Le pretese di chi non paga

Ott 22 • L'editoriale • 149 Visite • Commenti disabilitati su Le pretese di chi non paga

Eros N. Mellini

In questa ormai diventata la “società dell’invidia”, i sinistri movimenti di sinistra ne inventano ogni giorno una per approfittare parassitariamente del benessere prodotto dagli altri. L’ultima in ordine cronologico è l’iniziativa 99% lanciata dai giovani socialisti, volta a un massiccio aumento dell’imposta sul capitale. Imporre “equamente” il capitale, secondo loro, vuol dire tassare del 150% (!!!) il reddito della sostanza che eccede un determinato importo che – bontà loro, ma in effetti solo per attirarsi i consensi di coloro che da parte hanno ben più di qualche misero franco – propongono di fissare a 100’000 franchi.

Al di là del principio di un maggiore impegno fiscale da parte di chi ha di più a favore di chi è meno abbiente che, fintanto che si mantiene entro i limiti del finanziamento di una socialità ragionevole, è senz’altro condivisibile, oggi si pone il problema opposto, ossia quello di far tornare nei limiti del ragionevole una socialità che ha ormai debordato scadendo in un irresponsabile assistenzialismo, fonte delle più svariate forme di abuso parassitario.

“Il denaro non lavora, noi sì” è lo slogan degli iniziativisti, con il quale si contesta il fatto che chi ha capitali da investire non deve far altro che coglierne i frutti sotto forma di interessi e dividendi, senza dover spremere sudore dalla fronte. Parentesi: “Il denaro non lavora” ci può anche stare, quello che invece mi vede piuttosto scettico è quel “noi sì”. Se togliessimo i disoccupati per opportunismo (per quelli veri ho il massimo rispetto), gli invalidi fasulli beneficiari di rendite AI e i richiedenti l‘asilo economici, i “noi sì” legittimati a definirsi tali dubito che costituirebbero delle masse. Chiusa la parentesi.

Il problema dei ricchi, a mio avviso, non è tanto quello di dover pagare le imposte – sempre a condizione che siano ragionevoli, non mi risulta che qualcuno trovi iniquo finanziare i servizi dello Stato secondo le proprie disponibilità – quanto il vedere impiegare il gettito fiscale in modo irresponsabile e scialacquatore, spesso per fornire il necessario, ma anche il superfluo, a chi s’è ormai comodamente assestato in un regime nel quale di lavorare si può anche fare a meno, basta non essere troppo formalisti circa la propria dignità. Nessuno mette in dubbio la necessità di asili, scuole, ospedali, strade, e neppure di istituzioni sociali quali la cassa-malati o la previdenza-vecchiaia, con tutti i costi che ne derivano e che giustamente vengono pagati dai contribuenti in proporzione al loro reddito. Ma quando si pretende di salassare sistematicamente e in modo crescente i più abbienti (e chi sennò, certamente non chi già oggi non raggiunge il minimo imponibile!) per soddisfare le pretese sempre più esose di chi dallo Stato tutto pretende senza minimamente dare, non c’è da meravigliarsi se prolificano i paradisi fiscali nei quali i tanto detestati ricchi spostano il loro domicilio. Non è etico? Certo, ma non lo è neppure abusare di un sistema sociale pagato dagli altri. Perché è evidente che chi beneficia di aiuti sociali, almeno per il momento, di oneri non ne può pagare (magari l’ha fatto in passato, ma certamente non è il caso di tutti gli immigranti nel nostro sistema assistenziale).

Un sistema sociale molto umano, certamente, ma che dal punto di vista della logica (anche se ammetto che a quest’ultima si deve accompagnare un certo cinismo) fa acqua da tutte le parti. Chi ha detto, per esempio, che tutti debbano poter mettere al mondo dei figli pur sapendo fin dall’inizio di non essere in grado di mantenerli e tirarli grandi senza l’aiuto dello Stato (a meno di un’inaspettata quanto improbabile supervincita al lotto)? Per la logica non ci sarebbero dubbi. Ma il lato umano che – per fortuna o per disgrazia, a seconda dei punti di vista – alberga in noi, ce lo fa considerare ormai un diritto inalienabile, e allora giù con gli assegni familiari, quelli di studio, i congedi paternità, gli asili-nido e le mense scolastiche per permettere ad ambedue i genitori di lavorare, eccetera, eccetera. E guai a dire: non possiamo più permettercelo, le vacche grasse non ci sono più. Sacrilegio! È un diritto acquisito, i soldi si possono trovare. Dove? Dove ci sono! E sulla base di questo illuminato principio, qualcuno opterebbe magari per una rapina all’UBS, quantomeno non necessiterebbe del consenso del rapinato. Ma no, è molto più semplice tassare, tassare e ancora tassare. E chi vuoi tassare se non quelli in grado di pagare e che devono sottostare alle decisioni delle autorità? Ma attenzione, a tirarla troppo la corda presto o tardi si rompe. Non sono pochi gli Svizzeri benestanti che hanno spostato il loro domicilio all’estero. Vogliamo che la serie continui? Ma poi chi pagherà il gettito fiscale mancante? I ricchi rimasti, che saranno sempre meno? È un gatto che si morde la coda.

 

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