L’oasi felice UE

Dic 18 • L'opinione, Prima Pagina • 595 Visite • Commenti disabilitati su L’oasi felice UE

Dr. Francesco Mendolia

Dr. Francesco Mendolia

 

 

Il Mali, colonia francese e indipendenza

Aver ucciso Gheddafi ha trasformato il Mali nell’inferno di Parigi

 I francesi iniziarono la colonizzazione del suo territorio nel 1864 e nel 1895 venne integrato nell’Africa Occidentale Francese con il nome di Sudan francese.

La Repubblica Sudanese e il Senegal proclamarono la loro indipendenza dalla Francia nel 1960 con il nome di Federazione del Mali. Alcuni mesi dopo, il Senegal si separò e la Repubblica Sudanese prese il nome di Mali e fu eletto primo presidente della nazione Modibo Keita, che in poco tempo instaurò un regime con partito unico, di orientamento marxista: Keita avviò una serie di disastrose iniziative economiche e politiche che piegarono l’economia del paese e resero fortemente impopolare il regime stesso. Nel 1968 Keita fu deposto con un sanguinoso colpo di Stato militare che portò al potere Moussa Traoré.

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Le elezioni democratiche del 1992

Nel 1991 Traoré fu spodestato da un colpo di Stato, ma i militari, anziché prendere le redini del paese, decisero di formare un governo di transizione civile che portò nel 1992 alle prime elezioni democratiche, con Alpha Oumar Konare eletto presidente. Dopo la sua rielezione nel 1997, Konare continuò le riforme politiche ed economiche, lottando contro la corruzione. Alla fine del suo secondo mandato, limite costituzionale per un presidente, fu sostituito nel 2002 da Amadou Toumani Touré che venne rieletto nel 2007.

A partire dall’autunno del 2008 si sono riacutizzate le tensioni nel Nord del paese tra il gruppo etnico Tuareg (accusato di sostenere la ribellione ancora latente nella regione di Kidal, al confine con quella di Gao) e le etnie maggioritarie nel paese.

Violenze e intimidazioni contro elementi Tuareg da parte di ex miliziani filo-governativi si sono ripetute senza che le autorità intervenissero a difesa delle vittime.

Il 3 aprile 2011 il presidente Amadou Toumani Touré, dopo le dimissioni di Modibo Sidibe e di tutta l’equipe governativa, ha nominato capo del governo Cissé Mariam Kaïdama Sidibé, prima donna della storia a ricoprire tale incarico in Mali.

 

Colpo di Stato del 2012

Il 22 marzo 2012, dei soldati ammutinati guidati dal capitano Amadou Haya Sanogo, affermano d’aver preso il controllo dei media e delle istituzioni maggiori grazie ad un colpo di Stato. Costituiscono il Comitato Nazionale per il ripristino della democrazia in Mali, e il loro primo atto è stato l’annuncio della dissoluzione delle istituzioni e la sospensione della Costituzione.

Dall’aprile 2012 all’agosto 2013 è stato presidente a interim Dioncounda Traoré, designato dalla giunta militare, e Cheick Modibo Diarra è nominato Primo Ministro ad interim del Mali il 17 aprile 2012 per aiutare il processo democratico fino alle elezioni del dicembre 2013.

Il suo governo, composto da 24 membri, è stato designato il 25 aprile dello stesso anno. Tre dei ruoli più importanti – i ministri della difesa, della sicurezza interna, e dell’amministrazione territoriale – sono stati indicati dagli ufficiali legati alla giunta militare che ha compiuto il colpo di Stato. Il governo tuttavia era composto più da tecnici che da politici.

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La guerra civile

Contemporaneamente è ripresa la guerra civile che ha portato l’etnia tuareg (laica) del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, ad allearsi con alcune frazioni fondamentaliste, (gli Ansar Dine) – che aderiscono al Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, poi denominato al-Qa’ida nel Maghreb islamico – e a prendere il controllo della regione settentrionale del Paese, l’Azauad.

Nel corso degli scontri sono state distrutte numerose reliquie della locale tradizione sufi e le tombe stesse (marabutti) di alcuni “santi” musulmani (tra cui l’antico mausoleo dedicato ad Alpha Moya e le sepolture di Sidi Mahmud, Sidi el-Mukhtar, Sidi Elmety, Mahamane Elmety e Shaykh Sidi Amar), a causa dell’accesa ostilità iconoclastica del Wahhabismo verso qualsiasi forma di culto che non sia rivolta ad Allah, considerata una bestemmia.

Il primo ministro Modibo Diarra viene arrestato dai militari l’11 dicembre 2012.

 

Intervento europeo

Il 10 gennaio 2013 il presidente Dioncounda Traoré‚ in un discorso alla nazione, ha comunicato di aver chiesto e ottenuto un intervento aereo della Francia, in accordo con l’Ecowas, la comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale, contro i ribelli dell’Azauad (il nord del Paese). In seguito, sono state liberate le principali città dell’Azauad cadute in mano ai fondamentalisti islamici, dove le truppe sono state accolte con esultanza dalla popolazione.

Le nuove elezioni presidenziali del 28 luglio e del 11 agosto 2013, salutate con speranza dall’ONU (risoluzione 2164-2014), hanno visto la vittoria del nuovo presidente Ibrahim Boubacar Keita (*1945) largamente sostenuto dalla parte Sud del Paese ed eletto con il 77,62% dei voti. La sua elezione garantisce una certa continuità di intenti della classe politica pre-golpe del 2012.

(Da Wikipedia)

 

Aver ucciso Gheddafi ha trasformato il Mali nell’inferno di Parigi

Per decenni il rais ha garantito stabilità grazie ai tuareg maliani. Ma ora sono diventati feroci nemici.

Fosse un film s’intitolerebbe la «settimana della nemesi». Una settimana in cui la Francia sconta tutti gli errori commessi da Nicolas Sarkozy e François Hollande. Se i massacri di venerdì 13 derivano dalla decisione di appoggiare quella rivolta siriana diventata la grande levatrice dello Stato Islamico, l’assalto al Radisson Hotel di Bamako è figlio invece dell’eliminazione del dittatore libico Muhammar Gheddafi.

Per comprenderne il perché bisogna tornare al gennaio del 2012. In quel mese la rivolta delle tribù tuareg del nord del Mali si risveglia dopo un letargo di cinque anni.

Dietro quel risveglio c’è il destino riservato dal presidente francese Sarkozy al Colonnello. Per decenni il dittatore libico ha garantito, a modo suo, una sorta di limacciosa stabilità alle regioni settentrionali del Mali arruolando i guerrieri tuareg e trasformandoli in una sorta di guardia personale ospitata dentro i confini libici.

Conosciuti come i «curdi d’Africa» i tuareg spaziano su cinque nazioni, ma non sono mai riusciti a dar vita a un proprio Stato. Le loro indiscutibili doti militari li trasformano però nei mercenari del Colonnello che li utilizza, fin dagli anni ’70, per le proprie campagne ai quattro angoli del continente. Questa forma d’interessata adozione, pagata con i soldi del greggio libico, impedisce ad Al Qaida e alle altre fazioni jihadiste, infiltratesi nel nord del Mali sin dal 2001, di conquistare la piena egemonia sui cosiddetti «uomini blu» che preferiscono di gran lunga i compensi del Colonnello ai miraggi islamisti di Al Qaida Maghreb. La guerra a Gheddafi, voluta dalla Francia d’intesa con il Qatar, ribalta questo panorama geostrategico. Alla morte del Colonnello i Tuareg devono scegliere se diventare bersagli della vendetta «rivoluzionaria» o porsi al servizio dei nuovi vincitori. E così i Tuareg, dopo aver saccheggiato i depositi di armi del Colonnello decidono di non aver più alcun motivo né per restare in Libia né per mantenere le distanze dal contagio islamista. E così quando, nel gennaio 2012, le colonne di fuoristrada tuareg armate di missili, cannoni e mitragliatrici lasciano la Libia alla volta del Mali, la rivolta per l’indipendenza da Bamako ha una brusca accelerazione. Un’accelerazione accompagnata dalla deriva islamista di Ansar Dine (partigiani della religione) la formazione che – sotto la guida di Yyad Ghali, comandante delle rivolte tuareg degli anni novanta – s’allinea con Al Qaida nel Maghreb Islamico. Il dilagare della rivolta seguita dalla caduta di Timbuctu e dell’intero nord costringe François Hollande a dare il via libera ad un massiccio intervento armato per evitare la caduta dell’intera ex colonia in mano islamista, garantire l’eliminazione dei gruppi jihadisti e consentire la riconquista del nord. Il traballante accordo di pace tra il governo del Mali e le tribù tuareg del nord del giugno 2013 non estirpa però il contagio integralista. Così mentre Parigi mette fine all’intervento armato e affida la lotta ai gruppi jihadisti del Sahel a un contingente di 3mila uomini basato nel Chad, i protagonisti della rivolta del nord del Mali tornano in azione. E tra i primi a ripresentarsi c’è Mokhtar Belmokhtar, il terrorista fuoriuscito da Al Qaida Maghreb responsabile, nel gennaio 2013, del sanguinoso assalto al centro petrolifero di Amenas del sud dell’Algeria, costato la vita a decine di occidentali. Grazie a lui prende forma quel movimento dei «Mourabitoun», responsabile dell’assalto al Radisson Hotel, identificato come una propaggine maliana dello Stato Islamico. Una propaggine che conferisce ulteriore profondità strategica a un Califfato già esteso su Iraq, Siria, Sinai e Libia. E proprio quella profondità strategica, estesasi da ieri fino all’ex colonia del Mali, rischia d’impedire alla Francia d’impegnarsi da sola in un conflitto a tutto campo. Costringendola, inevitabilmente, ad attendere l’aiuto di Europa e America per dare il via alla vendetta promessa dal presidente Hollande. Un’imbarazzante forma d’impotenza figlia anch’essa degli errori su scala globale commessi da Parigi negli ultimi quattro anni.

(Da Gian Micalessin – Sab, 21/11/2015 – il Giornale.IT)

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