“La Straniera” di Bellini all’Opernhaus di Zurigo

Lug 12 • Sport e Cultura • 1335 Visite • Commenti disabilitati su “La Straniera” di Bellini all’Opernhaus di Zurigo

Spazio musicale

Tra gli spettacoli più interessanti dell’Opernhaus di Zurigo nella stagione 2012/2013 si può annoverare “La Straniera” di Bellini. È un’opera rappresentata raramente benché contenga alcuni valori non trascurabili e costituisca una tappa significativa nell’evoluzione del melodramma italiano verso il romanticismo.

 

La vicenda, che si svolge attorno al 1200, è strana e complicata. Agnese, figlia del Duca di Pomerania, sposa il re Filippo Augusto, re di Francia, il quale ripudia Isamberga, principessa di Danimarca. Il sovrano però è costretto a riprendersi la prima moglie e manda Agnese in un castello della Bretagna, incaricando di assisterla Leopoldo, fratello di lei, il quale cambia il nome in Barone di Valdeburgo. Dopo un certo tempo Agnese, stanca di vivere come una prigioniera, si fa sostituire da una amica che le somiglia e va a vivere in solitudine prendendo il nome di Alaide. Qui finisce l’antefatto e comincia l’opera. Della donna si invaghisce follemente Arturo di Ravenstel, il quale abbandona Isoletta, sua promessa sposa. Costui, ignorando che Leopoldo è fratello di Alaide, lo crede un rivale e lo ferisce. Per un equivoco Alaide viene accusata dell’omicidio e processata, ma l’intervento di Arturo, il quale si assume la responsabilità dell’accaduto, e poi di Valdeburgo (che contrariamente a quanto si credeva non è morto) scagionano la donna. Le sventure non sono ancora finite poiché Arturo insiste nel volere Alaide e nel rifiutare Isoletta. Sembra che Valdeburgo riesca a farlo desistere dai suoi propositi, tuttavia al momento della cerimonia nuziale il focoso marito pianta in asso la sposa e corre verso Alaide. Giunge però la notizia che questa, essendo morta nel frattempo Isamberga, è la nuova regina. Arturo, comprendendo che non potrà mai sposarla si uccide mentre Alaide cade in preda alla disperazione.

 

È inverosimile oltre ogni limite, questo libretto. Si pensi alla protagonista, che lascia il castello in cui è trattata con ogni riguardo, si fa sostituire da una amica, senza che nessuno se ne accorga, e adotta una vita da eremita. Si pensi anche ad Arturo, il quale cede alle pressioni di Valdeburgo affinché sposi Isoletta, tuttavia  alla condizione che Alaide, la donna veramente amata ma alla quale deve rinunciare, sia presente alla cerimonia, sperando che ciò lo aiuti a compiere il passo non voluto; richiesta assai bizzarra che, come era prevedibile, produce l’effetto opposto. A parte l’assurdità dei comportamenti di alcuni personaggi il libretto è mal costruito. Arturo si ingelosisce e viene calmato; si ingelosisce di nuovo e di nuovo viene calmato; scatta per la terza volta e ferisce Valdeburgo. Ci sono volute tre ondate successive di ira per giungere al misfatto. Curioso è inoltre lo svolgimento del processo, che è tutto a colpi di scena: arrivo di Arturo, arrivo di Valdeburgo, riconoscimento di Agnese da parte del Priore.

 

Sarebbe stato illogico pretendere da un Bellini non ancora nel pieno delle sue forze creative il miracolo di scrivere un capolavoro su una vicenda del genere ma gli va riconosciuto il merito di aver composto alcune pagine considerevoli, soprattutto per le scene drammatiche. Qui non esita a portare l’orchestra all’incandescenza, dove occorre, oppure a mettere in campo risorse strumentali inconsuete, come nell’episodio del quarto atto che comincia con le parole di Valdeburgo “Che far vuoi tu?”: il compositore affida genialmente a pizzicati degli archi il compito di suscitare un clima foriero di avvenimenti tragici.

 

Veniamo all’edizione presentata dall’Opernhaus. Per la parte della protagonista è stata scritturata Edita Gruberova, le cui apparizioni nella città della Limmat, un tempo assai frequenti, si interruppero nel 2002 a causa di cattivi rapporti con Alexander Pereira, che allora reggeva le sorti del teatro (attualmente è a Salisburgo, poi prenderà il posto di sovrintendente alla Scala). Purtroppo i mezzi di questa cantante, avanzando l’età, si sono deteriorati. Alla rappresentazione alla quale ho assistito (quella del 28 giugno) il pubblico l’ha applaudita generosamente, forse per rispetto e gratitudine, ricordando le grandi prestazioni del passato. Bella voce e talento interpretativo ha mostrato Veronica Simeoni (Isoletta). Complessivamente buone le prove di Dario Schmunck (Arturo) e Franco Vassallo (Valdeburgo). Il direttore Fabio Luisi si è disimpegnato lodevolmente ma da lui mi sarei aspettato di più.

 

 

Concerto a Mendrisio

 

È consuetudine che ogni anno nella Chiesa di San Sisinio alla Torre di Mendrisio si tenga un concerto patrocinato dalla Fondazione della Torre già Juspatronato Torriani. Così il 23 giugno, nell’ambito della stagione di Musica nel Mendrisiotto, hanno suonato la violinista Fiorenza de Donatis e il clavicembalista Gianluca Capuano. Non esito a dire che la manifestazione non solo ha raggiunto il livello artistico di quelle che l’hanno preceduta ma l’ha addirittura superato. Già il programma, recante il titolo “Viaggio musicale nell’Italia di fine Seicento e inizio Settecento”, è stato un motivo di interesse notevole in quanto ha spaziato su un’epoca in cui si sviluppò, nella Penisola, una gloriosa fioritura di musica strumentale. Purtroppo tale tradizione si perse nella seconda metà del diciottesimo secolo, quando gli italiani cominciarono a dedicarsi quasi esclusivamente al melodramma. Tuttavia a

partire dal Novecento inoltrato l’interesse per il periodo in questione si ridestò, riportando in vita una larga messe di capolavori. Molto peraltro rimane da scoprire, come ha mostrato anche il concerto di Mendrisio. Prendiamo ad esempio Dario Castello, un compositore dimenticato, del quale si ignorano perfino le date di nascita e di decesso (la prima collocabile nel Cinquecento e la seconda nel Seicento, di più non si sa). Di lui è stata eseguita una “Sonata seconda a soprano solo per violino e basso continuo”: originalità delle idee, bella inventiva melodica, molta vitalità ritmica, vivacità ed estrosità ne fanno un pezzo che presenta pregi artistici non trascurabili. A parte il programma il concerto di Mendrisio merita plauso per la qualità delle esecuzioni. Fiorenza de Donatis, da molti conosciuta come spalla dei Barocchisti, ma non come solista, ha messo in luce doti tecniche e interpretative eccellenti: la chiarezza con cui fa sentire ogni nota anche nei passaggi più veloci e complessi, l’intensità e il nitore della cavata, l’eleganza e l’espressività dei fraseggi e non da ultimo la ricchezza dei colori che sa ottenere dallo strumento hanno deliziato gli ascoltatori. Elogi incondizionati merita anche il clavicembalista Gianluca Capuano, autore a sua volta di una prestazione inappuntabile.

 

Carlo Rezzonico

 

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