La Svizzera è ancora una democrazia diretta?

Ago 15 • L'opinione • 1226 Views • Commenti disabilitati su La Svizzera è ancora una democrazia diretta?

Stéphane Montabert Svizzero naturalizzato, consigliere comunale UDC, Renens

Stéphane Montabert
Svizzero naturalizzato, consigliere comunale UDC, Renens

Da Lesobservateurs.ch del 13 agosto 2014 traduciamo un interessante articolo a firma Stéphane Montabert

La Svizzera ha cambiato regime, mi chiedevo qualche mese fa? La domanda si poneva di fronte alla propensione delle autorità a utilizzare la scusa del “diritto internazionale” per censurare un’iniziativa prima ancora che questa fosse votata dal popolo sovrano.

Questo modo sfrontato di cambiare una questione sottoposta al popolo non è la sola linea d’attacco contro la democrazia elvetica. Anche il rifiuto di mettere in atto dei risultati di votazioni è moneta corrente in questo paese, fin dal rifiuto da parte del popolo di introdurre l’ora legale nel 1978.

Ma se la breccia è stata aperta da molto tempo, recentemente si sta allargando in maniera inquietante. Espulsione dei criminali stranieri, divieto dei minareti, internamento a vita dei delinquenti estremamente pericolosi, tutti testi approvati dal presunto “sovrano” ma poi cannoneggiati, sia direttamente dalla classe politica svizzera al momento di definire delle leggi d’applicazione, sia tramite dei tribunali stranieri come la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU).

Una grave deriva democratica

La democrazia diretta non può essere illimitata. Resta da sapere in che modo decidere gli oggetti su cui si applica.

Alla democrazia – come a tutto il sistema politico – i liberali oppongono i diritti inalienabili dell’individuo.  Oltre a essere comprensibile, questo limite “venuto dal basso” ha il vantaggio di essere difendibile sul piano etico.

Non è la strada scelta dalle autorità di questo paese. La gran parte della sua classe politica, al contrario, ritiene che le limitazioni all’esercizio della democrazia arrivino “dall’alto”, tramite il diritto internazionale – la totalità dei trattati sottoscritti. Secondo loro, la democrazia si esercita ormai più soltanto su ciò che non è già stato deciso tramite un accordo diplomatico. Questa visione oppone perciò frontalmente la democrazia al diritto internazionale, il secondo escludendo la prima.

Naturalmente si tratta di una deriva straordinaria della democrazia, poiché gli accordi internazionali hanno la tendenza a moltiplicarsi, come pure i regolamenti facenti seguito all’adesione a organizzazioni sovrannazionali. I sovranisti francesi denunciano regolarmente che l’80% delle leggi votate in Francia dall’Assemblea, non è che la trasposizione in legislazione locale di decisioni prese a Bruxelles, il che dà un’idea del margine di manovra lasciato a una vera democrazia in tali casi.

Certo, la Svizzera non fa parte dell’Unione europea, ma fa parte dell’Organizzazione delle nazioni unite (ONU). Dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE). Del Consiglio d’Europa. Dello spazio di Schengen. E così via.

Meglio ancora, la maggior parte delle organizzazioni internazionali nate da questi trattati si è dotata di tribunali interni che permettono, tramite la loro giurisprudenza, di spingere sempre più lontano un accordo diplomatico, senza avere nulla da rinegoziare, da rescindere o, nel caso della Svizzera, da rivotare.

Avrebbero accettato gli Svizzeri la tutela della Corte europea dei diritti dell’uomo se avessero saputo dell’orientamento “progressista” dei suoi giudizi in materia di espulsione di criminali o d’incarcerazione di assassini? La domanda è retorica, perché hanno aderito alla CEDU senza neppure un voto popolare…

Il Graal in questo settore è evidentemente l’accordo-quadro che il signor Burkhalter sta preparando con l’Unione europea. Non facciamoci ingannare, non ha che un unico obiettivo: permettere la ripresa automatica di regolamenti europei da parte della Svizzera, senza che il popolo possa formulare obiezioni.

L’indebolimento della democrazia diretta, presupposto essenziale di una classe politica classica

Contrapponendo il diritto internazionale alla democrazia diretta, si comprende la straordinaria bulimia delle autorità elvetiche nei confronti dei trattati internazionali di questi ultimi anni. Infatti, ogni nuovo accordo, ogni nuova adesione diminuisce il campo d’applicazione dei diritti popolari. Altrimenti detto, più il diritto internazionale progredisce, e tanto più la classe politica svizzera ha le mani libere.

Spingiamo il ragionamento fino in fondo: se tutti i temi politici sono più o meno collegati al diritto internazionale impermeabile al controllo della democrazia diretta, allora sarà la fine di quest’ultima. I cittadini avranno il piacere di esprimersi solo alle scadenze elettorali come nella maggior parte degli altri paesi europei. La loro azione sulla vita politica si limiterà perciò a commentare al bar le notizie pubblicate nei giornali. Per tutta la durata del loro mandato, i deputati avranno carta bianca per fare quasi tutto ciò che vogliono.

Beninteso, la democrazia diretta sarà morta ben prima che la totalità delle leggi del paese sia legata al “diritto internazionale”. Le iniziative edulcorate e il rifiuto di prendere in considerazione l’opinione dei cittadini avranno provocato il crollo del tasso di partecipazione molto prima. Questo effetto è peraltro già percettibile oggi. Perché votare, quando il risultato dello scrutinio non è preso in considerazione?

Si possono esprimere diverse ipotesi su questa deriva ma, secondo me, essa è frutto di una precisa volontà. Un passo essenziale è stato compiuto con la revisione della Costituzione del 1999, introducendo in particolare l’art. 5 cpv. 4, “La Confederazione e i cantoni rispettano il diritto internazionale”. Questa nuova Costituzione cambiava la posizione del paese su parecchi importanti livelli, ma fu presentata al popolo come una semplice “cosmesi” dei testi precedenti, senza veri significativi cambiamenti, né un reale dibattito.

Le costituzioni precedenti non menzionavano un articolo equivalente. Significava allora che la Svizzera non rispettava il diritto internazionale? Certo che no. Ma l’articolo 5.4 della Costituzione attuale menziona chiaramente il diritto internazionale, sottintendendo fortemente il principio di subordinazione.

Questa modifica è stata introdotta troppo abilmente per essere frutto del caso.

Votare per la vita o per la morte della democrazia diretta

Christoph Blocher, che come sempre ha compreso molte cose prima di tutti, ha fatto parlare di sé recentemente annunciando un’iniziativa per reintrodurre il primato del diritto svizzero sul diritto internazionale. Di fatto, si tratta solo di essere coerenti e logici riguardo a ciò che chiamiamo “democrazia diretta”.

Si noti che nella classe politico-mediatica che ha espresso costernazione o parere contrario, nessuno sembra sorprendersi che sul suolo elvetico il diritto svizzero sia progressivamente diventato inferiore al diritto internazionale. Per gli adepti del costruttivismo, questo orientamento è nell’ordine delle cose!

Al contrario, la democrazia diretta implica che la legittimità dello Stato emani dal popolo attraverso la Costituzione. Se la Costituzione è la suprema norma legislativa del paese, gli accordi diplomatici che la Svizzera sottoscrive sono naturalmente subordinati alla Costituzione; e naturalmente, se la Costituzione entra in conflitto con questi trattati, essi devono essere rinegoziati o annullati. Sarebbe assurdo pretendere che i cittadini debbano votare per accettare un trattato, ma non possano in seguito più votare per abrogarlo.

Se il diritto internazionale è giudicato prioritario rispetto alla Costituzione, allora la democrazia diretta è veramente morta. Esiste una sfera del diritto – sempre più estesa – completamente fuori portata del potere politico dei cittadini.

Da diversi anni, la classe politica ha scelto questa seconda opzione, ma in modo subdolo, senza osare ammetterlo pubblicamente. Ne vediamo gli effetti solo puntualmente, quando i diritti popolari entrano sempre più frequentemente in conflitto con il consenso dominante nella classe politica – e perdono la battaglia.

L’iniziativa dell’UDC ha il merito di togliere il velo dalle pratiche di Parlamento e Consiglio federale. Il tema è messo sul tavolo senza giri di parole. Al sovrano decidere se il popolo svizzero debba continuare a scegliere lui stesso il suo destino, o se non possa più esprimersi se non sul campo sempre più limitato che gli accordi internazionali gli vorranno lasciare.

La campagna s’annuncia molto interessante. Qualcuno oserà dichiarare che questa iniziativa è contraria al diritto internazionale? Se tale sarà il caso, avremo la prova finale che il colpo di Stato istituzionale ha già avuto luogo.

 

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