La Svizzera – sovraregolamentata e diretta dall’estero

Mag 31 • Dall'UDC, Dalla Svizzera, Prima Pagina • 483 Visite • Commenti disabilitati su La Svizzera – sovraregolamentata e diretta dall’estero

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di Hansjörg Knecht, Consigliere nazionale e imprenditore, Leibstadt (AG)

 

L’organo di riflessione “Avenir Suisse” analizza nella sua recente pubblicazione «Uscire dalla giungla normativa» i motori della costante ondata di regolamentazioni che sta dilagando in Svizzera. Una delle principali cause di questa evoluzione risiede nella ripresa sconsiderata di regolamentazioni internazionali, constata “Avenir Suisse”, precisando che l’UE riveste un ruolo-chiave in questa intensificazione delle attività regolamentatrici internazionali. Sulla base di questa constatazione, un accordo istituzionale con l’UE deve essere rifiutato anche per ragioni economiche, perché tale trattato obbligherebbe la Svizzera a riprendere le regolamentazioni di Bruxelles.
La pubblicazione di “Avenir Suisse” cita delle stime secondo le quali circa la metà della legiferazione annuale a livello della Confederazione è provocata da regolamentazioni internazionali. Mentre che alcuni parlano devotamente di diritto internazionale altri, più scettici e fortunatamente sempre più numerosi, criticano la sovra regolamentazione internazionale che non ha alcun rapporto, o ne ha molto poco, con i diritti dell’uomo, ma che serve soprattutto a limitare i diritti privati ed economici con una legittimità democratica peraltro molto debole. Mentre che gli uni evocano aspetti tecnici e giuridici altri, più pragmatici, rimettono in  questione la crescente perdita di libertà a causa del moltiplicarsi delle regolamentazioni internazionali. È anche in questa prospettiva che deve essere considerato il progetto di accordo-quadro istituzionale con l’UE.
Riserve di fronte alle regolamentazioni internazionali
Nonostante che il diritto internazionale abbia degli aspetti talvolta positivi, le critiche concernenti la giungla normativa internazionale non mancano.

  • I presunti sforzi d’armonizzazione nascondono spesso delle intenzioni politiche meno lodevoli. Bisogna verificare accuratamente in ogni singolo caso se lo scopo di una regolamentazione internazionale non sia in realtà quello di imporre ad altri Stati le idee di organi internazionali dominati dai paesi più potenti. Oggi è palesemente una questione di cartelli regolatori il cui obiettivo è ben più quello di proteggere dei mercati nazionali che non di rafforzare la giustizia e l’equità. La politica internazionale è spesso determinata da tendenze imperialiste e le regolamentazioni costituiscono uno strumento per esercitare il potere sugli altri.
  • La delega delle attività di regolamentazione ad attori sovrannazionali comporta un importante rischio di concentrazione. L’armonizzazione regolamentatrice internazionale è caratterizzata da un rischio sistemico di monocultura della regolamentazione. In tale ambiente, non è più possibile smascherare e impedire delle cattive norme, perché non esiste una concorrenza che riveli quali siano le idee e le norme migliori, scartando quelle cattive.
  • La regolamentazione internazionale comporta il rischio di un “race to top”, per riprendere il linguaggio degli esperti. In altri termini, si assiste a una costante tendenza a piazzarsi al livello dell’attore più regolamentato.
  • È inoltre nella logica delle cose che chi decide al livello più alto manchi spesso di conoscenze pratiche e tenda perciò a fare delle scelte teoriche e tecnocratiche.
  • Infine, la regolamentazione in politica interna si pratica spesso “fuori dai giochi”, nel senso che si fa riferimento a normative internazionali per imporre delle idee difficilmente accettabili, addirittura impossibili da far accettare, nel proprio paese. Questa prassi mira a eliminare intenzionalmente degli elementi che sollecitano la riflessione, come la partecipazione di tutti gli ambienti interessati, la cultura dell’ampia discussione, come pure altri aspetti moderatori.

Accordo-quadro con l’UE: ripresa obbligatoria delle regolamentazioni
Sulla base di queste constatazioni, l’economia svizzera deve chiedersi seriamente se sia opportuno integrare la Svizzera nell’UE con il trucchetto dell’accordo-quadro. Questo accordo, progettato dal Consiglio federale, obbligherebbe la Svizzera a riprendere “dinamicamente”, quindi di fatto obbligatoriamente, le regolamentazioni UE. Ma questo progetto di accordo comporta anche altri elementi difficilmente accettabili dal punto di vista della politica generale come, per esempio, la competenza esclusiva data alla Corte di giustizia dell’UE d’interpretare gli accordi bilaterali. Chiunque osservi la burocrazia UE e il suo zelo regolamentatore, fa fatica – al di là di qualsiasi considerazione pratica – ad accettare che la Svizzera sia costretta a sua volta a riprendere dinamicamente, quindi attivamente e accuratamente, tali regolamentazioni. Come imprenditore, sono inorridito nel sentire parole come “dinamicamente” e “regolamentazioni” nella stessa frase. Mentre che oggi abbiamo la possibilità di riprendere, rifiutare o sopprimere in modo indipendente e autonomo delle normative, questo accordo-quadro limiterebbe enormemente i nostri mezzi per sfrondare la giungla normativa. L’economia svizzera farebbe dunque bene a non imporsi inutilmente delle regolamentazioni supplementari. Il suo primo obiettivo deve essere la salvaguardia della sua competitività a livello mondiale!
Insicurezza a causa di una regolamentazione dinamica
La ripresa dinamica di regolamentazioni comporta anche un altro rischio. Essa minaccia infatti la certezza del diritto. Ecco un esempio estratto dalla pubblicazione citata sopra per illustrare questa constatazione:
Entrata in vigore nel 1995, la revisione della legge sui fondi d’investimento rimpiazzava un testo di legge obsoleto del 1966. Ma già nel 2007, la legge rivista è stata sostituita da una legge sugli investimenti collettivi. Le due riforme miravano ad adeguare le disposizioni legali svizzere a quelle dell’UE. Ma questa agitazione legislativa al solo scopo di allineare la Svizzera all’UE non s’è fermata lì. La legge è stata rivista ancora una volta nel 2013,  e oggi il Parlamento dibatte sulla cosiddetta legge sui servizi finanziari.

 

Di fronte a questa dinamica regolamentatrice, delle procedure come quelle imposte dalla democrazia diretta sono molto più costanti e assicurano la stabilità e la certezza del diritto. Ecco perché la Svizzera passa ancora oggi per paese politicamente e socialmente stabile, e quindi anche economicamente attrattivo. La democrazia diretta impone intenzionalmente un processo lungo e lento con un vasto orizzonte temporale. Ecco l’essenza della certezza del diritto – ma solo a condizione che le decisioni del costituente, cioè popolo e cantoni, siano rispettate. Il rifiuto di applicare le decisioni democratiche, i tentativi di rinviarle o addirittura di eluderle, errori di cui si rendono sempre più sovente colpevoli il Consiglio federale, il Parlamento o il Tribunale federale, intaccano invece la certezza del diritto.
Autodeterminazione contro lo zelo regolamentatore
La dinamica regolamentatrice non può essere arrestata che con l’autodeterminazione democratica. Dobbiamo vegliare a che sia salvaguardata la nostra autodeterminazione, che è la garante della nostra prosperità e delle nostre condizioni-quadro liberali e favorevoli all’economia. Molti studi empirici politico-economici hanno confermato questa constatazione. Delle strutture decentralizzate e la democrazia diretta hanno un effetto rallentatore sullo Stato esattore d’imposte, con effetti positivi sull’economia in generale. Conclusione: un accordo-quadro istituzionale con l’UE deve perciò essere impedito nell’interesse degli sforzi di deregolamentazione.

Berna, 30 maggio 2016

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