La società dei diritti

Ott 6 • L'editoriale, Prima Pagina • 224 Visite • Commenti disabilitati su La società dei diritti

Eros N. Mellini

Un vecchio (e spesso saggio) detto popolare dice: “Parla quanch’i pissa i och” che, tradotto in italiano significa “Parla quando orinano le oche”, ossia ancora meno spesso della cadenza con cui muoiono i papi. È quanto mi vien voglia di raccomandare a quelli – e sui social network imperversano – che dalle oche hanno purtroppo ereditato solo lo starnazzare, non la presunta moderatezza nel mingere, per i quali la ricchezza è obbligatoriamente sinonimo di disonestà, gli imprenditori sono tutti dei mascalzoni negrieri (ops, scusate, forse in politicamente corretto oggi si dice “dicolorieri”), cinici sfruttatori di una classe lavoratrice di cui calpestano tutti i diritti. I diritti, ecco la parola magica con cui si giustifica qualsiasi corbelleria, per assurda e inattuabile che sia. E i doveri? Naturalmente ci sono anche quelli ma, stranamente, sono da rispettare unicamente da parte degli odiati imprenditori che, invece di dare un salario “dignitoso”, sfruttano la manodopera solo per massimizzare i loro profitti. Fra parentesi, mi fa sempre sorridere il contraddittorio significato che si dà al termine “dignitoso” quando si parla di salari minimi diversificati: per un laureato la vita sarebbe dignitosa a partire da 7 o 8’000 franchi al mese, uno spazzino – nonostante la promozione semantica a “operatore ecologico” – chissà perché, la dignità l’acquisisce a partire da 3’500 o 4’000. Mah, misteri del socialismo.

Non facciamo di ogni erba un fascio!

Così si obietta quando l’imprenditoria denuncia degli abusi da parte di singoli “lavoratori” delle istituzioni sociali quali la cassa disoccupazione o l’invalidità. Massima del tutto condivisibile, ma utilizzata anch’essa a senso unico. Infatti, quando un imprenditore si comporta scorrettamente – e ce ne sono, chi l’ha mai negato? – allora di ogni erba un fascio la si può fare, e tutta la categoria può essere additata con sdegno al pubblico ludibrio. Il che, al lato pratico, non cambia nulla, agli occhi dei beceri tale era comunque la situazione prima e tale rimane anche adesso.

L’economia non è un ente di beneficenza

Nonostante sia il pilastro più importante del benessere elvetico, l’economia non è un ente di beneficenza, non si può pretendere che l’imprenditore rinunci (oltre un limite ragionevole) ai suoi utili per rendere la vita più facile ai suoi concittadini. Non è il suo compito, è quello dello Stato con il suo sistema sociale. Il suo scopo, quello per il quale investe denaro ed energia, è quello di un più che legittimo e giustificato guadagno. Che poi lo Stato attinga dall’economia il finanziamento necessario alla socialità e agli investimenti è un dato di fatto, ma deve farlo con buonsenso e moderazione, affinché – specialmente di fronte a una concorrenza straniera sempre più aggressiva – le aziende non si trovino obbligate a chiudere o a delocalizzare. E tirando troppo la corda, questo pericolo è più che concreto.

Il gettito fiscale delle persone fisiche, in Ticino non copre le spese dell’amministrazione

Senza volermi qui avventurare nelle cifre dettagliate di un campo che non è certamente il mio, mi permetto una semplice riflessione rivolta ai detrattori a oltranza degli imprenditori, nella fattispecie quelli ticinesi. Il gettito fiscale delle persone fisiche in Ticino non arriva, o arriva a stento, a coprire il fabbisogno dell’amministrazione cantonale. Ciò nonostante, nel nostro cantone vige una socialità addirittura eccessiva, figlia degli anni di vacche grasse e che, una volta dimagrite quest’ultime, nessuno s’è più sognato di limitare perché diventata ormai un diritto acquisito e, soprattutto, un tabù per i partiti terrorizzati da qualsiasi manovra che possa far loro perdere voti. E chi la paga dunque, questa socialità che rasenta ormai l’assistenzialismo, se non l’economia con le sue imposte sugli utili delle aziende?

Un diritto anche i comfort?

Certo, ma a condizione che uno se li possa pagare! Un conto è un non meglio precisato diritto all’alloggio o al lavoro, un altro sono i diritti estesi illimitatamente a qualsiasi tipo di piacevole ma non indispensabile oggetto o prestazione che ci possa rendere più comoda la vita. In altre parole, se hai costituzionalmente il diritto a un alloggio o a un lavoro – cui, in mancanza di mezzi, lo Stato deve provvedere con apposite misure (pigioni agevolate, cassa-disoccupazione, eccetera) – non significa che puoi pretendere una megavilla o un impiego, rispettivamente a una rendita AD, che ti permetta i lussi di cui gode il benestante.

È vero che ci sono non pochi casi di serie difficoltà finanziarie o addirittura d’indigenza

Purtroppo è una realtà, ma non si può sempre e per principio imputarne la colpa all’economia. Spesso la colpa è della politica, a volte addirittura con la complicità di quelli che oggi mugugnano ma che a suo tempo hanno votato SÌ a leggi a dir poco masochistiche (libera circolazione delle persone, Schengen e, per fortuna invano, l’adesione all’UE). I meno abbienti vanno ovviamente aiutati, e se avremo successo con l’iniziativa volta a eliminare la libera circolazione delle persone e a gestire autonomamente l’immigrazione in Svizzera, verosimilmente diversi di loro riotterranno un impiego e il relativo reddito. Ma non si può pretendere che le aziende agiscano motu proprio andando contro il loro interesse. Come non si può pretendere, garantendo l’accesso agli studi superiori a tutti, che gli atenei non finiscano per trasformarsi in fabbriche di disoccupati i quali, almeno in parte, si lamentano poi perché non trovano uno sbocco professionale in Ticino nel ramo per il quale hanno studiato.

Il problema esiste, ma non si risolve colpevolizzando unilateralmente l’economia

Lungi da me l’idea di ignorare l’esistenza del problema, o meglio, dei problemi, ma non è blaterando su Internet puntando il dito a vanvera in una sola direzione che si risolvono. Anzi, consideriamo sempre nei nostri ragionamenti, l’apporto incalcolabile che l’economia dà alle finanze dello Stato, e cerchiamo con lei il dialogo invece dello scontro. Cosa che peraltro la politica fa, ma cui sembrano essere allergici i beoti dall’accusa facile. Se quest’ultimi potessero esprimersi solo dopo aver pagato, vogliamo fare il 10%? di quanto versa un imprenditore medio al fisco cantonale, certi commenti sui social network apparirebbero ogni morte di papa. Anzi, solo quando orinano le oche.

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