Boko Haram è come lo Stato islamico, se non peggio. Ha già ucciso oltre 4 mila persone nel 2015

Gen 9 • L'opinione, Prima Pagina • 614 Visite • Commenti disabilitati su Boko Haram è come lo Stato islamico, se non peggio. Ha già ucciso oltre 4 mila persone nel 2015

Dr. Francesco Mendolia

Dr. Francesco Mendolia

 

(Non c’è solo l’ISIS n.d.r.)

 

Nel 2014, i jihadisti in Nigeria hanno ammazzato 9 mila persone. Mentre l’Occidente è indifferente.

James Yaduma sapeva che sarebbero arrivati, che era solo questione di tempo. L’uomo nigeriano viveva a Zha, piccolo villaggio nello stato settentrionale di Adamawa, vicino alla città di Mubi, da poco conquistata dai terroristi di Boko Haram e ribattezzata “Madinatul Islam”, la Città dell’Islam. Un venerdì, a notte fonda, è stato svegliato da raffiche di kalashnikov e ha capito tutto in un attimo. Al Daily Post, giornale locale, ha raccontato: «Hanno cominciato a sparare in modo indiscriminato contro la gente che cercava di scappare. Ne hanno uccisi tanti. Poi sono arrivati a casa mia: i miei genitori erano troppo vecchi per fuggire. Li hanno presi, insieme ad altri miei parenti, hanno acceso un falò e li hanno gettati dentro vivi. Li hanno bruciati vivi».

Il racconto di Yaduma non impressiona più nessuno in Nigeria: solo negli ultimi due anni ci sono stati così tanti massacri da parte dei jihadisti, che ormai in pochi si prendono la briga anche solo di contarli. L’anno scorso Boko Haram ha ucciso più di 9 mila persone, tante quante lo Stato islamico. Dal primo gennaio a oggi, secondo i dati raccolti all’interno del progetto americano Acled, ha già massacrato almeno 4 mila persone: 240 in Camerun, 57 in Ciad, 220 in Niger e oltre 3.400 in Nigeria. Gli sfollati si aggirano intorno ai due milioni. Ma le stime vengono compilate al ribasso perché «le vittime sono troppe per essere contate» e spesso il governo nasconde il numero reale dei morti.

Come a Baga: la città dello Stato settentrionale di Borno è stata rasa al suolo l’8 gennaio. I jihadisti hanno distrutto 3.700 edifici, testimoni oculari hanno detto di essere scappati tra file di centinaia di cadaveri ammassati nelle strade. C’è chi ricorda «i corpi sparsi ovunque», chi rivede ancora «i bambini uccisi e quella donna colpita mentre stava partorendo. La metà del bambino era già uscita. È morta così, insieme al neonato». Se alcune fonti parlano di 2 mila morti, il governo abbassa la cifra a 150. Qual è la verità? Impossibile dirlo, sta di fatto che una città di 10 mila abitanti è sparita in un solo giorno.

Ma forse i numeri, che rischiano sempre di trasformare un dramma in un problema di contabilità, non sono neanche così importanti. Più degli uomini sgozzati, delle donne lapidate, delle mani mozzate, dei bambini usati come kamikaze dai jihadisti, delle chiese e moschee rase al suolo, sono i piccoli dettagli quelli più importanti. Idriss Dezeh fa parte della Commissione di accoglienza che il Ciad ha messo in piedi per accogliere centinaia di nigeriani fuggiti dalla città di Baga nello Stato confinante. Ha visto decine di disperati, ma le è rimasta impressa nella memoria una persona: «L’altro giorno un uomo è venuto a farsi registrare, io gli parlavo ma lui non mi ascoltava: piangeva e basta. Non aveva più nessuno, i Boko Haram avevano lanciato una granata dentro casa sua uccidendo sul colpo la moglie e i tre bambini».

Storie come questa arrivano un giorno dopo l’altro dalla Nigeria e dai paesi confinanti, come il Camerun. Nelle zone più bersagliate dalle incursioni islamiste, le comunità fuggono e «lungo le strade giacciono teschi umani». Il vescovo camerunense Bruno Ateba, titolare della diocesi di Maroua-Mokolo, sintetizza così: «Ciò che è successo a Parigi durante gli attacchi a Charlie Hebdo, noi lo sperimentiamo ogni giorno».

Boko Haram è un gruppo fondato nel 2002 a Maiduguri, capitale dello Stato di Borno, dall’imam radicale Mohammed Yusuf. Il suo nome significa “L’educazione occidentale è peccato” ed è nato come movimento anti-corruzione. Si è accattivato il favore del popolo denunciando la sterminata corruzione dei governi nigeriani, l’eredità del colonialismo britannico e l’incapacità di porre fine alla povertà dilagante nonostante i proventi milionari del petrolio. Nel tempo, il suo obiettivo è diventato quello di rimettere in piedi il vecchio califfato di Sokoto e imporre come legge la sharia, cacciando dal nord prevalentemente musulmano della Nigeria tutti i cristiani.

Dal 2009, per raggiungere questo scopo, l’organizzazione ha cominciato a usare il mezzo terroristico. Soprattutto sotto l’attuale leadership di Abubakar Shekau, che rilascia messaggi di questo calibro: «Tutte le persone del mondo devono sapere che è in atto il jihad contro i cristiani e la cristianità. È una guerra contro l’educazione occidentale e la democrazia». Nell’estate del 2014 i terroristi hanno cambiato strategia, cominciando a occupare le città invase. In pochi mesi, i jihadisti hanno giurato fedeltà allo Stato islamico di Abu Bakr al Baghdadi, dichiarato la nascita di un Califfato e conquistato decine di città per una superficie pari a 30 mila chilometri quadrati (come quella del Belgio) negli stati settentrionali di Borno, Yobe e Adamawa.

 

Campagna emotiva e mediatica

Tutto questo è stato fatto nella totale indifferenza della comunità internazionale, che si è risvegliata solo quando i jihadisti hanno rapito dalla piccola città di Chibok circa 300 ragazze, 276 delle quali, se vive, sono ancora nelle mani dei terroristi. Il sequestro è avvenuto nell’aprile del 2014 e su Twitter è subito partita la campagna efficacissima, dal punto di vista mediatico, e inutile, da quello pratico, “Riportiamo a casa le nostre ragazze”. Tutti i leader del mondo, Michelle Obama in testa, hanno postato foto con in mano un foglio e la scritta con tanto di hashtag: #BringBackOurGirls. Poi, come spesso accade, tutti si sono dimenticati di quelle ragazze (e delle altre 2 mila rapite da Boko Haram nel 2014), salvo rispolverare ogni tanto lo slogan.

Ma alla Nigeria non serve un hashtag, come ricordato pochi mesi fa da monsignor Oliver Dashe Doeme, vescovo di Maiduguri: «Una campagna militare di comune accordo, guidata dall’Occidente, è necessaria. L’Occidente dovrebbe fare intervenire forze di sicurezza terrestri». Per comprendere la preoccupazione del vescovo bisogna leggere il bilancio di questi anni della sua diocesi: più di 2.500 cattolici uccisi, 100 mila sfollati, 26 sacerdoti sui 46 operanti evacuati, oltre 200 ragazze rapite, più di 50 parrocchie distrutte, una quarantina occupate da Boko Haram, 4 conventi su 5 abbandonati, mentre tanti sono stati costretti a convertirsi all’islam.

Ma dove sono finiti gli uomini e gli esperti promessi dagli Stati Uniti nel maggio 2014 per sconfiggere Boko Haram? E l’intelligence della Gran Bretagna? E la «squadra specializzata dotata di tutti i mezzi a nostra disposizione» della Francia? E gli aiuti assicurati da Italia e Cina? E quelli garantiti dall’Unione Europea? Svanito l’appeal mediatico del rapimento, tutti si sono dileguati. E dire che Boko Haram non è meno pericoloso dello Stato islamico, anzi. Quando l’esercito regolare ha liberato alcune province del neonato Califfato nigeriano, compresa Mubi, ha potuto raccogliere le prime testimonianze degli abitanti. Tutti i negozi erano stati razziati, le donne costrette a velarsi, a chi rubava le mani venivano tagliate in piazza, ciascuno era controllato e interrogato ogni giorno, tanti i morti di fame. Le persone uccise da Boko Haram non venivano seppellite, ma lasciate per terra. Di conseguenza, le vie erano invase dal tanfo dei corpi in putrefazione. «Anche l’acqua potabile era quasi introvabile, i pozzo erano pieni di cadaveri».

 

«La fede vince tutto»

Non ricevendo aiuti dalla comunità internazionale, i nigeriani a marzo hanno eletto presidente Muhammadu Buhari, 72 anni, ex dittatore musulmano del paese dal 1984 al 1985. Nonostante il passato disastroso di Buhari, tutti sperano che l’ex generale, per quanto favorevole alla sharia, essendo esperto di cose militari sia in grado di sconfiggere la minaccia terroristica. Negli ultimi mesi, decine di città sono state riconquistate dall’esercito regolare, con l’aiuto dei soldati di Niger, Ciad e Camerun. I jihadisti sono stati costretti a rifugiarsi nella loro roccaforte, la foresta di Sambisa. Ma la minaccia è tutt’altro che debellata.

Dal 29 maggio, quando è iniziato ufficialmente il mandato di Buhari come presidente, Boko Haram ha ucciso più di 600 persone, 210 solo nell’ultima settimana: una media di 15 vittime al giorno. Gli attentati hanno distrutto chiese e moschee senza distinzioni. Ignatius Kaigama, arcivescovo di Jos e presidente della Conferenza episcopale nigeriana, ha descritto così il modus operandi dei terroristi: «La vita, per loro, è niente; non gli importa nulla della loro vita: è inutile. Vanno in chiesa, vanno al ristorante, vanno al mercato, vanno a scuola e mettono le bombe. Ciò significa che la loro filosofia di vita è irrazionale».

Davanti a questa minaccia che sembra inarrestabile, la risposta dei cristiani testimoniata a Roma da padre Peter Kamai, rettore del seminario di Jos, è sorprendente. «La fede vince tutto. Tante persone mi dicono: “Padre, preferiamo morire in chiesa piuttosto che a casa”. Ogni domenica trovo le chiese piene di gente. È proprio vero che il sangue dei martiri è il seme dei cristiani. La Chiesa è nata con le persecuzioni e non dobbiamo mai dimenticarlo. L’ultima parola è la frase di Gesù: “Io ho vinto il mondo”. Noi in Nigeria facciamo esperienza di questo. La cosa che mi stupisce maggiormente è vedere che la gente non ha paura». Una testimonianza che può sconfiggere, usando le parole del vescovo Kaigama, «la violenza aberrante e inimmaginabile» di Boko Haram. Anche se un sostegno è necessario: «Se gli Stati Uniti ci aiutano, perché Boko Haram cresce? Perché la loro strategia migliora? Mi domando quale sia la qualità degli aiuti che ci danno».

 

(Da Tempi @LeoneGrotti)

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