La rapina fiscale

Giu 24 • L'editoriale, L'opinione, Prima Pagina • 1011 Views • Commenti disabilitati su La rapina fiscale

 

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

Anche le autorità – che finora hanno speso spensieratamente, o meglio sconsideratamente, senza badare che i periodi di vacche grasse (la Bibbia lo insegna) non sono mai eterni e si alternano con quelli delle vacche magre – oggi si rendono conto che non si può andare avanti così. I deficit pubblici – comunali, cantonali e federali – crescono costantemente in virtù di spese che, se durante i periodi di alta congiuntura potevano essere sopportate benché superflue, oggi non lo sono più. Di fatto, rimangono superflue ma nessuno ai vertici osa tagliarle per non incorrere nelle ire della sinistra che le considera ormai dei diritti acquisiti per una fascia della popolazione che, paradossalmente, è quella che meno contribuisce a finanziarli. La democrazia diretta dà infatti il diritto di votare su temi finanziari anche a coloro che, non raggiungendo il minimo imponibile, non vengono toccati da tali decisioni se non unicamente dal lato positivo delle stesse. Ossia godono delle prestazioni di uno Stato sociale, nella fattispecie esageratamente generoso, ma non sono chiamati a finanziarlo.

Intendiamoci, anche il diritto di voto censitario – vota solo chi ha un certo censo, e quindi paga le imposte – non sarebbe la soluzione ideale, dato che permetterebbe l’effetto contrario, ossia chi dispone di soldi direbbe continuamente NO a qualsiasi decisione che lo toccasse nel portamonete, impedendo di fatto qualsiasi evoluzione, anche ragionevole, dello Stato sociale. Ma qualsiasi via di mezzo (taglio di spese non indispensabili) si scontra, come detto, con il Njet – sapientemente pilotato da sinistra, sindacati e altre organizzazioni parassitarie specializzate nello spendere denaro che non contribuiscono minimamente a produrre – del popolino nullatenente che, ovviamente e naturalmente, non ha alcuna voglia di rinunciare alla benché minima prerogativa. Ecco allora che diventano necessità irrinunciabili anche la settimana bianca o le gite all’estero nei programmi scolastici. Personalmente, sono cresciuto senza imparare a sciare (tanto che in un infelice tentativo di fare sci di fondo da adulto sono riuscito a rompermi un braccio), e la gita scolastica più lontana da casa fu una visita a Lucerna, peraltro finanziata per la quasi totalità dalle famiglie. Mi è mancato qualcosa? Forse, ma nulla che abbia particolarmente segnato la mia vita che, fra alti e bassi, posso considerare più che soddisfacente.

Ora, se a livello comunale è relativamente più facile imporre un regime di almeno parziale austerità – parziale, perché il discorso tocca anche la nostra più piccola entità politica – agendo su pochi settori puntuali, più si sale di livello e più la battaglia si fa dura. Specialmente in un sistema di governo proporzionale come il nostro.

Tutti concordano che bisogna risparmiare, far rientrare i conti entro limiti ragionevoli, ma tutti sono restii ad accettare tagli nei settori di propria competenza.

Nascono così le manovre di contenimento o di risparmio altisonanti nelle declamazioni dei politici, nebulose nei contenuti e illusorie nei risultati.

Perché se l’obiettivo è quello di contenere l’aumento delle spese, rispettivamente di un deficit che ci sarà comunque, è chiaro che la manovra – per la prima volta sostenuta da tutti i partiti, salvo qualche ricattino dell’ultimo minuto (se non passa la tassa di collegamento, toglieremo il nostro appoggio!) – sarà stato il tradizionale topolino malaticcio partorito da una montagna che non ha alcuna intenzione di muoversi. A dover essere contenute anzi, drasticamente diminuite, sono le spese, e non l’aumento delle spese. Solo così si potrà finalmente correggere la deriva del debito pubblico senza andare ad aumentare l’onere fiscale gravante sui cittadini contribuenti.

E lo stesso dicasi per la Confederazione. Si vogliono coprire i deficit delle istituzioni sociali (AVS, AI, ecc.) aumentando il tasso d’IVA, per finanziare l’indispensabile fondo per le strade nazionali si carica il prezzo al litro di carburante di ulteriori 4 centesimi (il Consiglio federale ne voleva 6), ogni pretesto è buono per caricare di tasse e balzelli il cittadino. Nel contempo però, nessuno si sogna – salvo l’UDC che però viene messa in minoranza in Parlamento – di tagliare drasticamente i miliardi che si spendono e spandono per le relazioni con l’estero (in particolare per l’aiuto allo sviluppo). Un estero che, fra l’altro, non manca mai l’occasione per contraccambiare la nostra gentilezza (dabbenaggine?) con critiche, pressioni e minacce di sanzioni allo scopo, complice un’autorità politica svizzera servile e pusillanime, di estorcerci denaro e concessioni varie.

La perla del recente dibattito parlamentare sul budget destinato all’aiuto allo sviluppo che (1,1 miliardi di franchi) che PLR e UDC proponevano di diminuire in diversa misura, l’ho sentita in un intervento alla radio di una consigliera nazionale socialista: se si diminuisce il credito per l’aiuto allo sviluppo, a soffrirne saranno in particolare le organizzazioni umanitarie che si occupano di progetti in quest’ambito, le quali dovranno ridurre i propri effettivi con perdita di posti di lavoro. Si conferma quindi quanto andiamo dicendo da tempo: l’attività umanitaria – inclusa quella dell’asilo – è una vera e propria industria fine a sé stessa, una greppia dalla quale mangiano molti, anzi troppi, elementi che da questa politica scialacquatrice traggono innanzitutto il proprio benessere.

E noi, per far sì che costoro – poverini – non debbano finire in disoccupazione, dovremmo continuare all’infinito a finanziare delle organizzazioni che, alla fine della fiera, non solo non portano alcun beneficio alla Svizzera, ma contribuiscono a far crescere l’indebitamento del paese, causa prima del costante aumento del carico fiscale. Oltre al danno anche le beffe.

Nel privato, una famiglia non può spendere più del proprio reddito – anche se il piccolo credito ha purtroppo inquinato questo sano modo di pensare, con conseguenze spesso disastrose. Non le è permesso rapinare una banca per poter comprare la seconda vettura per la moglie, l’ultimo modello di IPhone per ognuno dei figli o tre settimane di vacanza alle Bahamas con tutta la famiglia. Se non ha i soldi, deve rinunciare anche a cose più utili, ma non indispensabili, quali la copertura massima della cassa-malati o la vettura privata peraltro necessaria per recarsi al lavoro. Lo Stato apparentemente no, in caso di bisogno può ricorrere alla rapina fiscale (in che altro modo chiamare una tassazione obbligatoria per fini che la maggioranza dei cittadini non si sognerebbe mai di avallare?)!

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