L’intervento in Libia dell’Italia e di altri “alleati” c’entra meno con l’ISIS e più col petrolio

Apr 16 • L'opinione, Prima Pagina • 428 Visite • Commenti disabilitati su L’intervento in Libia dell’Italia e di altri “alleati” c’entra meno con l’ISIS e più col petrolio

Dr. Francesco Mendolia

Dr. Francesco Mendolia

La Libia è una torta da 130 miliardi di dollari subito, e almeno 34 volte di più se l’attuale situazione si dovesse mai in qualche modo “normalizzare”. Per capire qualcosa di quello che accade in quell’ormai non paese si deve cercare di capire le mosse dell’ENI…

Ce lo stanno dicendo praticamente tutti i giorni, da tempo; da settimane, da mesi: bisogna intervenire in Libia. Cosa significa “intervenire” non è ben chiaro, ma bisogna “intervenire”.

Ora per “intervenire” ci sono due soli modi: si mandano delle truppe, dei militari, si va a combattere a tutti gli effetti una guerra. Si va come si è andati in Somalia, in Iraq, in Afghanistan… Si va ad uccidere, e si va a essere uccisi. Si va a combattere, come già combattono i Francesi in tutti quei paesi dell’Africa francofona: dal Ciad al Mali, al Burkina Faso; come già sono presenti in Libia, e come sono già presenti, in quello che un tempo era “il bel suol d’amore”, Inglesi e Statunitensi. Avendo ben chiaro che la Libia di oggi è un verminaio nel quale si rischia di restare impigliati più e peggio che in Iraq e in Afghanistan.

Chi dice che bisogna “intervenire” dice questo, e questo deve dire: deve avere il coraggio di dirci che la Libia costituisce una irresistibile torta che tanti si vogliono mangiare. Stiamo parlando di un non paese che galleggia in un mare di petrolio. Un non paese con due poli interni principali costituiti da Tripoli e Tobruk, spalleggiati da una quantità di poteri reali esterni in lotta e competizione tra loro. Per dire: il 38% del petrolio africano passa dalla Libia, e questo 38% costituisce l’11% dei consumi europei. Questo petrolio dagli esperti viene ritenuto un greggio di ottima qualità, costa relativamente poco, fa gola alle grandi compagnie petrolifere; per quel che riguarda la Tripolitania è praticamente appannaggio dell’ENI. Un appannaggio che l’ENI si garantisce manovrando in modo spregiudicato tra fazioni, tribù e sceiccati; e che Francesi, Inglesi, Americani naturalmente non vedono con favore. Vorrebbero esserci loro, a fare quello che fa l’ENI.

Per capire qualcosa di quello che accade in quell’ormai non paese si deve cercare di capire le mosse dell’ENI in Tripolitania, della BP, della Shell, della Total in Cirenaica e nel Fezzan. Della partita fa parte anche la Russia, che opera attraverso l’Egitto di Al Sisi. Buona parte delle armi che circolano in Libia, vengono da Mosca e Parigi. Nei progetti, e nei sogni delle varie cancellerie europee e mondiali, la Francia che già ha interessi consolidati nell’Africa sub sahariana, dovrebbe fare il guardiano nel Fezzan, la regione meridionale della Libia. Al Regno Unito fa gola la Cirenaica, e in questo modo terrebbe a freno anche le mire russo-egiziane, l’Italia dovrebbe in qualche modo continuare a operare in Tripolitania; gli Stati Uniti – questi Stati Uniti più confusi e indecisi che mai – si candidano a supervisori del tutto.

Questi bei piani naturalmente sono realizzati a tavolino, non fanno poi i conti con la realtà: le gelosie, le rivalità, gli appetiti tribali; gli interessi dell’Egitto, che non sono quelli dei paesi europei, i fanatici islamisti, che giocano anche loro una partita, dal Qatar arriva un quotidiano fiume di denaro a sostegno dei gruppi estremisti e terroristici. Insomma, è bene sapere che la sbandierata lotta al califfato dell’ISIS e ai terroristi è solo un aspetto, forse il più appariscente, ma neppure il più importante, della guerra che si sta combattendo in Libia. Gli interessi occidentali mascherati da obiettivi comuni, in realtà sono più che mai divergenti. Si prepara, e probabilmente già si combatte, una guerra dove in campo ci sono finti amici e alleati, finti avversari e nemici.

C’è poi un altro modo di “intervenire”. Si chiama “intelligence”. Ne parlano in tanti, però oltre che invocarla dovrebbero spiegare cosa significa “intelligence”, cosa comporta. Vuol dire niente di più e niente di meno che “operazioni sporche”. Persone specializzate in quel tipo di guerra che si fa e non si ammette, e che consiste nell’eliminazione di nemici o ritenuti tali. Quel tipo di cose che leggiamo nelle spystories e che vediamo nei film di spionaggio. Solo che non si tratta di romanzi o di film; sono operazioni meticolosamente studiate, risultato di informazioni spesso raccolte illegalmente, corrompendo e applicando la legge: il nemico del mio nemico è mio amico. Ecco, questa è l’intelligence. O questo o non è. Se si applica la vecchia regola di seguire il denaro, forse si comincia a capire qualcosa di quello che si fa senza dire, di quello che si dice senza fare.

Ora rispondiamo pure: vogliamo, dobbiamo, possiamo “intervenire” in Libia?

 

(Da Valter Vecellio – 17 marzo 2016; la voce di New York)

 

 

Libia, la guerra all’Isis e per il petrolio

I terroristi cercano ingegneri per i pozzi. La NATO pronta ad agire. Anche per interesse.

Ingegneri reclutati dall’Isis per gli impianti petroliferi in Libia.

La notizia, al momento non verificabile, l’ha riportata il quotidiano newyorkese International Business Times, raccontando di avere in mano un non meglio precisato documento che lo prova.

Gli esperti d’intelligence sentiti da Lettera43.it ritengono che si tratti di «una procedura possibile, perché già adottata in Siria e in Iraq» per i pozzi e le raffinerie che dal 2014 solo la Russia ha bombardato seriamente. «E non è neanche impossibile», pur profilandosi «parecchio difficile», che l’Isis riesca a esportare gas e petrolio dalla Libia.

Le mire sul petrolio. Gli uomini di al Baghdadi hanno attaccato il terminal di al Sidra (rapendo 150 persone), nell’Est del Paese che fa gola anche a Inglesi, Francesi e Americani. E accerchiano il petrolio e il gas di Sabratha, vicino a Tripoli, sede del grande impianto di Mellitah cogestito dall’ENI.

Il Cane a sei zampe non commenta sul possibile reclutamento in corso dell’Isis, né sull’entità del pericolo per i suoi impianti. «La produzione in Libia è invariata a 300 mila barili al giorno, come ai livelli pre-guerra, e sulla terraferma operano solo addetti locali, coordinati dall’Italia», dice l’ENI a Lettera43.it, «tutto il resto è affare della politica internazionale e del governo».

 

La cautela degli USA. Ma, proprio come l’Isis, anche gli attori internazionali accelerano sulla Libia, con manovre e interessi poco chiari. Fanno eccezione gli Americani, accusati dai più di disinteressarsi di quello che succede nell’ex colonia italiana, forse ancora scottati dall’assalto al consolato di Bengasi, l’11 settembre 2012, nel quale fu ucciso l’ambasciatore Chris Stevens. «Non è questione di disinteresse: a Washington c’è un sacco di gente che lavora sul dossier e i contatti con Roma sono quotidiani», smentisce una fonte diplomatica americana a Milano. «Ma abbiamo imparato che non esistono soluzioni immediate: c’è bisogno di tempo, di avere una strategia».

Raid anonimi e corpi speciali a terra: NATO pronta ad agire

La cautela, tuttavia, non è condivisa. Sirte, roccaforte dell’Isis nonché città natale della tribù dei Gheddafi, questa settimana è stata per esempio bombardata da caccia stranieri non identificati.

Non è un inedito: per liberare Bengasi, in Libia erano entrati più volte in azione jet militari egiziani e degli Emirati arabi.

Si teme che stavolta la longa manus sia dei Francesi, come per la guerra al rais del 2011: la mattina del 12 gennaio un ripetitore di Flightradar 24 ha rilevato l’ingresso «anomalo» nello spazio aereo italiano di un velivolo militare d’Oltralpe, diretto verso il golfo di Sirte, in quello che è apparso un volo di rifornimento.

Forse solo un «test», prima di un imminente, nuovo intervento internazionale in Libia.

 

Intervento militare imminente. Secondo l’esperto di Libia dell’European Council on Foreign Relations, Mattia Toaldo, «l’intervento è possibile ormai, sotto forma di raid contro il Califfato, anche senza il via libera del neonato governo di unità nazionale libico, se non riuscirà a insediarsi o a operare».

Test per l’assalto sono stati, d’altra parte, anche gli attacchi dell’Isis agli impianti di al Sidra: sondare e spaventare l’opinione pubblica, mentre i combattenti avanzavano sulla costa, da Sirte verso Ras Lanuf, avamposto per il controllo dei terminal petroliferi.

 

Roma all’angolo o hub strategico? Tutti, insomma, sembrano alle prove generali. Si prepara il terreno senza chiedere il permesso, spingendo Roma – attore leader nell’ex colonia – nell’angolo? «Gli Stati Uniti sostengono l’Italia, le riconoscono un ruolo dominante sulla Libia: Roma sta diventando l’hub fondamentale per studiare le mosse per arginare le violenze», smentisce ancora il pessimismo la fonte diplomatica americana. Ma, certo, la fretta impressa dai partner europei per un’azione in Libia è innegabile.

 

Unità a terra già in Libia ? «La NATO è pronta a supportare un’azione. Piccoli contingenti in Libia, già presenti sotto forma di intelligence e unità speciali, sono possibilissimi, ognuno a presidio dei propri interessi, inclusi pozzi, condutture, impianti», spiega a Lettera43.it l’analista di Libia del centro di ricerca di security e antiterrorismo Itstime Marco Maiolino, «la Francia, gli Usa, la Gran Bretagna, i Paesi arabi confinanti hanno obiettivi da difendere. E anche l’Italia, come si è visto con il blitz per il trasferimento dei soldati libici feriti nell’attentato di Zliten, c’era».

L’Isis non è così forte in Libia come lo dipinge la sua abilissima propaganda.

Dalle informazioni di Itstime, dispone di al massimo 3 mila unità operative, non le 5 mila e le 10 mila indicate nelle rilevazioni più allarmistiche: molti di questi combattenti sono stranieri e l’ondata di ingressi di dicembre si limiterebbe a «circa 500 affiliati», perlopiù quadri e con incarichi di dirigenza, che non è poco ma nulla al confronto delle milizie libiche, se fossero unite.

Il Califfato è stato cacciato da Derna, controlla un «territorio costiero di circa 250 chilometri e non l’entroterra dei giacimenti». Anche gli impianti sul mare, piantonati dalle milizie, non sono facili da controllare e «non a caso ad al Sidra l’Isis ha mandato un’autobomba» precisa Maiolino.

 

L’export problematico. Esportare greggio di contrabbando attraverso il Mediterraneo è poi molto più difficile che tra la Siria e la Turchia, si dovrebbero anche pagare delle milizie, creandosi così una rete «d’appoggio interna, perché i libici vogliono regolare i conti tra di loro».

Diffidenza verso gli stranieri che rallenta anche eventuali selezioni di ingegneri: in un Paese che è un insieme di famiglie in guerra, «si sceglie per appartenenze tribali e lealtà ad attori locali». Anche per Toaldo, l’Isis «ha più interesse a fermare la produzione degli impianti che a fare profitti, attraverso la Banca centrale libica gli introiti del petrolio garantiscono gli stipendi anche delle milizie».

 

Verso il crac finanziario. Ma cosa accadrà quando, per le lotte fratricide, la Libia esaurirà le sue finanze? Potrebbe accadere molto presto: il PIL è in caduta libera, oltre la metà dei campi d’estrazione chiusi, il prezzo del petrolio al ribasso.

All’Isis si aderisce per ideologia, per frustrazione e spesso anche per soldi: «Tunisini e Siriani hanno accettato perché pagati di più, a volte senza dire alla famiglia per chi lavoravano. L’importante era portare a casa uno stipendio», conclude Maiolino.

Anche in Libia ci sono molti tecnici disoccupati, diverse famiglie agiate rischiano di finire sul lastrico. Loro ancora non se ne rendono conto, ma le potenze straniere – e, soprattutto,  l’Isis – lo sanno bene. E agiscono, ognuno per il proprio tornaconto.

 

(di Barbara Ciolli16 Gennaio 2016,  ha collaborato Gea Scancarello Lettera 43)

Comments are closed.

« »