La salutare fine dell’EURO

Ago 25 • L'opinione • 949 Views • Commenti disabilitati su La salutare fine dell’EURO

Uomo politico  Ex-deputato UMP, Presidente del Rassemblement pour la France

Uomo politico
Ex-deputato UMP, Presidente del Rassemblement pour la France

Dal portale di Christian Vanneste, traduciamo un interessante articolo riportato parzialmente anche da “Boulevard Voltaire”

L’ultimo concetto scoperto dal nostro presidente, che ha, sembra, insegnato economia, è “deflazione”. I prezzi calano perché cala la domanda, e si avvia la spirale di una recessione fondata sull’attesa dei consumatori, la riduzione dei salari e degli impieghi e la diminuzione della domanda esterna. Nella zona Euro, il rallentamento è pressoché generale. All’estero, la sopravvalutazione della moneta europea e la crisi della competitività si aggiungono a un rallentamento di diverse economie emergenti. Le due soluzioni che si oppongono sembrano assurde tanto l’una quanto l’altra. La soluzione difesa in grado diverso in Francia dalle sinistre poggia su una crescita basata sulla domanda più che sull’offerta. La sinistra tutta vorrebbe esentarsi dalle costrizioni europee in materia di deficit, proseguire la bastonatura fiscale e sociale delle imprese e dei ceti medi, ridando potere d’acquisto ai bassi redditi. Tale soluzione porrebbe fine al nostro strumento di produzione e accentuerebbe lo squilibrio dei nostri scambi, con conseguente aumento del debito. La svizzera al governo ha mancato la sua semi-svolta a destra. Dopo essersi gravemente sbagliata per due anni, ha finalmente accettato l’idea che l’abbassamento degli oneri e quindi dei costi di produzione è vitale. Questo ripensamento troppo complicato, troppo debole e troppo tardivo, ha accentuato l’incertezza dei responsabili economici, e non ha ancora permesso di ristabilire dei margini sufficienti per investire. Anche l’indispensabile diminuzione della spesa pubblica è arrivata troppo tardi. La distinzione fra il funzionamento e l’investimento non è sufficientemente stabilita. Bisognerebbe accelerare la diminuzione del primo, che ha spesso bisogno di tempo con i pensionamenti e le non-sostituzioni. Il secondo motore, l’investimento, manca di carburante. Il tentativo di Sarkozy in occasione della crisi non ha prodotto gli effetti attesi, a causa della debolezza e della dispersione dei mezzi. E anche qui, occorre del tempo che non abbiamo perché abbiamo accumulato il ritardo.

 

La Francia ristagna. Arretra, addirittura, perché l’aumento della popolazione dovrebbe tradursi in una crescita automatica. Non resta che chiedere ancora una volta l’aggiornamento del ritorno al 3% del deficit pubblico per rapporto al PIL, cifra un po’ artificiale che era stata introdotta al tempo in cui prendeva per mano la Germania. Oltre Reno, non si è pronti a rispondere all’appello. Berlino continua a imporre l’altra soluzione, quella di un circolo virtuoso che risani i conti pubblici, riduca i deficit, migliori la competitività e permetta agli Europei di acquisire una parte importante del mercato mondiale. Nonostante il cattivo risultato del secondo trimestre, l’economia tedesca rimane virtuosa ed esportatrice. La sua logica dell’offerta è addirittura confortata dal miglioramento della situazione spagnola dopo una terribile cura d’austerità che mette in disoccupazione un quarto della popolazione.

Ciò nondimeno, l’Europa e singolarmente Euroland, è ormai il malato del mondo. È un continente che invecchia, che marcia al rallentatore facendosi doppiare o distanziare dai suoi concorrenti. La sua ricchezza è in azioni più che in flussi.. Le rendite di distribuzione e di assistenza vi giocano un ruolo maggiore della produzione e degli scambi. Tuttavia c’è qualche sopravvissuto, al primo posto dei quali si situa il Regno unito.

 

L’evidenza balza allora agli occhi. I soli paesi europei che sfuggono al contagio sono quelli che si sono protetti dal virus dell’Euro, questo Marco a buon mercato che è una moneta troppo cara per le economie della maggior parte degli altri paesi, in particolare quelli che si rilanciavano unicamente svalutando come la Francia o l’Italia. Si può creare una moneta soltanto su un’economia convergente con un governo economico responsabile e dei sistemi di trasferimento compensatorio. La crescita ha fatto sperare in questa convergenza. La crisi e l’assenza di crescita sono state una doccia fredda su queste speranze. L’oca senza testa europea continua quindi la sua cieca corsa verso un abbassamento del livello di vita che anche la stessa Germania conoscerà. D’altronde, l’Europa è totalmente assente dalla scena mondiale e subisce la politica americana a domicilio. In mancanza di mezzi e di volontà, essa riduce la sua capacità dii difesa e crede di trovare una soluzione al suo deficit demografico in una sostituzione della popolazione che minaccia un’identità e una tradizione culturale di una prodigiosa ricchezza.

 

Non c’è politica che se un progetto è sostenuto da una volontà. È ora di prendere coscienza che il progetto europeo è morto, che non ci sarebbe alcuna persona, alcuna istituzione che incarni la volontà di metterlo in atto se esistesse ancora. C’è una macchina, un cacciatore automatico d’inflazione che si chiama Euro, che continua a funzionare meccanicamente mentre c’è la deflazione. Il suo valore internazionale dà l’illusione della forza quando accentua la debolezza delle zone periferiche in un processo che raggiungerà l’intero corpo. Come scrive François Heisbourg, non significa essere anti-europei chiedendo oggi di tornare alle monete nazionali. Lo strumento monetario è un mezzo indispensabile del potere politica. Non c’è e non ci sarà un potere politico europeo a medio termine. Ci sono soltanto dei governi impotenti perché sono stati privati delle loro armi. Si è voluto costruire un’Europa politica sull’economia. Il fallimento economico rischia di uccidere definitivamente l’Europa politica. Per ripartire in avanti, bisogna ridare agli Stati la libertà necessaria al risanamento delle loro economie, in funzione di contesti che si sono differenziati piuttosto che avvicinati.

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