La scuola che speriamo non verrà

Mar 10 • L'opinione, Prima Pagina • 97 Views • Commenti disabilitati su La scuola che speriamo non verrà

Piero Marchesi
Presidente UDC Ticino

Il progetto “La scuola che verrà” del consigliere di Stato e direttore del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (DECS), Emanuele Bertoli, non è solo sbagliato, ma pure controproducente. La legge che disciplina l’educazione in Ticino risale al 1990, una sua revisione è certamente auspicata per migliorare la qualità dell’insegnamento. Non vi è alcuna preclusione del mio partito a un’entrata in materia, soprattutto se non imposta dall’alto come invece fatto dal Dipartimento e, se attuata attraverso un coinvolgimento del corpo insegnanti, degli specialisti del settore e della politica che ha il compito di promuovere il dibattito per poi, infine, trovare la miglior soluzione. Questa modalità d’azione sembrerebbe essere dettata più dall’imminenza delle prossime elezioni cantonali piuttosto che dal buon senso. Bisogna riconoscere a Bertoli di aver avuto il coraggio di proporre una riforma, aspetto sempre meno presente a queste latitudini, ma il tema è talmente importante che non può essere forzato ignorando le molte criticità e contrarietà espresse dai docenti, dagli specialisti del settore e dai genitori. “La scuola che verrà” prevede l’eliminazione dei livelli di insegnamento e un’educazione alla carte, dove l’allievo potrà decidere quali materie preferire e quali tralasciare. Inverte il concetto di parità di partenza di ogni singolo allievo con la parità di arrivo, questo sarà il grimaldello per uniformare qualitativamente tutti gli allievi verso il basso, invece di aiutarli ad ottenere il massimo in base alle singole potenzialità. Oltre a ciò, il progetto privilegia le competenze sociali e relativizza quelle istruttive. Come se non bastasse, conferisce ulteriore potere centralista al Dipartimento che potrà imporre, regolare e standardizzare l’educazione cantonale in modo eccessivo, relegando i comuni a fare da semplici spettatori paganti, escludendo inoltre le scuole private dal fornire una valida e complementare alternativa alla scuola pubblica. Questo tipo d’impostazione non può evidentemente essere condiviso perché, in un mondo del lavoro sempre più selettivo verso i meno preparati e formati, aumenterà ancora più la distanza tra il mondo dell’educazione e l’economia privata. Mal si comprende la spettacolare e riprovevole giravolta del PLR e del PPD, che fino a qualche settimana fa erano ferocemente contrari al progetto e che, dopo aver ottenuto un paio di concessioni da Bertoli, si sono ammansiti e dichiarati pronti a sostenere il credito di oltre 6 milioni di franchi che il parlamento sarà presto chiamato a votare. L’UDC e il nostro gruppo parlamentare La Destra hanno ben altre aspettative sul tema e, presentando un’iniziativa parlamentare dal nome “La scuola che vogliamo”, hanno messo sul tavolo alcune proposte che meritano di essere prese in considerazione. Non si possono saltare a piedi pari, senza la minima discussione politica e commissionale, un’iniziativa elaborata che prevede la modifica di ben 34 articoli della Legge scuola, le risposte della consultazione e l’esito dei due sondaggi della consultazione, per mandare avanti una sperimentazione autoreferenziale affidata a istituti scolastici dove i direttori sostengono a priori la proposta Bertoli. Teniamo poi conto che è confusionaria nei contenuti, nei metodi e negli obiettivi, e che l’ansia e le giustificate paure di genitori, allievi e docenti meritano ben altro approccio e rispetto. Affinché si possa elaborare una vera riforma della scuola, che permetta veramente di migliorare la qualità dell’istruzione e, di conseguenza, ottenere una migliore preparazione dei nostri giovani all’entrata nel mondo del lavoro, sempre più duro e selettivo, speriamo che “La scuola che verrà” non venga mai.

Comments are closed.

« »