L’Italia? “Non vale una lira”

Giu 26 • L'opinione, Prima Pagina • 579 Visite • Commenti disabilitati su L’Italia? “Non vale una lira”

Dr. Francesco Mendolia

Dr. Francesco Mendolia

Il nuovo libro di Mario Giordano racconta perché Bruxelles ci ha resi tutti più poveri e ha accresciuto le differenze tra i Paesi.

 Gli sprechi delle istituzioni. I maxi stipendi degli euroburocrati

Un usciere guadagna 6’000 euro netti il mese e un archivista 9’000. L’ultimo regalo se lo sono fatto nel dicembre 2013. Mentre i Paesi membri approvavano leggi di stabilità lacrime&sangue, mentre la troika controllava occhiuta i bilanci nazionali, mentre ai cittadini era imposto un Natale d’austerity, sotto l’albero dei dipendenti europei è invece spuntato un bel pacco dono: i contributi previdenziali, infatti, sono stati ridotti dall’11,6 al 10,6 per cento in modo da gonfiare ulteriormente le loro buste paga.

Provvedimento retroattivo, fra l’altro, di un anno e mezzo: lo sconto è stato fatto partire addirittura dal luglio 2012. Per rendere, così, con un po’ di arretrati, ancor più ricco lo stipendio dei burocrati di Bruxelles.

Se ne sentiva un gran bisogno, in effetti: come se i 44’000 dipendenti dell’Unione europea, di cui 34’000 nella Commissione e gli altri sparsi nelle rimanenti istituzioni, non godessero già di un trattamento assai privilegiato.

Gli stipendi mensili sono fissati su sedici gradi e in base a cinque scatti.

Gli scatti avvengono automaticamente, in base all’anzianità. Il meno qualificato dei dipendenti, appena assunto guadagna 2’654 euro il mese e arriva in poco tempo, senza alcun merito, a superare i 3’000.

Gli uscieri, solo un po’ esperti, sono già al terzo grado: prendono 3’844 euro il mese; i commessi qualificati (undicesimo grado) arrivano a 10’000 euro.

Un traduttore junior guadagna 5000 euro, se diventa traduttore esperto passa tra gli 8 e i 9’000.

Un traduttore capo (dodicesimo grado) prende fra i 10 e gli 11’000 euro, un ricercatore esperto (quattordicesimo grado) fra i 13 e i 15’000.

Si tratta di cifre lorde, ma la differenza con il netto è minima perché su questi stipendi non si applica l’imposizione nazionale.

Proprio così: il funzionario italiano che lavora a Bruxelles non paga le tasse in Italia bensì all’Unione europea, che effettua una trattenuta minima. Fino al 2004 era del 2 per cento, poi è progressivamente salita, oggi non può essere inferiore all’8 per cento, ma viene abbondantemente compensata da altri benefit, come gli assegni familiari (ce ne sono ben tre: assegno di famiglia, assegno per i figli e indennità scolastica) e, soprattutto, la contestatissima «indennità di dislocazione» pari al 16 per cento dello stipendio, che è pagata anche a coloro che a Bruxelles ci vivono ormai da più di trent’anni.

Così si arriva a un paradosso unico al mondo: per i dipendenti UE in molti casi il reddito netto è superiore al lordo.

E le cifre che ne derivano fanno impressione: uscieri e segretarie possono arrivare tranquillamente a incassare fra i 4 e i 6’000 euro netti al mese, traduttori e archivisti possono arrivare a 6-9’000, gli assistenti sfondano come ridere il muro dei 10’000 e gli alti dirigenti ne percepiscono 16’000.

Non è male, soprattutto se considerate il fatto che buona parte di questi lauti stipendi sono pagati a persone che studiano come tagliare gli stipendi ai cittadini europei. Sono proprio loro quelli che, quando non tassiamo abbastanza, ci fanno i richiami, le sanzioni, le procedure d’infrazione.

Ma farsi una volta un’auto-procedura? Un auto-richiamo? Macché. Anzi.

L’unica volta che hanno alzato la voce con una protesta pubblica, gli euroburocrati di Bruxelles, è stato nel dicembre 2009: si lamentavano per i loro stipendi, certo.

Ma dicevano che erano troppo bassi…

Chissà se si sono consolati con i ricchi benefit di cui possono usufruire. Come dicevamo, infatti, le tasse (basse) pagate dai dipendenti UE non finiscono agli Stati nazionali, ma rimangono tutte nelle casse dell’Unione, che di fatto le restituisce immediatamente sotto forma di un vasto sistema di welfare. A cominciare, naturalmente, dal già citato sistema scolastico, che assorbe 178 milioni di euro l’anno dal bilancio comunitario.

Solo l’asilo di Bruxelles, secondo quando denunciato qualche tempo fa dal «Daily Telegraph », costa 20’000 euro a bambino, cioè quanto Eton o un prestigioso college inglese.

E fra l’altro, anche se i loro figli frequentano le scuole europee, completamente gratuite, i funzionari incassano comunque in busta paga l’indennità scuola.

Ma sì: melius abundare, sull’istruzione non si scherza.

Ai benefit scolastici vanno, però, aggiunti: un bel pacchetto di ferie pagate (compresi i viaggi per raggiungere il proprio Paese), l’orario agevolato, che solo recentemente è passato dalle 37,5 alle 40 ore settimanali (ma sempre con molta elasticità), e un’assicurazione sanitaria assai vantaggiosa, per cui con un mini contributo (1,7 per cento dello stipendio) si accede a una copertura quasi totale e molto ricca.

Sarà per questo che si ammalano con tanta frequenza?

Nel 2013 la media di assenza dal lavoro dei funzionari UE è stata di 14,6 giorni: «Il triplo rispetto ai lavoratori inglesi del settore privato » chiosa velenoso il «Telegraph».

Il massimo, però, lo si raggiunge sul fronte pensionistico, proprio il tema su cui l’Europa ha battuto più di ogni altro chiedendo a tutti interventi draconiani, forbici e tagli.

Mentre infatti ai singoli Stati sono state imposte riforme drastiche, i funzionari UE continuano a vivere nell’età dell’oro previdenziale: l’età pensionabile resta a 63 anni (salvo per i nuovi funzionari), con possibilità di prepensionamento a 55 anni, ma soprattutto si continua ad andare a riposo con il vecchio sistema retributivo, cioè con la pensione calcolata sul 70 per cento dell’ultimo stipendio (alla faccia dei cittadini cui è stato imposto il più severo sistema contributivo).

Considerato il fatto che gli stipendi, come abbiamo visto, non sono certo miseri, i vitalizi risultano notevoli: la pensione media dei funzionari UE, infatti, è pari alla bella cifra di 5’700 euro netti al mese (sottolineo: netti).

 Da tg com 24 Cultura

Gli stipendi degli euroburocrati.

 Donald Tusk, si becca 298’495 € all’anno, mentre Jean-Claude Juncker, arriva a 317’496 €!

Hermann Van Rompuy prende 321’238 € l’anno (26’770 euro al mese), un poveraccio rispetto ai 370’000 € di Mario Draghi, presidente della BCE. E anche Martin Schulz, con i suoi 24’000 € netti al mese, tra stipendi base, indennità e rimborsi, direi che non può lamentarsi (e li usa anche per farsi campagna elettorale).

Non male, per essere gente che fa la morale sugli sprechi.  

Tra tutte le istituzioni nel loro complesso, la Commissione europea è sola al comando, con 3,275 miliardi di €, seguita a ruota dal miliardo e quasi ottocento milioni del Parlamento europeo, dai 602,8 milioni di € della struttura guidata dalla Mogherini (European External Action Service) e dai 541,79 milioni di € del Consiglio europeo, quelli che organizzano gli “Eurogruppi” in cui cazziano la Grecia.

 Da l’euroscettico

 

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