Le pecche di una scuola sempre più centralista

Lug 26 • L'editoriale, Prima Pagina • 707 Views • Commenti disabilitati su Le pecche di una scuola sempre più centralista

Eros N. Mellini

Locarno, inizio anni ’50: rimasta vedova con sei figli da tirar grandi, mia madre dovette andare a lavorare. Non che prima non lo facesse ma, pur aiutando mio padre nell’amministrazione dell’impresa di costruzioni che portava il nostro nome, poteva dedicare abbastanza tempo alla famiglia da poter essere qualificata come casalinga. Trovò quindi un impiego quale impiegata d’ufficio – dalle 8.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 18.00 – il che la teneva lontana da casa praticamente tutta la giornata. Se sui miei fratelli e sorella, occupati a scuola o sul posto di tirocinio, la cosa non influiva più di quel tanto io, con i miei scarsi quattro anni d’età, costituivo un problema. Seppure decisamente precoce e piuttosto autonomo, anche in quei tempi beati nei quali i pericoli erano minori rispetto a oggi – o forse dovrei dire, rispetto a quelli che oggi vengono ritenuti tali –lasciarmi solo a casa per tutta la giornata, cinque giorni e mezzo a settimana (a quei tempi si lavorava ancora il sabato mattina) destava giustamente qualche preoccupazione a mia madre, la quale finì per mandarmi all’asilo. O meglio, tentò di mandarmici perché – aggredito proditoriamente da un compagno bulletto che mi mandò a faccia in giù nella sabbia – passai attraverso le sbarre del cancello (nessuno lo crederebbe possibile vedendomi oggi, ma allora ero veramente magrissimo) e me ne tornai a casa. Devo dire che questa distava meno di un chilometro dall’asilo tuttavia, mi risulta che la cosa lasciò nel panico per qualche ora non tanto mia madre, che era ignara di tutto, quanto le maestrine responsabili dell’istituto. Fu la mia unica esperienza con l’istruzione prescolastica, perché a ogni tentativo di farmi riprovare reagii con crisi di nervi, non ricordo bene se genuine o simulate, ma cionondimeno molto efficaci, per cui si preferì voltare pagina e rinunciarvi.

Perché questo antefatto? Soprattutto, per sottolineare come l’asilo non fosse obbligatorio e come le madri di quel tempo non chiedessero in continuazione aiuti dallo Stato per risolvere situazioni anche ben più difficili di quelle in cui si trovano certe loro colleghe di questi tempi.

 

L’asilo-nido obbligatorio?

Con il concordato HarmoS, cui il Ticino ha aderito nel 2009, è diventata obbligatoria la scuola dell’infanzia, ossia quella dai 4 ai 6 anni d’età che una volta era chiamata asilo. Ciò significa che lo Stato ha sottratto alle famiglie che potevano e volevano permetterselo, l’educazione dei figli in una fascia d’età nella quale sfido chiunque a dimostrare che la presenza costante e quotidiana di almeno un genitore non sia importante.

Ma questa funesta tendenza non sembra volersi fermare. Recentemente, ha infatti destato un certo scalpore – o meglio, è stata strumentalizzata ad arte – una messa in guardia della consigliera nazionale UDC turgoviese, Verena Herzog, contro la ventilata possibilità di rendere obbligatorio l’asilo-nido (di regola fino ai quattro anni d’età). La preoccupazione della consigliera nazionale – lei stessa madre di tre figli – è causata dal fatto che, ha detto al Blick, «Nella Berna federale vengono attualmente profusi sforzi per ampliare in modo massiccio il sostegno alla prima infanzia dei bimbi fino a 4 anni. Nella competente commissione della scienza, dell’educazione e della cultura nessuno è stato in grado di dirmi cosa succederà con quei genitori che non vogliono partecipare a questi programmi». Una presa di posizione intelligente e legittima – anche se subito strumentalizzata per attaccare una presunta insensibilità del partito nei confronti dei problemi sociali – perché, anche se gli asili-nido costituiscono un supporto indispensabile per chi deve lavorare, deve essere lasciata alle famiglie che se lo possono permettere la facoltà di crescere in casa i propri figli durante questa delicata fascia d’età. E, giustamente, Verena Herzog sottolinea: «Anche la scuola materna all’inizio era facoltativa: ed è poi diventata obbligatoria».

 

La tendenza centralizzante della scuola

Dallo sciagurato e mai abbastanza maledetto ’68, la scuola in generale ha preso una piega sempre più statalista e, di conseguenza, ha inculcato nelle nuove generazioni (e non bisogna dimenticare che dai docenti diplomati in quegli anni, sono uscite altre due generazioni di docenti che hanno consolidato il sistema) l‘orwelliana idea che lo Stato debba intromettersi vieppiù nella vita familiare dei cittadini, sostituendosi il più possibile a loro nel compito di educare i figli. Mentre una volta alla scuola competeva il compito di istruire, mentre quello di educare era soprattutto competenza delle famiglie, con il passare degli anni la prima si è assunta arbitrariamente sempre più compiti educativi spesso trascurando addirittura l’istruzione. Così – e parlo soprattutto di scuola media – mentre a livello d’istruzione sono palesi parecchie carenze, per non chiamarla addirittura ignoranza abissale, troviamo i giovani a scioperare (sostenuti dai docenti) per scopi ideologici e prettamente politici, guarda caso tendenti a sinistra esattamente come la maggior parte dei docenti della scuola post-sessantottina.

 

E i genitori?

Ai genitori – sempre meno responsabilizzati e, a volte, contenti di esserlo – rimane il dovere di lavorare per mantenere la famiglia (spesso nemmeno quello, se sanno astutamente utilizzare tutti gli strumenti della socialità a loro disposizione), di sostenere le azioni dei giovani fomentate dalla scuola ideologicizzata ma, soprattutto, il DIRITTO di reclamare per la mancanza di educazione dei figli (quelli degli altri, naturalmente).

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