La prostituzione: un mestiere come un altro… oppure no?

Lug 12 • Dal Cantone, L'editoriale • 1586 Visite • Commenti disabilitati su La prostituzione: un mestiere come un altro… oppure no?

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

Recentemente è arrivato all’esame della Commissione della legislazione del Gran Consiglio il messaggio inerente alla revisione totale della Legge sull’esercizio della prostituzione del 25 giugno 2001, una revisione non priva di difficoltà, tant’è vero che si è sentita la necessità di costituire una sottocommissione all’uopo.

La legge attualmente in vigore ha solo 12 anni e, verosimilmente, non  ha risolto i problemi legati a questa professione – che la smania di tolleranza e buonismo verso tutte quelle che una volta erano considerate dei tabù, ci vuole a tutti i costi far definire un “mestiere come un altro”, ma che come un altro non è – che fino all’altro ieri era considerata addirittura un reato. È proprio vero che dai tempi in cui si scagliava la prima pietra senza preoccuparsi troppo d’essere senza peccato – anzi, sono convinto che l’ipocrisia la facesse da padrone e che quotidianamente questa metaforica lapidazione mieteva vittime su vittime – si è passati oggi a voler giustificare e tollerare tutto. Ciò che era deprecabile fino a pochi decenni fa è diventato normale, per non dire migliore. Basti vedere l’atteggiamento di questa società verso i gay: quand’ero ragazzino, vedendo arrivarci incontro uno degli sporadici (e conosciuti nella cittadina) omosessuali, mia madre mi faceva cambiare marciapiede. Oggi si mettono una maglietta con la scritta “Gay is beautiful” e in 200’000 si mettono a fare un “Gay pride”, che tradotto in italiano significa “Orgoglio omosessuale”, un festival dell’ostentazione della diversità (chiamiamola così), uno spettacolo che personalmente mi darebbe fastidio anche se fosse l’espressione di un atteggiamento rigorosamente eterosessuale. Ma, chiaramente sono della vecchia scuola, oggi non cambio più marciapiede, anche perché non c’è più mia madre a impormelo ma, soprattutto, perché gli omosessuali sono diventati talmente tanti che mi troverei a quadruplicare il percorso a furia di fare qua e là. Resta il fatto che, trovandomi alcuni anni fa a Berlino e dovendo risalire controcorrente il “Gay pride” che, per mia sfortuna, occupava la via che dovevo percorrere per andare a visitare il Bundestag, quasi mi scontrai con una coppia che stava pomiciando in modo decisamente libidinoso: vi assicuro che, quando, per farmi passare, si voltarono mettendo ambedue in mostra una barba da far sembrare una peluria infantile quella di Grigori Rasputin, beh, diversi pensieri mi passarono per la testa, ma sicuramente non quello di considerare la cosa normale.

Ma sono uscito un po’ dal seminato, anche se alla base delle mie riflessioni – sia che parli di prostituzione, sia dell’atteggiamento verso i gay, sia verso l’assurdo buonismo verso i criminali o verso la droga – c’è il cambiamento della società, decisamente in peggio a mio avviso, che l’ha portata a subire qualsiasi aberrazione con rassegnazione. Peggio, poiché si considerano tutti i mali come ormai inevitabili, se ne cambia la definizione: non sono più mali, sono solo l’altra faccia della stessa medaglia, uno si comporta onestamente e l’altro da mascalzone, ma tutti e due sono “normali”, non si può espellere automaticamente dal paese il secondo, che diamine, anche lui ha i suoi diritti; uno fa sesso – per le conseguenze dell’atto in questo caso omo o etero non ha importanza – con adulti consenzienti e l’altro stupra bambini, non ha importanza, anche il secondo ha i suoi diritti e non si può rinchiuderlo vita natural durante.

E allora arriviamo alla prostituzione “mestiere come un altro”. Io vorrei che a tutti coloro che la pensano così arrivasse un giorno a casa il figlioletto e, alla classica domanda ”cosa farai da grande?” rispondesse “il prostituto!”. Sarebbe ancora un “mestiere come un altro”? I genitori fieri della scelta si darebbero da fare per trovargli la miglior strada per una carriera professionale brillante? Innanzitutto la maturità. Che classica, tecnica o professionale: al liceo bisogna creare un ciclo di studio per la maturità sessuale! Poi una facoltà all’USI con licenza anzi, scusate, “Bachelor” dopo una tesi sul Kamasutra. Infine un “Master” (suona meglio di dottorato) all’università di Tokyo, per specializzarsi nell’arte unica al mondo della “geisha” (oggi anche del “geisho”, naturalmente, sennò dove va a finire la parità dei sessi?). Ti insegnano anche a fare il thé. Non c’entra nulla con la professione, ma la tradizione vuole che in Giappone i bordelli d’alto livello – non si sa bene se per fornire un alibi ai frequentatori o per cos’altro – si chiamavano “sale da thé”.

Per tornare al discorso della legge sull’esercizio della prostituzione, fin da un primo superficiale esame, mi sono convinto che non sarà un compito facile elaborare qualcosa di utile e ragionevolmente facile da applicare, troppi i diritti da salvaguardare (diritto alla libera professione, legge sul libero mercato, protezione dati, eccetera, eccetera). E non, si badi bene, in quanto non si ritenga logico porre qualche restrizione rispetto ad altri mestieri, bensì perché “se qualcuno fa ricorso il Tribunale federale poi gli dà ragione”. Personalmente, comincio a pensare che si stava meglio quando si stava peggio.

Da quello che era anni fa un reato, sebbene ormai non perseguito più di quel tanto, nel 2001 si è fatta una legge il cui scopo era quello di “arginare” il fenomeno della prostituzione, segno evidente che per qualcuno non era poi tanto un “mestiere come un altro”. Con la nuova proposta di legge, il Consiglio di Stato ammette che quella vecchia “non è più in grado di garantire una corretta gestione del fenomeno” ma, peggio, lo scopo è passato dall’arginare al “disciplinare” l’esercizio della prostituzione. In altre parole, rassegniamoci, il fenomeno è sfuggito di mano, non è più arginabile, quindi diamogli delle regole, cercando perlomeno di togliere il racket dalle mani della criminalità e, se possibile, incassare qualche soldino in imposte il che, con i tempi che corrono, non fa di certo male alle casse del Cantone.

Purtroppo però, dubito che i soldi che emergeranno con la nuova legge siano sufficienti a giustificare la stessa e, per quanto riguarda la criminalità che gira attorno alla prostituzione, non sarà la nuova legge a riuscire laddove e se non riesce il codice penale.

Il mio timore è che le buone intenzioni che hanno mosso il Consiglio di Stato si limitino a sfociare in un’ulteriore legge superflua, se non inutile, e soprattutto inefficace. Un esercizio alibi per placare qualche coscienza che, sotto sotto, è convinta ma non osa dire che la prostituzione non è poi un mestiere come un altro.

 

Eros N. Mellini

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