L’irrefrenabile smania di spendere

Giu 28 • L'editoriale, Prima Pagina • 562 Views • Commenti disabilitati su L’irrefrenabile smania di spendere

Eros N. Mellini

Lo spunto per questo articolo me lo dà una proposta – purtroppo da parte di un consigliere nazionale del mio partito – di usare il quasi miliardo di franchi di credito previsto nel piano finanziario della Confederazione per l’organizzazione dei giochi olimpici 2016, diventato ormai privo di destinazione dopo la bocciatura popolare decretata dal popolo vallesano lo scorso 18 giugno, per raddoppiare il traforo ferroviario del Lötschberg. Personalmente, sono soddisfatto della bocciatura popolare di un progetto che, a mio modo di vedere, costituiva un investimento enorme quanto assurdo in un’operazione certamente non prioritaria per la Svizzera. Un investimento il cui beneficio in termini di ricaduta finanziaria – lasciamo perdere l’immagine della Svizzera che non ha bisogno di tale riprova per figurare fra le migliori al mondo – era tutt’altro che scontato. Sotto questo aspetto, il potenziamento della galleria del Lötschberg è senz’altro molto più importante, e capisco che un deputato del canton Vallese lo spinga nell’interesse della sua regione.

Ma la domanda è un’altra: l’ha prescritto il dottore che questo miliardo debba assolutamente essere speso? Non dico che sarebbe scialacquato, visto che l’opera in questione è senz’altro di pubblica utilità, ma un tantino superfluo in questo momento, sì.

E il freno all’indebitamento?

Già, che fine fanno tutti i bei propositi di una politica virtuosa e di una gestione oculata del denaro pubblico? Propositi peraltro solo di facciata, visto che le misure di freno all’indebitamento sono spesso e volentieri oggetto di eccezioni, generalmente sotto la spinta di una sinistra dalle mani talmente bucate da convincerla che, al pari delle stigmate di Padre Pio, questi buchi siano un segno della benedizione di Dio allo sperpero sociale. È vero, la Svizzera – assieme alla Norvegia – ha uno di debiti pubblici più bassi d’Europa, ma ammonta pur sempre, salvo errore, a un centinaio di miliardi di franchi.

Investimenti sì, assalto alla diligenza no

È altrettanto vero che Confederazione, rispettivamente cantoni e comuni, non possono rinunciare agli investimenti. Questi, oltre che necessari per migliorare il livello di vita, sono un potente motore per l’economia, la cui prosperità si riflette sull’offerta di impiego. Ma, come detto, è essenziale che siano oculati e con un bilancio costi/benefici positivo. Non devono essere affrontati al motto “quand a ga n’è pü, ga n’è ammò” (quando non ce ne sono più – sottintendendo i soldi – ce n’è ancora), nell’illusione che “qualche santo provvederà”. Perché, visto che i debiti prima o poi si devono pagare, i santi chiamati a provvedere si chiamano future generazioni. Occorre, in altre parole, trovare il giusto equilibrio fra le spese e le entrate evitando, nel limite del possibile – nella fattispecie, nel limite di quanto sciaguratamente siamo disposti a concedere alla “Santa sinistra” – di oltrepassare il limite concessoci dalla nostra carta di credito.

Purtroppo, quello dell’assalto alla diligenza è un passatempo comune ai politici – di solito quelli di sinistra, ma evidentemente ogni regola ha la sua eccezione – ogni qualvolta una situazione straordinaria metta a disposizione qualche soldo in più. Nel caso specifico del miliardo olimpico, si parte dal principio che, essendo stato inserito nel piano finanziario della Confederazione, questo denaro sia di fatto già stato speso o non esista più. Quindi, venendo a mancare la destinazione originaria, costituisce una specie di eccezionale vincita al lotto da utilizzare liberamente per altre cose. Ma non è così, in effetti è un miliardo risparmiato che diminuisce dell’1% circa il debito pubblico. Un miliardo che non saremo chiamati a pagare con le nostre imposte e che non peserà sulle imposte dei nostri figli e nipoti.

La stessa cosa succede a livello cantonale

Già, per esempio si ripete ogni volta che dalla Banca nazionale, grazie a degli utili eccezionali, ci arriva qualche milione in più del previsto dalla ripartizione degli utili. Abbiamo un debito pubblico di quasi due miliardi di franchi e ogni anno si fanno acrobazie e si adottano misure di austerità per tentare – udite, udite – non tanto di diminuirlo, quanto di ridurne l’aumento. Già, in caso di difficoltà finanziarie, una semplice economia domestica è costretta a ridurre le spese. Lo Stato no, tenta semplicemente – e non sempre con successo – di ridurre l’aumento delle spese, dando per scontato che queste non possano che crescere. Che succederebbe se a ogni privato le banche dessero libero accesso a una linea di credito, accettando di aumentarne ogni anno il limite perché è scontato che il debitore non solo non rinunci ad alcuna spesa, ma che addirittura ne aggiunga altre, non importa se giustificate o superflue? Ovviamente, le banche non lo fanno perché fallirebbero in un amen. E allora, perché deve permettersi lo Stato di farlo? Normalmente, il gettito fiscale non aumenta alla stessa velocità con cui vengono incrementate le prestazioni sociali – anche quelle non indispensabili, nate in periodi di vacche grasse, ma che adesso vengono considerate diritti acquisiti – da cui l’inesorabile crescita del debito pubblico.

Occorre un cambio di mentalità

Soprattutto, per quel che concerne l’atteggiamento parassitario generalizzato, dal privato cittadino alle istituzioni. Oggi tutto è dovuto, indipendentemente da ciò che l’individuo dà come contributo alla società. È fondamentalmente sbagliato, ma ormai talmente inculcato nelle masse da una sinistra che ne ha fatto un vero e proprio business chiamandola “socialità”, che si arriva a estremi assurdi come il cosiddetto “reddito di cittadinanza”, cavallo di battaglia elettorale del Movimento 5 stelle nella vicina repubblica. Uno dovrebbe percepire un reddito – alto o basso che sia – per il solo fatto di esistere, come se ciò fosse un contributo dato alla società. Non solo non paghi imposte perché non ne hai i mezzi, e ciononostante usufruisci dei servizi dello Stato (scuole, ospedali, strade, trasporti pubblici, assistenza pubblica, eccetera), ma bisogna anche darti – anzi, ne hai il diritto (l’ennesimo, di fronte a zero doveri) – una paghetta a retribuzione della tua semplice (peraltro fastidiosa e socialmente inutile) presenza in questo mondo. Un inno al parassitismo, da non confondere con l’indennità di disoccupazione che presuppone quantomeno un passato lavorativo.

Questa è la morbosa mentalità che affligge il mondo da un po’ di decenni a questa parte. Ma se continuiamo a preferire l’assalto alla diligenza a un’oculata gestione del patrimonio pubblico, abbiamo ben poche speranze di riuscire a migliorare la situazione.

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