore: quella dell’indebitamento pubblico.

L’Italia sta per farsi superare dalla Francia, ma questa volta è un problema per i francesi, non una vittoria. Al momento, il Belpaese gode della distinzione di possedere il quarto livello di indebitamento pubblico del mondo dopo, nell’ordine, Stati Uniti, Giappone e Cina. Secondo i calcoli dell’agenzia Bloomberg, però, durante il 2019 la Francia passerà al quarto posto e pertanto l’Italia scivolerà giù di una tacca, alla quinta posizione.

Per gli analisti dell’agenzia, a fine 2018 il debito pubblico francese ammontava a 2,31 trilioni di euro, solo 1,4 miliardi di euro sotto il debito italiano. Il deficit francese è stato di 80 mld di euro, mentre quello dell’Italia è stato minore, 37 mld di euro. Mentre entrambi i paesi finiranno il 2019 con la posizione debitoria ancora peggiorata, la certezza del «superamento» francese arriva dai costi delle concessioni, inefficaci, fatte in preda al panico da Macron ai gilets jaunes. Consegue, sempre secondo la Bloomberg, che a fine 2019 la Francia «batterà» l’Italia in debito pubblico per «almeno 50 miliardi di euro», diventando il paese più indebitato d’Europa.

Inoltre, Parigi ha un problema in più rispetto all’Italia: il 56% dell’indebitamento dello Stato francese è con l’estero, mentre l’indebitamento italiano lo è solo per il 34%. Ciò significa che mentre l’Italia è in buona parte indebitata con se stessa, con gli italiani, la Francia deve ridare molto di più a stranieri, a gente che non può tassare.

(Italia Oggi, di James Hansen)

Che fine ha fatto l’inflazione?

Per anni è stata temutissima da governi, risparmiatori e banche centrali: ma da vent’anni sembra essere sparita dal mondo sviluppato e sta iniziando a diventare un problema.

L’inflazione sembra essere sparita dal cosiddetto mondo sviluppato. In Giappone, Europa e Stati Uniti rimane ai minimi storici, e né la ripresa economica né le politiche espansive delle banche centrali sono state fin qui capaci di farla ripartire. Omissis.

Come spiega la BCE e sanno bene gli economisti, i prezzi stabili permettono di avere un’idea più o meno affidabile di cosa succederà nel prossimo futuro, quindi favoriscono investimenti e attività economiche; l’inflazione fuori controllo, invece, distrugge il cosiddetto potere d’acquisto – visto che i soldi valgono sempre meno – e rende quindi l’economia di un paese caotica ed estremamente debole. Insomma, avere un’inflazione bassa è, in genere, meglio che avere un’inflazione alta. Ma può anche capitare che l’inflazione sia troppo bassa. Lo scenario in cui l’inflazione non esiste, e i prezzi non salgono o salgono pochissimo, è considerato un grosso problema. Zero inflazione significa essere a un passo dalla deflazione, cioè in una situazione di generale calo dei prezzi, che è ancora peggio dell’inflazione: per economisti e governanti è quasi sempre meglio avere un po’ della seconda, che la prima. Omissis.

(il Post 17 marzo 2019)

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