La teoria dei cerchi concentrici

Mar 22 • L'editoriale, Prima Pagina • 1539 Views • Commenti disabilitati su La teoria dei cerchi concentrici

Eros N. Mellini

Il mondo è troppo grande, perché l’individuo possa pensare a gestirlo, migliorarlo o trasformarlo tutto. Questa riflessione, assieme alla convinzione che un sano e ragionevole egoismo debba trovare il suo posto nella natura umana, ha sempre condizionato il mio atteggiamento verso la società. Io pongo al centro dei miei interessi me stesso poi, in un secondo cerchio quelli della mia famiglia, amici e animali domestici, nel terzo il vicinato e il comune nel quale abito. Il cantone, la Confederazione, l’Europa e il mondo, nell’ordine, occupano altrettanti cerchi che si allontanano vieppiù da me. È quindi chiaro che ognuno ha una sua sequenza di interessi che lo porteranno via via a fare qualcosa per la famiglia, gli amici, i vicini di casa, il comune, il cantone, eccetera. E se l’interesse di una cerchia va a scapito di quella più interna, sarà a quest’ultima che dò la mia priorità. Poi, nella vita, capita sempre di pensare un po’ più in là e, se ne ho l’occasione, mi privo volentieri di qualcosa che non sia di vitale importanza per fare del bene a chi mi sta intorno, anche se piazzato in una cerchia non direttamente adiacente alla mia. Non a caso, infatti, ho parlato di sano e ragionevole egoismo, non di tirchieria. Ma ritengo che i miei primi quattro o cinque cerchi (io, famiglia e amici, vicinato e comune, cantone e, se proprio devo, anche la Confederazione, occupino più che a sufficienza il mio tempo. Non nego, tuttavia, che qualcuno (se proprio vuole) si possa occupare di temi che oltrepassano il cerchio più esterno del normale cittadino, e qui entrano in causa organismi come l’ONU o altre organizzazioni sovrannazionali. Ma chi opera in tali gremii – a mio avviso di dubbia utilità – lo fa a titolo professionale, non ideologico. Quindi, a farne parte non è lui, ma la sua nazione, cerchio più esterno del mio diagramma.

I problemi planetari non sono pane per i denti dei singoli individui

E, per la maggior parte, non costituirebbero un problema nemmeno per il pianeta, se tutti applicassero la teoria dei cerchi concentrici, cominciando con il non inquinare – o inquinando il meno possibile – individualmente. Ma, giustamente, se TUTTI lo facessero, il che non è evidentemente il caso. Si dice che, se ognuno spazza davanti alla propria casa, tutto il villaggio sarà pulito, ma siccome è impossibile e la maggioranza non lo fa, le conseguenze possono essere solo due: o il villaggio rimane sempre eccessivamente sporco, oppure la minoranza di cittadini virtuosi pulisce anche per coloro che non lo fanno. E, poiché la prima alternativa sembra essere quella più diffusa, ecco che, a poco a poco, anche gli amanti dell’igiene finiscono per abituarsi allo sporco e considerarlo come il minore dei mali. Ma, a parte questa metafora, personalmente trovo che a tentare di risolvere i problemi ambientali – che, notoriamente, non conoscono confini nazionali – debbano essere i gremii preposti, ossia le organizzazioni internazionali, semmai le nazioni industriali più grandi (USA, Cina, India, Russia, eccetera), e non dei piccoli Stati come la Svizzera, che con tassi d’inquinamento irrilevanti, hanno già dato prova di essere virtuosi ben al di sopra la media. E ancora meno serve la mobilitazione di singoli individui, perlopiù strumentalizzati da una propaganda di vero e proprio terrorismo ecologico.

L’incoerenza dei dimostranti

Personalmente, ritengo già abbastanza incoerente il solo scendere in piazza a protestare in un paese come la Svizzera, nella quale si può accedere facilmente alla politica andando poi a difendere con i fatti le proprie dottrine negli organismi istituzionali (consiglio comunale, parlamento cantonale e camere federali). Ma, a parte ciò, scendere in piazza a dimostrare contro un cambiamento climatico al quale contribuiamo acquistando qualsiasi aggeggio elettronico ci passi sotto gli occhi, viaggiando con vetture private ad alto tasso d’inquinamento (e non ci si illuda d’inquinare meno acquistando un’auto elettrica), lasciando poi sul posto, alla fine della manifestazione, montagne di rifiuti, mi sembra coerente quanto un frate francescano che predichi la castità tenendo in mano una confezione di preservativi. Un’incoerenza degna del premio Nobel per la pace. Quest’ultimo, infatti, dopo essere stato assegnato a degli arrabbiati fomentatori di casini bellici, come Jasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin o sociali, come Lech Walesa, lo si vorrebbe dare ora anche a Greta Thunberg per il suo impegno a favore di un clima migliore. Francamente, mi sembra che “Premio Nobel per la pace” sia quantomeno una denominazione inadeguata.

Un ritorno al Medio Evo

È quanto, in pratica, vorrebbero i fanatici ecoterroristi. Dagli albori della storia, l’essere umano ha cercato di evolversi rendendosi la vita più facile e comoda. Questa evoluzione, che abbiamo sempre chiamato progresso – quindi con una connotazione positiva – ha raggiunto, dal secondo dopoguerra a oggi – una velocità incredibile. Per mio nonno, la luce elettrica, il telefono e la radio furono tre novità che vide nascere e che fece a tempo a utilizzare. Ma mai si sarebbe immaginato tutto l’armamentario tecnologico di cui disponiamo oggi. Ai tempi di mio padre giravano pochissime vetture e qualche veicolo industriale, spesso residuati di guerra e qualche moto e un po’ di biciclette. Morì presto, nel 1951, non vide nemmeno i motorini, per non parlare di vetture automatiche o di telefoni cellulari. Io, classe 1947, mi avvicinai al computer negli anni ottanta acquistando un Commodore 64 e utilizzando sul posto di lavoro dei vecchi IBM senza disco duro. Feci a tempo a familiarizzare con il PC e con i telefoni portatili quando questi servivano ancora a telefonare. Qualche anno fa, scoperta la posta elettronica, passai all’I-Phone per potervi accedere quand’ero fuori ufficio. Oggi, verosimilmente a causa dell’età, ho una certa idiosicrasia verso i nuovi programmi e app che l’industria informatica sforna ogni giorno e infatti li uso con parsimonia. Ma vedo i giovani d’oggi, cresciuti a suon di bytes che non alzano ormai più la testa dal cellulare, che tengono in mano come se fosse un vasetto di yogurt quando – raramente – lo usano per telefonare. Altrimenti serve a far di tutto, dai messaggi alle foto, manca solo un’app per fare il caffè, ma non dubito che ci si arriverà. Ebbene, questi stessi ragazzi super-attrezzati con nuovi aggeggi, che non muovono un dito se non per utilizzare tutte le più moderne tecniche dell’industria informatica, che vorrebbero la patente di guida a 16 o addirittura a 14 anni, sono gli stessi che scendono in piazza a reclamare un cambiamento climatico per ottenere il quale dovrebbero rinunciare a tutte queste comodità. E noi, per andare ad auspicare un ritorno al Medio Evo, diamo loro pure il permesso di “bigiare” la scuola, addirittura incoraggiati da docenti e genitori. Perché, ci dicono, “i giovani vanno ascoltati”. Io vedo soltanto che li abbiamo ascoltati (troppo) nel ’68, e ne stiamo ancora pagando adesso le conseguenze.

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