La Svizzera guadagna 4 franchi su 3 all‘estero?

Mag 18 • L'opinione, Prima Pagina • 130 Views • Commenti disabilitati su La Svizzera guadagna 4 franchi su 3 all‘estero?

Rolando Burkhard

Critiche obiezioni contro l’attuale tendenza a fare degli interessi dell’economia d’esportazione l’unica cosa che conta

Sicuramente, la Svizzera è sempre stata, è e continuerà a essere un paese d’esportazione. Una buona parte del nostro prodotto interno lordo deriva dalle esportazioni. Sulla quota esatta si può discutere. È un franco su 3 o addirittura 1 su 2? Da come ultimamente il Consiglio federale, la maggioranza del parlamento e i difensori degli interessi dell’economia d’esportazione si stanno impegnando, si potrebbe pensare che siano 4 su 3. Ma che cosa ancora si dovrebbe sacrificare sull’altare di questa isteria a favore dell’esportazione? La prossima vittima potrebbe essere la nostra agricoltura.

Nonostante la decisione popolare, addio agricoltura?

I fatti sono noti. Il consigliere federale Schneider-Ammann vorrebbe, dietro pressione della nostra economia d’esportazione, stipulare un accordo di libero scambio con gli Stati sudamericani del Mercosur, al fine di dare agli esportatori svizzeri delle (ancora) migliori opportunità su quel mercato. È perciò andato laggiù, accompagnato da una delegazione di oltre 50 persone. Assecondato da rappresentanti degli interessi delle industrie meccaniche, farmaceutiche, orologiere, chimiche e dei prestatori di servizi finanziari. A rappresentare l’agricoltura non c’era nessuno. Per una giustificata protesta. Perché per eliminare dei dazi industriali, si deve accettare l’abolizione del protezionismo della nostra agricoltura dalle importazioni, in una misura andante dal 30 al 50%.

Permettere un’importazione generalizzata di prodotti agricoli a basso prezzo sarebbe il colpo di grazia alla nostra agricoltura. Perché la produzione indigena è cara (ciò a causa degli alti costi del lavoro, gli elevati requisiti qualitativi, le numerose severe prescrizioni ecologiche per l’agricoltura e l’allevamento del bestiame, nonché l’invadente ed esagerata burocrazia che affligge qualsiasi attività agricola: in modo molto competente su questo tema si è espresso nell’ultimo numero del nostro giornale Il Paese il deputato in Gran Consiglio Cleto Ferrari, già segretario agricolo, con il suo articolo „Agricoltura tra forze contrastanti“).

A qualche opportunità d’esportazione in più per l’îndustria svizzera non c’è nulla da obiettare. Ma se il prezzo da pagare è lo sfacelo della nostra agricoltura, allora è troppo alto. Vogliamo dunque che i nostri contadini, ormai rimasti in pochi, siano degradati a curatori sovvenzionati del paesaggio o impiegati nel settore turistico quali addetti agli impianti di risalita? Non si è il popolo svizzero, in una recente votazione popolare sulla sicurezza alimentare, chiaramente espresso a favore della produzione agricola indigena? È stata anche questa di nuovo una votazione da gettare alle ortiche? Per quanto tempo ancora si continuerà a menare per il naso il popolo svizzero?

L’industria d’esportazione vuole un’incontrastata circolazione delle persone

Sì, perché l’agricoltura non sarebbe certamente il primo esempio di trasformazione della volontà popolare nel suo contrario. Pensiamo solo alla non-applicazione, o meglio scandalosa reinterpretazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa. Ma appunto: la nostra industria d’esportazione pretende arrogantemente una libera circolazione delle persone illimitata e incontrollata, per continuare a ottenere pingui guadagni grazie a manodopera estera a buon mercato. E quando ciò non rende abbastanza, si delocalizza, semplicemente.

Lasciatemi spiegare il concetto con un esempio non del tutto inventato: una ditta “svizzera” di produzioni tessili impiega 100 dipendenti. 95 di loro sono cucitrici straniere, 5 quadri superiori sono “svizzeri” (qualunque cosa s’intenda con questo). Se adesso questa ditta decide improvvisamente di rinunciare alla sua fabbrica in Svizzera e di spostare in Portogallo la sua produzione, si dichiara che è una catastrofe nazionale. Personalmente, al contrario, io esulto. Perché quali sarebbero gli svantaggi per la Svizzera? Un paio di franchi in meno di imposte? Perché si tratta di un importo ridicolo se paragonato ai costi infrastrutturali e sociali che ci causa l’importazione massiccia di manodopera straniera.

Il mito della crescita economica

L’economia svizzera deve assolutamente crescere, guadagnare potere, è l’incessante mantra che ci ripetono i rappresentanti dei suoi interessi. Quanto sia errata questa eresia è dimostrato dai “crash” degli anni passati: la Swissair voleva diventare la N° 1 del mercato aereo europeo, ha fatto delle speculazioni sbagliate e ha subito il “grounding” totale. Le nostre grandi banche volevano fare la stessa cosa nel mercato internazionale degli investimenti e, dopo il loro crollo, hanno dovuto alla fine essere salvate dai contribuenti svizzeri.

L’irrinunciabile crescita economica ci procura un elevato prodotto interno, ci dice l’industria d’esportazione. Può anche essere. Ma ci si deve porre la domanda a sapere a beneficio di chi vadano davvero questi fantastici utili. Sicuramente all’economia stessa e ai suoi manager. Ma per i singoli cittadini la storia è diversa. Il reddito pro capite non è sensibilmente aumentato, ma le imposte e le tasse sì. E chi, se non i contribuenti, sarebbero chiamati a pagare i costi sociali dei contadini, nel frattempo divenuti disoccupati, e per le cucitrici straniere licenziate? Per la maggior parte, quel ceto medio che paga ancora lui stesso le sue imposte e i suoi premi di cassa malati.

La prossima tappa: l’accordo-quadro con l’UE

Chi sostiene al massimo gli sforzi per la conclusione di un accordo-quadro con l’UE? Nemmeno più tanto i socialisti, i quali hanno iscritto l’adesione all’UE nel loro programma di partito, quanto invece l’economia (d’esportazione). Così, per esempio, il presidente del consiglio d’amministrazione del gigante chimico Roche, Christoph Franz, si lamenta che, in assenza di un accordo-quadro, rispettivamente in caso di conseguente caduta degli accordi bilaterali, perderebbe importi per centinaia di milioni di franchi. Chi dice questo, è a capo di un’azienda con una capitalizzazione di mercato di 193 miliardi, una cifra d’affari annua di 53 miliardi e un utile del gruppo attorno ai 9 miliardi di franchi; in questo contesto un paio di centinaia di milioni sono briciole.

Tito Tettamanti ha ancora una volta ragione

Le informazioni citate sopra le ho prese da un intelligente articolo di Tito Tettamanti nell’ultima edizione della „Weltwoche“. Lo cito volentieri, perché con il suo articolo „Was die Schweiz mir wert ist“ (La Svizzera cui tengo) colpisce nel segno. E dice, a ragione: “Il rapporto con l’UE non è un puro accordo commerciale o d’esportazione. Ci sono in gioco altri valori, non esprimibili in franchi e difficili da valutare, ma che io considero preziosi e aventi a che fare con l’essenza stessa della Svizzera”.

La necessaria discussione sui valori

Mi sembra perciò assolutamente necessario definire l’attuale posizione della Svizzera non solo in funzione degli aggressivi interessi dell’economia d’esportazione, andando incontro alle prossime decisioni popolari non unicamente volti a soddisfare gli interessi economici. È urgente una discussione sul mantenimento, rispettivamente sull’erosione dei nostri valori garantiti costituzionalmente: il mantenimento della nostra democrazia diretta, il nostro desiderio di vivere nell’indipendenza e appunto – come citato all’inizio – il mantenimento di un’agricoltura efficiente che ci garantisca il più a lungo possibile la sicurezza alimentare.

 

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